L’Europa fa muro sul Board per Gaza e sulla Groenlandia

L’Europa entra nel “new normal” dell’ordine globale post-americano un po’ più unita, ma anche con una buona dose di rassegnazione. Pure tra i leader di Paesi storicamente atlantisti è emersa la consapevolezza che qualcosa si è irrimediabilmente rotto nei rapporti con l’altra sponda dell’oceano. «La leadership USA della comunità transatlantica si basava sulla fiducia reciproca, su valori e interessi comuni. Non su dominio e coercizione», ha osservato il polacco Donald Tusk. «Nulla è irreparabile, ma certo qualcosa si è danneggiato», gli ha fatto eco lo svedese Ulf Kristersson. Se «le medie potenze devono muoversi insieme, per rimanere al tavolo e non finire nel menù» - come ha sintetizzato da Davos il canadese Mark Carney, non a caso interlocutore privilegiato dell’UE -, Bruxelles inizia a fare i “compiti a casa”. Riuscendo, in una certa misura, a compattare l’Unione di 27 Stati. Lo fa di fronte alla minaccia comune rappresentata non solo dalle bordate di Donald Trump contro un’Europa che ama descrivere sul viale del tramonto; ma pure dalle conseguenze del deterioramento dell’alleanza che si propagano su altri tavoli strategici, a cominciare dalla guerra russa in Ucraina, per cui serve tenere Washington agganciata.
Il summit dei leader - convocato d’urgenza per fare quadrato dopo l’annuncio di dazi del 10% contro gli Stati che avevano inviato soldati nella Groenlandia al centro delle mire del presidente USA -, si è svolto da programma, giovedì sera a Bruxelles, benché Trump avesse nel frattempo ritirato l’intimidazione. «La relazione transatlantica non è più la stessa di un anno fa. Ma l’Europa non vuole buttare via 80 anni di buoni rapporti, perché ogni divisione tra di noi va a beneficio dei nostri avversari», ha spiegato Kaja Kallas, alta rappresentante a capo della diplomazia dell’Unione. Le cinque ore di confronto franco e senza telefoni, nella sala multicolore dell’Europa Building, sono servite come una sorta di terapia collettiva. E a fissare qualche punto fermo. L’integrità territoriale della Groenlandia, ad esempio, è irrinunciabile, ha ribadito la premier danese Mette Frederiksen prima di volare a Nuuk, capitale del territorio semi-autonomo parte del Regno di Danimarca. Nessuna cessione territoriale, quindi; semmai, un maggiore ruolo della NATO nell’Artico per contenere Cina e Russia.
Il «bazooka» non attivato
«Siamo messi meglio che poche ore fa», ha fatto prova di ottimismo un alto funzionario UE. Ma l’imprevedibilità è la cifra della Casa Bianca, e Bruxelles veste la corazza. L’obiettivo è evitare strappi; l’imperativo, contenere i danni. Ritirate le minacce trumpiane, anche l’UE ha messo nel cassetto le misure evocate in rappresaglia. I controdazi su un volume d’affari pari a 93 miliardi di euro, attualmente sospesi, continueranno a esserlo almeno fino ad agosto. «Perché un accordo è un accordo, e come tale va rispettato», hanno puntualizzato dalla Commissione a proposito delle clausole inserite nell’armistizio commerciale dell’estate scorsa. Certo, fanno notare fonti diplomatiche, mai come stavolta si è arrivati vicini all’attivazione del “bazooka” UE, cioè lo strumento anti-coercizione per reagire a indebite pressioni economiche. Le misure previste, perlopiù in chiave di deterrenza, si spingono fino a limitare gli investimenti o la partecipazione agli appalti delle aziende USA nell’UE. Il “bazooka” era l’opzione preferita della Francia di Emmanuel Macron, che dopo aver messo in guardia dai pericoli di un continente «vassallo» ha invitato a «rimanere vigili». La linea del dialogo continua a viaggiare, invece, sull’asse Italia-Germania. «La nostra volontà di cooperare con gli USA rimane salda», ha detto Meloni durante un punto stampa congiunto con il cancelliere Friedrich Merz, a Villa Pamphilij per un vertice intergovernativo. Meloni ha parlato delle «relazioni privilegiate» con Washington, di Berlino e Roma «più vicine che mai» e di un momento storico che «impone all’UE di scegliere se intende essere protagonista del proprio destino o subirlo».
Pronti a fare la loro parte
Nell’ottica della gestione del rischio, gli europei hanno dosato con prudenza anche le parole riservate al “Board of Peace”, il club privato su invito e a pagamento che Trump ha svelato a margine del WEF. Solo due membri dell’UE si sono fatti vedere alla firma: Ungheria e Bulgaria. Assenti gli altri, compresi i vertici dell’Unione, seppure invitati. La porta, tuttavia, rimane aperta. «Non possiamo accettare le attuali strutture di governance», ha precisato Merz, ma «siamo pronti a esplorare nuovi formati con gli USA» per l’attuazione del piano di pace a Gaza. La posizione coincide con quella italiana: fugati i «seri dubbi» sulla compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite, gli europei farebbero la loro parte. Ma intanto, di fronte a un’America di cui non ci si può fidare, la priorità è intensificare le relazioni con il resto del mondo. Tra due giorni, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen sarà in India, ospite del premier Narendra Modi, con l’obiettivo di concludere un accordo di libero scambio e un patto di difesa. Un partenariato necessario, dicono a Bruxelles, tra «le due più grandi democrazie del pianeta».