La crisi di Sigonella, quando l'Italia sfidò apertamente gli USA

Sigonella. O, meglio, quando l'Italia sfidò apertamente gli Stati Uniti. Tenendo fede alla promessa fatta ai palestinesi. Una sfida che si trascinò fino alla minaccia di usare le armi. Roba da matti, verrebbe da dire. Mentre i media, in queste ore, riferiscono del no rifilato all'America per l'uso della base militare di Sigonella, in Sicilia, per operazioni legate alla guerra in Iran, la memoria corre all'ottobre del 1985. E a una notte, nello specifico, quella in cui trenta avieri e venti Carabinieri di stanza alla base affrontarono la Delta Force statunitense, l'unità di élite dell'Esercito americano tornata di strettissima attualità negli scorsi mesi per la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela, pronti a fare fuoco.
L'Achille Lauro
D'accordo, ma perché Italia e Stati Uniti arrivarono a un passo dallo scontro? Per capirlo, occorre fare una premessa: il 7 ottobre del 1985 un commando palestinese assaltò la nave da crociera Achille Lauro, prendendo in ostaggio 440 persone fra cui molti turisti britannici e statunitensi. I terroristi, saliti a bordo in Egitto sfruttando passaporti falsi, in realtà volevano sfruttare l'attracco nel porto israeliano di Ashdod per compiere un attentato. Colpirono in quattro, mentre un quinto terrorista rimase in incognito fra i passeggeri, utilizzando kalashnikov, bombe a mano ed esplosivo. Erano tutti membri del Fronte popolare di liberazione della Palestina di Abu Abbas, movimento antagonista all'OLP di Yasser Arafat. Il piano iniziale andò all'aria quando un marinaio scoprì il commando mentre era intento a spostare le armi. A quel punto, i terroristi decisero di ferire il marinaio e impossessarsi della nave.
La morte di Leon Klinghoffer
All'epoca presidente del Consiglio, Bettino Craxi ordinò immediatamente un raid. L'Italia mandò a Cipro i suoi paracadutisti più preparati, gli incursori del Col Moschin. Inutile dire che la situazione precipitò presto, se non prestissimo. I terroristi chiesero la liberazione di cinquanta detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, minacciando di far saltare in aria l'Achille Lauro e, parallelamente, di uccidere un ostaggio ogni ora, a cominciare dai cittadini statunitensi di religione ebraica. I dirottatori fecero rotta su Tartus, in Siria, ma Giulio Andreotti, allora ministro degli Esteri, convinse Hafiz al-Asad a negare l'attracco.
La nave venne circondata da imbarcazioni militari, mentre gli elicotteri facevano la spola. I terroristi intimarono alle fregate di andarsene, quindi si accanirono contro un imprenditore americano di religione ebraica, Leon Klinghoffer, 69 anni, in sedia a rotelle. Klinghoffer, stando al consigliere diplomatico di Craxi, Antonio Badini, spronò gli altri ostaggi a ribellarsi e inveì contro i terroristi. Così una testimone dell'epoca: «Obbligano Ferruccio, il parrucchiere della nave, a spingere la sedia di Klinghoffer fino al ponte; si sentono due colpi di pistola e vedo il sangue che cola sulla vetrata della sala trasformata in prigione». Il capitano dell’Achille Lauro, a quel punto, si rivolse ai palestinesi: «Se volete ammazzare ancora, prendete me».
La mediazione e l'offerta
Come uscirne? I terroristi chiesero di attraccare in Libia, ma senza successo poiché arrivò subito il no di Gheddafi. A corto di soluzioni, accettarono la mediazione di Arafat e del presidente egiziano Mubarak, tramite Abu Abbas. Così i mediatori: se liberate gli ostaggi, sarete consegnati all'OLP e processati nel quartier generale di Tunisi. Il Governo italiano diede la sua parola: nessuno vi toccherà. I quattro accettarono l'offerta e, dopo 52 ore, si consegnarono ai servizi segreti egiziani, con la liberazione degli ostaggi.
