L'appello sullo Stretto di Hormuz cade nel vuoto, e ora Trump minaccia la NATO

Il presidente USA Donald Trump sembra aver fatto male i suoi calcoli lanciando un attacco a sorpresa contro il regime iraniano. La chiusura dello Stretto di Hormuz, da dove passa il 20% del petrolio mondiale, ma anche numerose altre risorse, sta sconvolgendo i mercati energetici globali. Possibile che uno scenario del genere non sia stato preso in considerazione prima di colpire Teheran?
Nelle scorse ore il capo della Casa Bianca è arrivato a lanciare un appello a diversi Paesi, Cina compresa, chiedendo il loro intervento nel tentativo di sbloccare la situazione. Una richiesta che sembra esser caduta nel vuoto o, comunque, recepita con freddo distacco. Nessuno sembra disposto a rischiare di entrare in guerra al fianco di Stati Uniti e Israele. Chiamati in causa dal tycoon, Giappone e Australia hanno per ora dichiarato di non avere intenzione di inviare navi militari in Medio Oriente per scortare le imbarcazioni attraverso la cruciale rotta commerciale. Pechino, invece, si è limitata a lanciare l’allarme sulla situazione allo Stretto di Hormuz, senza menzionare l'invio di imbarcazioni.
Improbabile che la Cina intervenga
Nello specifico, Trump ha esortato diversi Paesi, tra cui Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e Australia a intervenire, perché «è da lì che traggono la loro energia». Il presidente USA, in una intervista al Financial Times, ha affermato di aspettarsi che Pechino contribuisca a sbloccare lo stretto prima del suo incontro previsto a fine mese con il presidente cinese Xi Jinping: «Penso che anche la Cina debba dare una mano, perché il 90% del suo petrolio proviene dallo Stretto», ha avvertito il tycoon.
Dopo il suo appello, però, il portavoce del Ministero degli Esteri, Lin Jian, si è limitato a descrivere la situazione come «tesa» e «minacciosa» per la stabilità globale, affermando: «La Cina esorta ancora una volta tutte le parti a cessare immediatamente le azioni militari, evitare un'ulteriore escalation delle tensioni e impedire che le turbolenze regionali abbiano un impatto maggiore sullo sviluppo economico globale».
La CNN evidenzia come Trump, di fatto, stia chiedendo alla Cina di rischiare le proprie risorse militari in una guerra iniziata dagli Stati Uniti contro l'Iran, un amico di Pechino, dunque è improbabile che il Paese del Dragone accolga l'appello del leader americano. La Cina inoltre sembra in una posizione decisamente migliore rispetto al resto dell'Asia per quanto concerne la crisi energetica.
C'è chi prende tempo
E gli altri? La prima ministra giapponese Sanae Takaichi, nota sostenitrice di Trump, ha dichiarato che il Paese del Sol Levante, vincolato dalla costituzione contraria alla guerra, non ha intenzione di inviare navi militari a scortare le imbarcazioni in Medio Oriente, regione da cui proviene il 95% del suo petrolio: «Non abbiamo preso alcuna decisione in merito all'invio di navi di scorta. Continuiamo a valutare cosa il Giappone possa fare autonomamente e cosa sia possibile fare nell'ambito del quadro giuridico», ha dichiarato Takaichi in Parlamento.
Anche l'Australia per ora ha risposte picche, nonostante sia un importante alleato degli USA nella regione indo-pacifica, fortemente dipendente dagli idrocarburi mediorientali: «Sappiamo quanto sia incredibilmente importante, ma non è qualcosa che ci è stato chiesto né a cui stiamo contribuendo», ha dichiarato Catherine King, membro del gabinetto del primo ministro australiano Anthony Albanese, in un'intervista all'emittente ABC.
Stando alla Reuters, la Corea del Sud sta invece prendendo tempo esaminando «attentamente» la richiesta di Trump: «Ci consulteremo a stretto contatto con gli Stati Uniti in merito a questa questione e prenderemo una decisione dopo un'attenta valutazione», hanno riferito fonti dell'Ufficio presidenziale di Seul.
Il solo ad aver mostrato un tiepido appoggio a Washington è Keir Starmer. Il premier britannico ha dichiarato che il Regno Unito sta collaborando con gli alleati per formare una «coalizione» allargata a «diversi Paesi» per garantire la navigazione, senza però fornire ulteriori dettagli. Starmer ha spiegato che la rotta marittima è «vitale» per i commerci globali, aggiungendo che la sua riapertura «non è un compito facile». Il premier ha quindi assicurato che Londra «non si lascerà trascinare in una guerra più ampia».
Le minacce alla NATO e l'intervento UE
Trump ovviamente si aspettava una risposta corale e nelle scorse ora si è rivolto direttamente ai Paesi NATO, prevedendo per loro «un futuro molto brutto» se non dovessero intervenire. «È giusto che coloro che beneficiano dello Stretto contribuiscano a garantire che non accada nulla di male», ha dichiarato il tycoon in un'intervista al Financial Times, minacciando: «Se non ci sarà alcuna risposta o se la risposta sarà negativa, penso che sarà molto negativo per il futuro della NATO». Il leader americano ha poi menzionato gli aiuti statunitensi all'Ucraina nella guerra contro la Russia, aspettandosi che l'Europa contribuisca alla riapertura dello Stretto.
L'alto rappresentante dell'Unione europea Kaja Kallas, dal canto suo, ha fatto sapere di aver parlato con il segretario generale dell'ONU Antonio Guterres per «capire se è possibile avere un'iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell'Ucraina», precisando che la zona è «al di fuori dell'area di intervento della NATO». La chiusura della rotta commerciale non rappresenta un duro colpo unicamente per le fonti energetiche, ma è problematica «anche per quanto riguarda i fertilizzanti. E se quest'anno ci sarà carenza di fertilizzanti, l'anno prossimo si verificherà anche una carenza di cibo».
La ex prima ministra estone ha dichiarato: «Oggi cercheremo di capire se è possibile cambiare il mandato della missione Aspides, il punto è capire se gli Stati membri vogliono usare questa operazione per la sicurezza nell'area dello stretto di Hormuz». Kallas ha quindi aggiunto che la linea di comando di Aspides è «già pronta». L'UE starebbe dunque ragionando su una missione navale simile a quella effettuata per contrastare gli attacchi degli Houthi nel mar Rosso. Tra attese, ipotesi e valutazioni, sembra palpabile il timore di venir trascinati in una guerra che non mostra strategie chiare. E di cui non si vede una fine in tempi brevi.
