La morte di Anita riaccende i riflettori sulla crudeltà del chhaupadi

Anita aveva 16 anni. La sua vita si è spenta precocemente qualche giorno fa, a causa di un morso di serpente. La giovane è stata attaccata dall'animale mentre stava dormendo in una capanna fuori casa, nel distretto di Baitadi, nell'ovest del Nepal. Capanna in cui era stata mandata dai suoi genitori, per rispettare le regole del chhaupadi. Una pratica illegale che costringe le donne a isolarsi in una capanna quando hanno il ciclo mestruale. La famiglia nega che la ragazza avesse le mestruazioni, al momento della morte. Ciononostante, il suo caso ha riacceso i riflettori sulla crudeltà del chhaupadi, vietato da quasi vent'anni, ma ancora profondamente radicato in alcune zone del Nepal occidentale.
Le origini di questa pratica sono antiche. Si dice fosse legata alla religione induista e, non a caso, si pensa che alle base vi siano convinzioni vecchie di secoli. Queste, in particolare, sostengono che donne e ragazze siano impure ed intoccabili nel periodo del ciclo mestruale. Di più, non sarebbero in grado di svolgere diverse attività quotidiane. E per questo, devono essere isolate, addirittura «bandite» dalla vita di tutti i giorni. Da lì, quindi, la decisione di spostarle nelle apposite «capanne mestruali», fino alla fine del flusso. Si tratta di luoghi per lo più inospitali: questi rifugi sono solitamente realizzati con fango e paglia, e spesso sono poco sicuri. In quelle situazioni, le donne sono esposte a grossi pericoli, che spaziano dalle temperature estreme ai morsi di animali, fino al soffocamento e, in alcuni casi, agli abusi sessuali.
Multe di 23 franchi
Oggi, come dicevamo, il chhaupadi è vietato e non solo. Chi lo pratica è punibile con il carcere (fino a tre mesi) o con multe di 3.000 rupie nepalesi. Vale a dire, circa 23 franchi. Una somma irrisoria, insomma. Per assurdo, la pratica, ormai obsoleta per moltissimi nepalesi, si inserisce in un contesto tendenzialmente positivo. Dal 2019, per esempio, alle studentesse vengono distribuiti assorbenti gratuiti. Ma il governo nepalese, a detta di molti (cittadini e non solo), dovrebbe fare di più.
Secondo gli esperti, è opportuno cambiare il comportamento e la mentalità delle persone fin dalla tenera età. Sarebbe necessario, quindi, educare i bambini fin dall'inizio delle scuole, insegnando loro che le mestruazioni sono un processo naturale per il corpo femminile, e sfatando tutti i miti legati a cui sono ancora fortemente legate.

Prima del COVID
Quello di Anita è il primo decesso collegato al chhaupadi dal 2019. Anno in cui a perdere la vita fu Parwati Budha Rawat, una ragazza di 21 anni, morta dopo aver trascorso tre notti in una delle apposite capanne all'aperto. Quell'anno ci furono ben 5 casi di decessi analoghi. In totale, negli ultimi 13 anni, quelli ufficiali sono stati 15. Si trattava di donne morte per attacchi di animali, o per inalazioni di fumo causate dall'aver acceso fuochi in capanne senza finestre. Si parla di morti atroci, spesso sofferte. Quella di Parwati Budha Rawat, però, sembrava aver cambiato qualcosa. Dopo la notizia, campagne e programmi volti a combattere questa pratica illegale si erano diffusi in tutto il Nepal. Con l'obiettivo di riuscire a sconfiggere, una volta per tutte, il chhaupadi.
Di lì a poco, più di 7.000 capanne per donne con le mestruazioni vennero distrutte. E al contempo, la gente iniziò a ricevere più informazioni. Sia sulle mestruazioni, come processo naturale del corpo delle donne, sia sulle leggi in vigore nel Paese. Poi, però, è arrivato il COVID. E tutta l'attenzione si è spostata sui problemi legami alla pandemia. Mascherine, test, contagi sono diventati i temi di interesse principale. E i praticanti del chhaupadi ne hanno approfittato per ricostruire le capanne.
Quando la situazione d'emergenza è rientrata, le campagne avviate nel 2019 erano sparite. L'interesse verso l'eliminazione di questa pratica illegale era scemato. Ora, la speranza è che quanto accaduto ad Anita possa riaccendere i riflettori sulla brutalità del chhaupadi. Eliminandolo, una volta per tutte, dalle tradizioni nepalesi.
