La parata di Putin sempre più solo

Sotto un cielo bigio, sulla Piazza Rossa di Mosca gli stivali dei soldati che marciano per la parata del 9 maggio non fanno ombra sul selciato. Gli alfieri portano il tricolore russo e il vessillo della vittoria contro il nazismo, rosso con stella, falce e martello; la banda suona una canzone celeberrima, tratta da un film di guerra sovietico: «Da dove comincia la patria? Dalle immagini dei tuoi libri di scuola, dai compagni schietti e leali dei cortili intorno a casa? O forse comincia da quella canzone che ci cantava la mamma; da ciò che nessuno può toglierci, di fronte a qualunque minaccia». Tre note di quel ritornello bastano a riaccendere ancor oggi, nell’animo di ogni russo, l’intero immaginario dell’appartenenza sovietica. Questo ha voluto evocare, chi quest’anno ha scelto quella melodia per l’apertura della parata.
Presente e passato mai così distanti
Eppure, mai il presente si è mostrato più distante dal passato che la parata pretende di evocare. Dalla ripresa della guerra in Ucraina, il 24 febbraio 2022, la sfilata è apparsa sempre più avversa alla realtà.
Quest’anno, il timore di attacchi ucraini ha costretto a ridurla ai minimi termini; la paura di qualche «imprevisto» traspariva persino dalla diretta televisiva. Il numero ridotto di soldati, mancante la sfilata di mezzi militari; la durata di soli quarantacinque minuti, poi funzionari e ospiti che si affrettano ad abbandonare la piazza. Putin, che di solito scende a piedi verso il monumento ai caduti, quest’anno ha percorso le poche centinaia di metri su un pullmino, stretto fra le guardie.
Al suo fianco, solo il fidato Aljaksandr Lukašėnka, presidente della Bielorussia: non si è presentato nessun altro leader della Comunità degli Stati indipendenti, l’organizzazione costituita alla caduta dell’Unione sovietica.
Una festa e pochi amici
Nel breve incontro del giorno prima, Putin e Lukašėnka parevano malinconici organizzatori di una festa a cui non va nessuno. Il presidente bielorusso si è chiesto perché «nessuno dei Paesi confinanti con la Bielorussia» fosse presente a celebrare la vittoria del 1945. I Paesi in questione sono l’Ucraina e due dei tre Stati baltici: la prima è sotto l’attacco russo da quattro anni, i Baltici si preparano a subirne uno, appena Putin vorrà e potrà. Chissà perché, non si presentano alla parata…
Poi, qualche funzionario internazionale di seconda fila e i presidenti di repubbliche scissioniste frutto delle avventure militari di Putin; alcuni rappresentanti di Stati africani e della Corea del Nord, accorsa a dare manforte a Putin in Ucraina. I militi coreani hanno sfilato insieme ai russi.
Ultimo a sinistra della fila, non presente alla parata, per la deposizione dei fiori al Monumento ai caduti è comparso il capo del governo slovacco, Robert Fico, mesto pesce fuor d’acqua europeo in un mare di figuri sortiti da un mondo sempre più lontano da qualunque cosa si definisca attualità. Intervistato sulla Piazza Rossa, prima dell’evento, si è complimentato per l’impegno dei russi nel far vivere la memoria della vittoria del 1945, affinché non «venga dimenticata come invece avviene nei Paesi europei.»
Il discorso di Putin: garanzia di vittoria
La parata del 9 maggio ha un significato di cui Putin ha bisogno oggi più che mai, all’insegna del determinismo storico che innerva tutta la sua presidenza. Per lui, il 9 maggio celebra un passato dal quale nasce un presente votato per necessità alla vittoria, perché così vuole il destino che determina la storia della Russia.
Il discorso di Putin ha seguito lo schema consueto, ma quest’anno, nel clima dimesso, è parso ancor più surreale. Dopo la memoria del passato e il minuto di silenzio per i caduti, Putin si è riferito al presente, presentando la guerra in Ucraina come atto di difesa contro l’aggressione (che vede solo lui) da parte della NATO. Ha lodato i militari russi che combattono in Ucraina come degni eredi degli antenati che combatterono contro la Germania nazista.
Ha detto: «La nostra causa è giusta», richiamando l’esclamazione con la quale Molotov incoraggiò le truppe sovietiche nel 1941, quando l’URSS entrò nella Seconda guerra mondiale: «La nostra causa è giusta, il nemico sarà battuto, la vittoria sarà nostra.» Poche cose illustrano con maggior chiarezza il quadro in cui Putin colloca la guerra in Ucraina: dobbiamo conoscerlo, perché ci riguarda tutti. Quando il presidente russo parla di «nazisti» contro i quali la Russia si difende in Ucraina, si riferisce a tutta l’Europa.
Il tiro mancino di Zelensky
Con un colpo di genio dal quale si capisce perché a volte ha senso che un comico diventi capo di Stato, Volodymyr Zelensky ha promulgato un decreto che sembrerebbe falso, se non fosse pubblicato sulle fonti ufficiali al numero 374/2026: il presidente ucraino autorizza lo svolgimento della parata a Mosca, escludendo per il tempo necessario il territorio della Piazza Rossa dalle attività dell’esercito ucraino.
Una trovata che rivela una verità scomoda per Mosca: l’analista militare francese Clément Molin ha calcolato che nel mese di marzo il numero di droni lanciati dall’Ucraina contro la Russia ha superato quelli lanciati dalla Russia verso l’Ucraina. Inoltre, mentre gli attacchi russi colpiscono strutture civili, con scarsa utilità strategica, l’Ucraina colpisce infrastrutture essenziali per Mosca: raffinerie di petrolio e stabilimenti di produzione militare.
I filmati che hanno sostituito la sfilata di mezzi militari sulla piazza presentavano reparti russi impegnati nel lancio di droni e artiglieria, mentre la voce stentorea del commentatore rievocava i successi del 1945. Dinanzi ai numeri e alle truppe russe impantanate nel Donbas, sarebbero quasi immagini divertenti, se non fosse che si tratta di una tragedia che da quattro anni distrugge un intero Paese, nata dall’immaginario di un presidente russo sempre più solo, compresso nel suo triste impermeabile blu scuro.
La memoria e il presente
Merita tornare alle parole di Robert Fico alla TV russa, secondo cui l’Europa ha dimenticato la vittoria del 1945 contro nazismo e fascismo. In parte bisogna dargli ragione, pur non nel senso che lui vorrebbe.
Il 25 aprile, nella vicina Italia, dovrebbe celebrare gli stessi valori del 9 maggio in Russia. Quest’anno più che mai, la Liberazione è stata ricordata a Roma con le stesse falsificazioni da cui nasce la parata di Mosca, mentre a Venezia, proprio oggi, la Biennale apre al pubblico il contestato padiglione russo.
Fico non ha tutti i torti: sta a noi europei decidere se le tragedie del Novecento siano davvero archiviate o debbano tornare a infangare la nostra storia, con casacche di altro colore, ma altrettanto nefaste – e dobbiamo decidere in fretta.
