Stati Uniti

La guerra presenta il conto a Trump, e gli USA sono sempre più divisi

L'intervento in Iran costa già 37,5 miliardi di dollari: il conflitto pesa sui conti pubblici, divide i repubblicani e riapre lo scontro con il Congresso sui limiti dei poteri del presidente
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Ginevra Benzi
22.07.2026 10:00

Trentasette virgola cinque miliardi di dollari. È questo il costo diretto quantificato da Pete Hegseth – Segretario alla Difesa – della guerra in corso in Iran. Una cifra che supera di oltre il 30% le previsioni formulate all'inizio di maggio. Il conto della guerra alimenta così le critiche al Congresso e all'interno dello stesso Partito repubblicano, dove cresce il timore che il conflitto possa pesare sulle elezioni di metà mandato di novembre. Timori anche fra la popolazione, confrontata con nuovi rincari del carburante e con ulteriori pressioni inflazionistiche. I democratici, dal canto loro, continuano a chiedere la fine delle operazioni militari.

L'amministrazione aveva inoltre già chiesto un bilancio record della Difesa di 1.500 miliardi di dollari, a cui potrebbero aggiungersi altri 67 miliardi per le spese militari.

Ma le critiche interne al Congresso vanno ricondotte anche al fatto che Donald Trump avrebbe dovuto ottenere l'autorizzazione del Congresso per proseguire le operazioni oltre i limiti previsti dal War Powers Act del 1973. L’amministrazione del tycoon, tuttavia, sembra non mancare di espedienti giuridici messi in atto proprio per evitare tale permesso. E la guerra non sembra avere una conclusione nel breve periodo. La Costituzione statunitense attribuisce al potere legislativo la facoltà di dichiarare guerra, mentre il presidente è il comandante in capo delle forze armate e dirige quindi le operazioni militari, ma la prosecuzione delle operazioni è, come detto, disciplinata anche dal War Powers Act.

Un po’ di chiarimenti legislativi

Questa divisione dei poteri è stata voluta dai Padri fondatori per evitare che una singola persona potesse trascinare il Paese in conflitti inutili o disastrosi. Ma ciò che è scritto non sempre viene rispettato nella pratica: spesso i confini delle varie competenze non sono stati definiti con chiarezza, con conseguenti tensioni fra Casa Bianca e Congresso, proprio come sta accadendo ora.

Precedenti simili

Donald Trump non è il primo presidente a ricorrere a interpretazioni giuridiche per aggirare il limite dei 60 giorni previsto dal War Powers Act. Nel 1999 Bill Clinton sostenne che il Congresso avesse autorizzato implicitamente l'intervento in Kosovo finanziandone la missione. Nel 2011 Barack Obama affermò che in Libia gli Stati Uniti non fossero impegnati in una vera guerra, poiché impiegavano soprattutto droni e raid aerei. Harry Truman definì invece la guerra di Corea del 1950 una «operazione di polizia» sotto l'egida dell'ONU, escludendo la necessità di un voto del Congresso. Durante il suo primo mandato, Trump sostenne inoltre che l'uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani fosse già coperta dall'autorizzazione concessa nel 2002 per la guerra in Iraq. Pur controverse, queste interpretazioni hanno consentito ai presidenti di evitare ostacoli istituzionali. La Corte Suprema ha però sempre evitato di intervenire, ritenendo la questione di natura politica.

Una guerra che convince sempre meno

Come detto, il proseguire della guerra in Medio Oriente viene visto sempre meno positivamente. Stando a un sondaggio condotto da Ipsos – e ripreso dalla NZZ – la gestione del conflitto da parte del tycoon è approvata da meno del 30% degli americani. Sempre secondo il sondaggio Ipsos, un livello di consenso così basso sulla gestione di un conflitto non si registrava dagli anni della guerra del Vietnam.

A far storcere ancor più il naso vi è l’interruzione dell’accordo di pace nonostante l’intenzione del presidente americano di porre finalmente fine alle ostilità. Il fallimento va difatti ricondotto alla morte di due soldati americani in Cisgiordania e ai continui attacchi iraniani contro le navi statunitensi. Episodi che hanno portato lo stesso Trump a orientarsi a una nuova escalation, abbandonando quindi la prospettiva di una rapida pace. «Ogni volta che l'Iran ucciderà un soldato americano, pagherà un prezzo molte volte superiore», aveva infatti scritto su Truth.

Preoccupazione generale

Oltre al Congresso, la richiesta di interruzione delle operazioni militari era giunta a giugno anche dalla Camera dei Rappresentanti e dal Senato, i quali ricordano anche la già menzionata necessità di una richiesta d’autorizzazione del Congresso. E nonostante tali condizioni fossero state accettate anche da alcuni repubblicani dissidenti, il tycoon le ha deliberatamente ignorate. Anzi, dopo il fallito accordo di pace di metà luglio, Trump ha subito informato il Congresso di aver ripreso gli attacchi.

La legge impone, però, al presidente di informare il Congresso entro 48 ore dall'inizio delle ostilità e di ottenere entro 60 giorni l'autorizzazione a proseguire il conflitto, oppure di ritirare le truppe. Ma nulla di tutto ciò è stato messo in atto.

Lo scontro sul War Powers Act

Facendo un passo indietro, Trump non aveva chiesto tale autorizzazione già dopo l’attacco del 28 febbraio contro l’Iran e a inizio aprile aveva affermato che USA e Iran avevano ormai raggiunto un’intesa di cessate il fuoco, quindi prima della scadenza dei 60 giorni richiesti dalla legge. Poi, tornando a metà luglio, aveva annunciato al Congresso la ripresa della guerra, e la sua amministrazione aveva infatti sostenuto che rappresentava un nuovo periodo di 60 giorni, durante il quale l’approvazione del Congresso non era quindi necessaria.

E la reazione dei democratici è stata decisamente dura. «Da mesi ci viene detto che la guerra sta per finire», ha dichiarato il senatore californiano Adam Schiff. «L'affermazione dell'amministrazione secondo cui potrebbe continuare la guerra per altri 60 giorni senza l'autorizzazione del Congresso è priva di qualsiasi fondamento giuridico».

«L'accordo di Donald Trump con l'Iran si è sgretolato prima ancora che l'inchiostro si asciugasse», ha aggiunto Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato. «Camera e Senato hanno votato per porre fine a questa guerra. Il presidente deve rispettare quella decisione. Ora basta». Ma anche alcuni repubblicani avevano espresso perplessità, sottolineando la necessità di un nuovo briefing e chiedendo maggiore trasparenza da parte dell’amministrazione presidenziale.

Tuttavia, sul piano politico Trump resta in una posizione di forza. Molti repubblicani evitano di fatto uno scontro diretto e, anche se il Congresso approvasse una risoluzione per fermare il conflitto, il presidente potrebbe bloccarla con il veto, difficilmente superabile senza una maggioranza dei due terzi. Lo strumento più incisivo rimane quindi il controllo del bilancio federale.

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