C'è un ma: nessuno, in Italia, sa dell'uccisione di Klinghoffer, anche perché i sequestratori vietarono al capitano della nave di parlarne. Il commando ne diede notizia, via radio, ad Abu Abbas, con la comunicazione che venne intercettata dagli israeliani. I quali, prontamente, avvisarono la Casa Bianca. Craxi, che aveva convocato una conferenza stampa per annunciare la fine dell'incubo per passeggeri ed equipaggio, contattò il capitano poco prima di prendere la parola per sincerarsi che non vi fossero state violenze. A quel punto, pure lui venne a sapere dell'omicidio del turista statunitense. E, parola di Giuliano Amato, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, si rabbuiò.
Le parole di Ronald Reagan
Gli Stati Uniti, evidentemente, non considerarono affatto chiusa la vicenda. La notte del 10 ottobre, i quattro terroristi e Abu Abbas salirono a bordo di un Boeing di Egypt Air, messo a disposizione dal Governo egiziano, assieme a una scorta di agenti segreti del Cairo. Il velivolo decollò in direzione di Tunisi, quartier generale dell'OLP come detto, ma dalla portaerei americana USS Saratoga si alzarono in volo quattro F-14 Tomcat per affiancare il Boeing e «spingerlo» ad atterrare a Sigonella.
Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti, annunciò in televisione con fierezza di aver catturato gli assassini di Klinghoffer: «I terroristi devono sapere che non potranno mai sfuggirci». Reagan, tuttavia, non fece i conti con la suddivisione di Sigonella, per metà base italiana e per metà base dell'US Navy. Craxi, a quel punto, ordinò al comandante della base, Ercolano Annicchiarico, di impedire agli americani di ripartire con i terroristi palestinesi. Il Boeing venne fatto atterrare nella parte italiana della base e, all'istante, fu circondato da avieri e Carabinieri. Poco dopo, arrivarono due aerei con a bordo i membri della Delta Force. Ne nacque un lungo, e intenso, faccia a faccia.
La fine della crisi
Reagan telefonò direttamente a Craxi. Un collaboratore del presidente USA, secondo le testimonianze di Palazzo Chigi, si offrì come interprete ma distorse appositamente la traduzione per favorire, altresì, lo scontro diplomatico. Craxi, per contro, ribadì che la parola data ai palestinesi andava mantenuta. E di non avere i poteri di Reagan: «Posso solo aspettare le conclusioni della magistratura» gli disse.
La Delta Force, dopo un po', si fece da parte. I terroristi vennero presi in consegna dai Carabinieri, mentre sul velivolo fermo in pista rimase Abbas. Uno dei mediatori. Venne lasciato andare, con il Boeing 737 che decollò per Roma Ciampino. I caccia americani lo seguirono, ma a debita distanza grazie (anche) all'intervento di una squadriglia di aerei italiani. Washington chiese formalmente l'estradizione di Abbas, ma i magistrati italiani non avevano alcun elemento per accusarlo: l'intercettazione israeliana, infatti, non aveva valore processuale. Libero di andarsene, già. Ma come evitare gli americani? Gli italiani si inventarono un diversivo, facendo credere che il leader del Fronte stava andando in auto a Roma, mentre il Boeing volò a Fiumicino, aeroporto internazionale, da cui Abbas sparì a bordo di un altro aereo, diretto a Belgrado.
A distanza di anni, a Genova si tenne un processo in contumacia. Abbas venne condannato all'ergastolo, mentre ai dirottatori e al quinto uomo, mai arrestato, vennero inflitte pene inferiori. Lo stesso Abbas fu catturato in Iraq, dagli americani, nel 2003: morì in un penitenziario degli Stati Uniti, tenendo fede a un'altra promessa, quella fatta da Ronald Reagan in televisione nel 1985: «I terroristi devono sapere che non potranno mai sfuggirci».
