Kiev cerca la pace all'estero, ma resta divisa in casa

Un cessate il fuoco, una zona economica franca e il ritiro delle truppe. Sono i tre tempi del piano per chiudere la guerra che Volodymyr Zelensky dice di aver messo a punto con Stati Uniti ed Europa. Con Jared Kushner e Steve Witkoff - ha raccontato il presidente ucraino sabato a un incontro coi media - i colloqui sono stati ricondotti a un’unica domanda, ovvero quali siano le reali possibilità di fermare il conflitto. Il primo punto, il principale, è la tregua. Il secondo, di matrice americana, prevede che ucraini e russi arretrino nella stessa misura, creando una zona cuscinetto sotto una gestione terza ancora da definire. Il terzo chiama in causa gli altri: cosa faranno UE e NATO e cosa è disposta a offrire in cambio Kiev.
Sono idee condivise da americani ed europei, «il risultato di colloqui conclusi tra gli americani, noi e i russi», in cui Zelensky vede «qualcosa di realistico». E c’è anche una finestra temporale, che va dal G20 di Miami di metà dicembre fino a fine estate 2027, quando negli Stati Uniti scatterà la campagna presidenziale, che per Zelensky è «la fase più attiva» in cui la diplomazia può agire.
Duello interno, ma a distanza
Mentre all’esterno si tratta, all’interno Zelensky è alle prese con un fronte aperto. Al centro c’è sempre Mykhailo Fedorov, ex ministro della Difesa silurato il mese scorso dopo la rottura con il vertice delle forze armate. In un’intervista alla BBC, il 35.enne sostiene che il presidente ha «domande a cui rispondere» sulla corruzione nel suo entourage - un chiaro riferimento all’inchiesta per riciclaggio della scorsa settimana - pur precisando di non avere prove di una corruzione personale di Zelensky.
Dal canto suo il presidente, nell’incontro coi media di sabato, ha replicato con un giudizio ambivalente: «Ho e ho sempre avuto un atteggiamento molto positivo verso Mykhailo, ma credo che vada, o venga spinto, verso le cose sbagliate». Zelensky ha rivelato di avergli offerto quattro incarichi diversi, tutti rifiutati. Ha inoltre difeso i militari, in particolare l’ex capo dell’esercito Oleksandr Syrskyi e il nuovo ministro della Difesa Yevhen Khmara, dagli slogan delle proteste seguite all’estromissione di Fedorov.
L’imbarazzo Starlink
Nei primi mesi dell’anno c’è stato un episodio, imbarazzante, che ben descrive la tensione interna. Il Ministero della Difesa, allora guidato da Fedorov, aveva assicurato a Zelensky che SpaceX avrebbe consentito l’uso di Starlink sul territorio russo per gli attacchi in profondità. Forte di quella garanzia, il presidente ne ha poi parlato direttamente con Donald Trump, dicendogli che Elon Musk aveva confermato. Ma poco dopo Musk ha smentito, giudicando la mossa una pericolosa escalation e Trump ha accusato Zelensky di averlo ingannato. «Sono tornato dal nostro Ministero della Difesa e mi hanno detto che forse era così», ha raccontato il leader ucraino, legando quell’episodio ad «alcuni dei passi» compiuti, senza però accusare apertamente Fedorov di aver mentito.
Elezioni, «uno tsunami»
Sullo sfondo resta la richiesta più delicata di Fedorov, quella di tornare alle urne. Avviare quella discussione, ha sostenuto l’ex ministro nell’intervista alla BBC, è un suo «diritto morale», perché «la democrazia non deve essere ostaggio di Putin».
Zelensky ha respinto con fermezza l’idea di elezioni in tempo di guerra. Con la legge marziale in vigore dal 2022, ricordiamo, il voto è comunque sospeso, ma la sua è anche una posizione di merito. «Elezioni adesso sarebbero uno tsunami che spaccherebbe l’Ucraina», ha dichiarato ai media sabato.
L’aritmetica dei Patriot
Le schermaglie interne, però, non toccano il dato che pesa di più sulla guerra: quello della difesa aerea, che vive di un’aritmetica in peggioramento. I missili per i sistemi Patriot arrivati a Kiev sono scesi da 675 nel 2023 a 364 nel 2025 e per il 2026 se ne attendono 264, mentre gli attacchi balistici russi aumentano. Zelensky ne cerca 300 per l’inverno (l’Aeronautica ne chiede 360) e punta a ottenere il 5-10% delle riserve statunitensi, assicurando che Kiev è «pronta a pagare». Sullo sfondo, un buco da 27 miliardi di dollari nel bilancio della Difesa, aperto dall’aver anticipato spese previste per la seconda metà dell’anno.
Colpita ancora la logistica russa
Sul terreno Zelensky rivendica progressi. La regione di Dnipropetrovsk è quasi completamente liberata: restano da riconquistare una decina di chilometri quadrati, tre piccoli villaggi dove, dice il presidente, «non c’è praticamente nessun nemico». Guardando ai numeri, dall’inizio dell’anno la Russia ha occupato 990 chilometri quadrati e l’Ucraina ne ha ripresi 820; entro fine 2026, secondo Kiev, si arriverà alla parità tra territori persi e riconquistati. Mosca, però, non molla. L’obiettivo russo resta l’asse Konstantynivka-Sloviansk-Kramatorsk e il Cremlino continua a chiedere l’abbandono ucraino del Donbass come condizione per un’intesa. Putin, sostiene Zelensky, punta a logorare il fronte civile - logistica e imprese - in attesa dell’inverno. Kiev risponde colpendo proprio la logistica russa: nella notte di sabato i droni hanno centrato un centro Ozon a Orenburg, a mille chilometri dal confine, seconda incursione in due giorni ai magazzini del colosso dell’e-commerce.