L'analisi del lunedì

L’atteso vertice Trump-Xi metterà a nudo un «G2» disfunzionale

In vista dell’incontro del 14-15 maggio, Stati Uniti e Cina arrivano con rivalità economiche e profonda sfiducia, tra rischi di crisi globali e passi falsi pericolosi - Un minimo di stabilità nei rapporti potrebbe limitare i danni, ma molto dipende dalle scelte dei rispettivi leader
Donald Trump e Xi Jinping dominano il mondo ma sono rivali. I rapporti internazionali sono retti da un equilibrio instabile. © AP/Mark Schiefelbein
The Economist
11.05.2026 06:00

Si dice talvolta, non da ultimo per bocca del presidente Donald Trump, che America e Cina siano ormai il G2, una coppia di superpotenze alla guida del mondo. È un pensiero cupo. Da una parte c’è un leader che tratta gli alleati come creduloni e sta smantellando le istituzioni che per decenni hanno sorretto la stabilità globale. Dall’altra, un regime autoritario che intimidisce i vicini e alimenta silenziosamente conflitti all’estero che potrebbe contribuire a disinnescare.

Peggio ancora, i due Paesi considerano i loro intrecci reciproci in materia di tecnologia e commercio come rischi per la sicurezza. La posta in gioco sarà dunque enorme quando Trump farà visita a Xi Jinping a Pechino il 14 e 15 maggio: il primo di quattro incontri previsti entro la fine del 2026. I prossimi sei mesi potrebbero plasmare i rapporti per anni, con conseguenze che andranno dall’intelligenza artificiale alle catene di approvvigionamento, da Taiwan all’Iran.

Le tensioni fra i due governi sono così profonde che sarebbe ingenuo aspettarsi una svolta. Se avessero più abilità e umiltà, Trump e Xi potrebbero evitare i conflitti più dannosi e individuare ambiti in cui collaborare a beneficio di tutti. È inquietante che tanto dipenda da Trump, che ha oscillato fra il definire Xi un caro amico e un nemico. Le opinioni di Xi sono più consolidate e questo è un problema a sua volta: è convinto che l’America sia in declino e che il mondo debba piegarsi alla Cina in ascesa.

I colloqui di Pechino si concentreranno sul commercio. Da quasi un decennio i due Paesi sono bloccati in una guerra commerciale intermittente. All’inizio del 2025 una rottura totale sembrava inevitabile, mentre entrambi aumentavano i dazi reciproci oltre il 100%. Da allora li hanno ridotti in quello che alcuni definiscono una tregua, ma che in realtà è uno stallo fondato sulla vulnerabilità reciproca. La Cina può paralizzare l’industria globale soffocando l’offerta di terre rare; l’America può brandire sanzioni devastanti sui beni ad alta tecnologia e sui flussi finanziari.

Questo stallo è instabile. Mentre l’America cerca di spezzare la presa cinese sulle terre rare, la Cina sostiene la produzione di semiconduttori e prova ad affrancarsi dal dollaro. Per ora, un buon risultato del vertice sarebbe che i due Paesi promettessero di essere prevedibili. La fiducia mal riposta di Trump nei dazi rende irrealistici dei tagli, ma mantenerli ai livelli attuali permetterebbe almeno alle imprese di andare avanti. Gli americani vogliono un Board of Trade per gestire il commercio fra i due Paesi. Sarebbe uno strumento macchinoso e farebbe poco per reindustrializzare l’America. Sarebbe meglio un meccanismo di dialogo regolare.

Un rischio evidente è quello di un errore di calcolo. I funzionari commerciali americani stanno indagando sulla sovraccapacità industriale e sul lavoro forzato in Cina, un’iniziativa che potrebbe servire da pretesto per imporre dazi più elevati nel giro di pochi mesi. Il 2 maggio la Cina ha adottato una «misura di blocco» che minaccia sanzioni finanziarie contro le aziende che rispettano determinate sanzioni americane. La Cina ha anche minacciato di colpire le imprese che spostano le catene di approvvigionamento in altri Paesi, proprio ciò che l’America le esorta a fare. Pechino sta dunque predisponendo una prova di conformità basata non sulla legge, bensì sul potere. I dirigenti globali dovranno scegliere quale governo temere di più.

