«La sconfitta dell’AKP a Istanbul apre la via del cambiamento in Turchia, ma ci vorrà tempo»

Il presidente della Commissione elettorale suprema turca ha confermato ieri la vittoria di Ekrem Imamoglu nella ripetizione, domenica, delle elezioni per il sindaco di Istanbul. Cosa cambierà in Turchia dopo la sonora sconfitta incassata dal candidato di Erdogan? Abbiamo sentito il parere di Fazila Mat, giornalista e ricercatrice sulla situazione in Turchia che collabora con la testata online «Osservatorio Balcani e Caucaso, Transeuropa».
Lunedì è iniziato il processo a 16 persone accusate di aver tentato di rovesciare il Governo Erdogan con le proteste di Gezi Park del 2013 a Istanbul. Un processo criticato da più parti perché privo di prove concrete. Il voto di domenica non cambierà nulla nel Paese?
«La data del processo per le proteste di Gezi Park era stata fissata con ampio anticipo, in previsione delle elezioni di Istanbul del 23 giugno. Probabilmente il Governo non si immaginava che ci sarebbe stata una disfatta di questa portata per il candidato di Erdogan. Ora è chiaro che con il successo del candidato dell’opposizione alle elezioni di Istanbul, la Turchia non diventerà subito democratica. Questo successo è solo un primo passo in quella direzione e dimostra che la società vuole andare in quella direzione. Istanbul non è tutta la Turchia ma è la città economicamente più importante del Paese».
Sarà difficile cambiare rotta?
«Il sistema presidenziale instaurato in Turchia nel 2018 concentra tutto il potere nelle mani di Erdogan e quindi questo suo potere resta per ora intatto. Un potere che influenza la magistratura, l’esercito e tutti i settori dello Stato. Quindi il processo per le proteste di Gezi Park è un riflesso di questo controllo autoritario da parte dello Stato, che non potrà essere eliminato in poco tempo. Tra l’altro le persone da lunedì sotto processo sono accusate di aver organizzato le proteste di Gezi Park; in realtà quelle proteste del 2013 nacquero in modo spontaneo e non come qualcosa organizzato da poche persone. Lo dico perché ho vissuto in prima persona quelle proteste».
Partito da posizioni moderate, Erdogan ha poi assunto un atteggiamento autoritario. Quali le cause?
«Vi sono fattori esterni e interni che spiegano questo mutamento. Nel primo periodo di governo, dal 2002 al 2007, l’AKP (il Partito della Giustizia e dello Sviluppo) diceva che tutti hanno bisogno di far sentire la propria voce. Quindi l’AKP si diceva aperto al dialogo con tutti i settori della società. Se ci fa caso ciò è molto simile al discorso che adesso sta facendo il neo sindaco di Istanbul, Imamoglu. In quel periodo la Turchia voleva entrare nell’UE, per cui aveva portato avanti delle riforme. I negoziati con Bruxelles si interruppero a causa del nodo di Cipro (divisa in due tra zona turca e zona greca ndr) sul quale non si trovò un compromesso».
Sul fronte interno invece quale è stata la causa del cambiamento?
«Inizialmente c’erano poteri che controbilanciavano quello dell’AKP, ed erano la magistratura e la Corte Costituzionale da un lato e l’esercito dall’altra. Le cose sono cambiate dal 2008 quando sono iniziati dei processi contro alti ranghi dell’esercito accusati di aver ordito un golpe. Alla fine tutti questi militari sono stati scagionati, però nel frattempo si erano creati dei vuoti di potere nell’esercito che sono stati riempiti da persone gradite al Governo. Poi il referendum del 2010 ha cambiato la composizione dell’organo di controllo della magistratura e anche la Corte costituzionale. Alla fine l’UE ha perso la sua influenza sulla Turchia mentre sul fronte interno militari e Corte costituzionale hanno cessato di controbilanciare il potere dell’AKP».
Con tutto ciò le proteste di Gezi Park hanno un qualche legame?
«Le manifestazioni erano iniziate per salvaguardare un parco ma poi si sono trasformate in proteste contro l’autoritarismo del Governo che stava prendendo piede».
Oggi l’AKP è meno compatto?
«Sì, è proprio così. In occasione delle elezioni dello scorso 31 marzo girava la voce che l’ex premier Davutoglu l’ex presidente Gul preparassero un nuovo partito. Per cui non è escluso che nel prossimo futuro vi saranno delle persone che lasceranno l’AKP per unirsi a una nuova formazione politica. Ma per ora non c’è nulla di definitivo».
