Belém

La COP30 si apre nell’incertezza: pesa l’assenza degli Stati Uniti

Da lunedì in Brasile si torna a parlare di clima nell’annuale conferenza delle Nazioni Unite - Nel pre-vertice assenti quattro dei cinque Paesipiù inquinanti del mondo - Washington ha già annunciato che a partire dal prossimo anno uscirà dall’Accordo di Parigi sul contenimento delle emissioni
©COP 30 Press Office / handout
Dario Campione
07.11.2025 20:04

I lavori della 30. Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30), in programma da lunedì prossimo, e sino al 21 novembre, a Belém, nell’Amazzonia brasiliana, rischiano di deragliare ancora prima del loro inizio.

Il pre-vertice - convocato dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva per discutere tra capi di Stato e di Governo di transizione energetica, Accordo di Parigi, contributi per ridurre i gas a effetto serra e finanziamento di azioni per combattere la crisi climatica - ha sì riunito un centinaio di Paesi. Ma ha dovuto prendere atto dell’assenza, pesantissima, dei leader di quattro delle cinque economie più inquinanti del mondo: Cina, Stati Uniti, India e Russia - anche se, in realtà, a rappresentare Pechino c’era comunque il vicepremier cinese Ding Xuexiang.

L’amministrazione di Washington, peraltro, non ha soltanto scelto di non inviare alcuna delegazione ai colloqui che precedono la COP30: mentre in Brasile si discuteva di clima, alti funzionari USA erano giovedì in Grecia assieme ai vertici del gigante dei combustibili fossili Exxon Mobil per firmare l’ennesimo accordo per l’esplorazione offshore di gas naturale.

Nulla di inedito. Da settimane, la Casa Bianca aveva annunciato di non voler partecipare con quadri di alto livello alla conferenza annuale, ricordando le parole del presidente Donald Trump all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre, quando il tycoon descrisse il cambiamento climatico come la «più grande truffa» del mondo.

Reazioni indignate

Le parole di Trump sono riecheggiate a Belém, soprattutto nelle critiche che alcuni leader hanno mosso proprio contro il tycoon. Il presidente della Colombia, Gustavo Petro Urrego, ha usato espressioni durissime. «Il signor Trump è contro l’umanità. La sua assenza qui lo dimostra», ha detto, aggiungendo che gli USA sono «responsabili del rilascio della maggior parte delle emissioni di CO₂ nell’atmosfera».

Anche il presidente cileno, Gabriel Boric Font, ha detto senza mezzi termini che quelle di Trump sono «bugie».

Mentre il primo ministro irlandese, Micheál Martin, ha evidenziato come «il cambiamento climatico sia indiscutibile. La scienza è innegabile.Le temperature aumentano e il tempo stringe. Se non siamo pronti a dire ai nostri cittadini la verità, stiamo deludendo loro e questo pianeta nel modo più profondo. In un momento in cui la leadership politica non è mai stata così vitale, siamo in meno qui a Belém; meno leader pronti a dire le cose come stanno».

L’analisi di Reuters

Secondo un’analisi pubblicata oggi dalla Reuters, gli Stati Uniti manterrebbero tuttavia la possibilità di inviare negoziatori in qualsiasi momento durante i colloqui di COP30.

L’uscita formale di Washington dall’Accordo di Parigi è prevista a gennaio. E non è chiaro se gli USA vogliano tentare di bloccare eventuali, nuove intese.

Sempre stando a quanto riportato dall’agenzia britannica, alcuni governi sarebbero particolarmente nervosi dopo che l’amministrazione Trump è intervenuta per affossare, il mese scorso, un accordo - all’interno dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO) - che avrebbe portato per la prima volta al mondo a una carbon tax sul trasporto marittimo.

In seguito alle minacce degli Stati Uniti di tariffe, tasse portuali e restrizioni sui visti, alcune nazioni hanno ritirato il proprio sostegno e la misura è stata ritardata di un anno. «È preoccupante che un Paese inizi a minacciare diversi tipi di misure sia contro i altri Paesi sia contro i negoziatori, come abbiamo visto nel processo dell’IMO», ha detto il ministro norvegese del Clima Andreas Bjelland Eriksen.

La COP30 segna tre decenni dall’inizio dei negoziati globali sul clima. Un lungo lasso di tempo durante il quale l’aumento delle emissioni di CO₂ nell’atmosfera è stato frenato, ma non abbastanza per scongiurare quello che gli scienziati considerano il possibile riscaldamento globale estremo nei prossimi decenni.

L’arco d’aumento della temperatura si è curvato verso il basso negli ultimi 10 anni. Alle condizioni attuali, la temperatura media globale aumenterà di 2,5-2,9 °C. Comunque troppo per evitare disastri ambientali. Se Cina, Stati Uniti, UE e India non dovessero ridurre in modo consistente le emissioni di gas serra, il danno potrebbe diventare irreparabile. Ma, come detto,  gli USA usciranno a gennaio dall’Accordo di Parigi. La peggiore scelta possibile.