I negoziatori americani hanno mantenuto la fase preparatoria del vertice concentrata sul commercio, non sulla sicurezza. Ma i cinesi intravedono un’opportunità nell’imprevedibilità del presidente americano. Potrebbero avere ragione. Così come i consiglieri cinesi temono di contraddire Xi, anche i funzionari della Casa Bianca si rimettono a Trump su tutto ciò che riguarda la Cina, Taiwan compresa.

Ed è proprio qui che Trump potrebbe pensare di poter allentare la tensione assumendo un atteggiamento più conciliante. I funzionari cinesi lasciano intendere che più egli si piegherà sulla questione di Taiwan, più la Cina farà concessioni sul commercio. Sperano che possa tagliare le vendite di armi all’isola o dichiararsi contrario all’indipendenza di Taiwan. Non dovrebbe abboccare all’esca. Sarebbe sbagliato tradire un partner democratico e avventato mettere in pericolo il principale produttore mondiale di chip. Inoltre, l’attuale assetto funziona, anche se Xi non lo ammetterebbe mai: Taiwan è prospera, la Cina in ascesa, l’Asia per lo più pacifica.

Il mondo, inoltre, deve far fronte ad altre urgenti questioni di sicurezza. L’attacco dell’America contro l’Iran è stato un errore strategico e la Cina si è accontentata di lasciarle raccogliere ciò che aveva seminato. Ora Pechino ha cominciato a cimentarsi nella diplomazia, incontrando questa settimana il ministro degli Esteri iraniano. Dovrebbe fare pressione sul regime iraniano perché negozi; oppure indurlo ad abbandonare il programma nucleare offrendo garanzie di sicurezza. Ma la sua avversione per i pantani internazionali la frena. E qualunque superiorità morale la Cina ritenga di avere sull’Iran è sminuita dal ruolo che svolge nel permettere a Vladimir Putin di combattere in Ucraina, acquistando gas russo e vendendo tecnologia a duplice uso. Trump dovrebbe spingere Xi a usare il suo peso a Mosca per contribuire a porre fine alla guerra in Ucraina. Invece, la questione entrerà appena nelle loro discussioni.

Il mondo in ostaggio della supremazia senza visione globale

Veri statisti troverebbero anche molto altro di cui occuparsi.  Le aziende statunitensi e cinesi sono alla frontiera dell’intelligenza artificiale. I loro governi dovrebbero quindi guidare il lavoro sui suoi rischi, come quelli legati alla biosicurezza.  Il cambiamento climatico, un tempo uno dei pochi ambiti di cooperazione, diventerà un punto cieco poiché l’amministrazione Trump rifugge da qualsiasi politica sul riscaldamento globale.  E il lavoro congiunto sulla prevenzione delle pandemie, un tempo abituale, è diventato delicato perché la Cina non tollera domande sull’eventualità che il virus Covid-19 sia fuoriuscito da un laboratorio di Wuhan. 

Nostalgia della guerra fredda

Le superpotenze non devono essere amiche per discutere di tutto questo. Al culmine della guerra fredda, America e Unione Sovietica raggiunsero accordi sulle armi nucleari, sulla scienza nello spazio, sui confini in Europa e sulla ricerca sul cancro.  I legami commerciali degli Stati Uniti con la Repubblica Popolare Cinese sono molto più stretti di quanto non lo siano mai stati quelli con l’Unione Sovietica. Purtroppo, entrambi i capi di Stato pensano che la cooperazione sia una trappola in cui l’altra parte potrebbe imporre loro delle regole. Questa logica rende prioritaria la supremazia, non i beni pubblici globali.  È quindi probabile che il vertice produca poco, oltre a sorrisi forzati. Una simile mancanza di ambizione è preoccupante. I consiglieri di entrambe le parti sostengono che almeno i due Paesi si parlano; eppure, per sostenere la cooperazione oltre l’amministrazione Trump, servono risultati.  Invece, l’unica cosa che tiene America e Cina al tavolo è la paura dei danni economici che ciascuna può infliggere all’altra. Il G2 non sta tanto guidando il mondo, quanto tenendolo in ostaggio