L'appello di Najmeh Amini, giovane condannata a morte per un post sui social: «Ascoltate la mia voce»

Il regime repressivo di Teheran torna a far discutere la comunità internazionale. La 23enne iraniana Najmeh Amini è infatti stata condannata a morte per un post sui social media considerato «blasfemo». Lo denunciano diverse organizzazioni per i diritti umani, spiegando che la studentessa è ritenuta colpevole di «sab ol-nabi» (insulto al profeta) ed è attualmente detenuta nel carcere di Vakilabad, nella città nord-orientale di Mashhad. Amini, nel corso di un secondo processo, è stata anche condannata a oltre 12 anni, sei mesi e un giorno di reclusione, con l'accusa di aver agito contro la sicurezza nazionale e di aver diffuso propaganda contro il regime. Per quanto riguarda la condanna a morte, per la giovane è ancora possibile fare ricorso in appello presso la Corte Suprema iraniana, spiegano le ONG.
La donna venne arrestata dalle forze di sicurezza iraniane a margine delle sanguinose proteste nazionali di inizio anno, sedate con una durissima azione repressiva dalle autorità. Secondo le ONG HRANA e HRAI, migliaia di persone vennero uccise durante quei tragici giorni del 2026 e oltre 50 mila furono arrestate. Il quotidiano Khorasan scrive che Amini è stata arrestata a Mashhad il 3 febbraio 2026 «a seguito di un'attività di monitoraggio da parte degli esperti della FATA (Polizia Cibernetica) volta a contrastare la criminalità informatica, con l'accusa di aver proferito insulti altamente volgari e offensivi contro gli Imam Infallibili».
Stando a un report pubblicato da HRANA, tra il 10 ottobre 2025 e l'8 ottobre 2026, Teheran ha autorizzato 2.003 esecuzioni in tutto l'Iran, con un incremento di circa il 29% rispetto al periodo di riferimento precedente. In media è stata giustiziata una persona ogni 4,35 ore. Circa il 95% delle esecuzioni documentate sono state effettuate in segreto o senza lasciar traccia sui media nazionali filogovernativi, mentre solo il 5% circa è stato riportato attraverso fonti ufficiali. Nello stesso periodo, sono state documentate ulteriori 230 condanne a morte.
In una registrazione audio diffusa dal carcere il mese scorso, Amini ha lanciato un appello per l'intervento internazionale, chiedendo alle Nazioni Unite, agli avvocati e alle organizzazioni per i diritti umani di indagare sul suo caso. «Oggi non voglio fare la figura dell'eroina. Voglio solo una cosa: che la mia voce sia ascoltata», ha detto la donna citata dal Guardian. E ancora: «Sono una ragazzina innocente con tante speranze e sogni. Ho dei genitori che mi aspettano. Una famiglia che ogni notte, con la paura di perdermi, trasforma la propria notte in un mattino».
Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights (IHRNGO), ha evidenziato che «condannare a morte una donna di 23 anni per ciò che ha espresso sui social media è uno sviluppo estremamente allarmante. Sebbene la blasfemia preveda la pena di morte secondo la legge iraniana e due uomini siano stati giustiziati per tale accusa nel 2023, questo caso rischia di ampliare l'uso della pena capitale contro la pacifica espressione online. Il fatto che la condanna sia stata inflitta a una giovane donna aggiunge un'ulteriore grave dimensione. Senza una forte risposta internazionale ora, rischiamo di assistere a un uso e a un'applicazione più ampi della pena di morte per motivi di espressione. La comunità internazionale deve chiedere che la condanna di Najmeh Amini venga annullata e sollecitare una moratoria immediata su tutte le esecuzioni».
Secondo l'articolo 262 del codice penale islamico iraniano, insultare il profeta Maometto o figure sciite venerate è punibile con la morte. Tuttavia, l'articolo 263 prevede delle eccezioni per le dichiarazioni rese in stato di ebbrezza o senza dolo, sebbene in determinate circostanze i colpevoli possano comunque essere puniti con fino a 74 frustate. Secondo il quotidiano Khorasan, Amini avrebbe dichiarato in tribunale di aver pubblicato i commenti mentre era in preda ad allucinazioni dopo aver assunto funghi allucinogeni con degli amici, e la sua difesa avrebbe sostenuto che si trattava di un «lapsus». Il giudice ha però respinto la tesi della difesa, chiedendo: «Perché, in quello stesso stato allucinatorio, non ha insultato altri individui o oppositori del regime, come gli Stati Uniti e Israele?».
Le esecuzioni per blasfemia sono relativamente rare rispetto ad altri reati puniti con la pena di morte. Le ultime esecuzioni registrate in Iran risalgono all'8 maggio 2023, quando Yousef Mehrdad e Sadrollah Fazeli Zare furono giustiziati per insulti al profeta.
