«L'interesse principale del Qatar? Ripulire la propria immagine»

Ha senso per il Qatar - così come hanno scritto i magistrati dell’Ufficio centrale per la repressione della corruzione in Belgio - aver «versato ingenti somme di denaro e aver offerto regali a terzi che hanno una posizione significativa, politica o strategica, all’interno del Parlamento europeo»?
A che scopo gli emiri del piccolo Paese del Golfo Persico hanno riempito di dollari ed euro le tasche (e le valigie) di alcuni deputati semi-sconosciuti all’opinione pubblica e di oscuri funzionari dell’assemblea di Strasburgo?
Perché, insomma, un’istituzione lontanissima dal sentire comune qual è appunto l’Eurocamera, di cui ci si occupa in sostanza una volta ogni cinque anni a ridosso delle elezioni per il suo rinnovo, è improvvisamente precipitata al centro di una vicenda corruttiva dai risvolti potenzialmente esplosivi?
«Ripulire la propria immagine costa. Ma serve. Conviene», spiega al Corriere del Ticino Vittorio Emanuele Parsi, ordinario di Relazioni internazionali alla Cattolica di Milano e direttore del Master in economie politiche internazionali dell’USI. I parlamentari europei non saranno forse tra le persone più note, ma possono «contribuire a costruire scenari positivi. Il Qatar è stato a lungo sotto attacco per le notizie sulla corruzione legata all’assegnazione del Mondiale da parte della FIFA, o per la questione dei diritti dei lavoratori e dei morti sul lavoro nei cantieri degli stadi. C’era bisogno, per il governo di Doha, di mettere insieme un dossier in cui voci autorevoli si esprimessero in un certo modo. E allora, chi meglio della vicepresidente socialista del Parlamento europeo, Eva Kaili, o dell’ex segretario della Camera del lavoro di Milano, Pier Antonio Panzeri, un sindacalista italiano di sinistra che riconosce i progressi qatarioti nel campo dei diritti?».
Già, chi meglio di loro? In realtà, dice al Corriere del Ticino Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto per gli Studi di politica internazionale (ISPI), «il tentativo dei cosiddetti “Rentier State” di influenzare direttamente le politiche dei Paesi occidentali è noto da tempo e avviene sia con investimenti economici diretti nelle economie dei singoli Stati, sia con episodi corruttivi. Gli Emirati Arabi e lo stesso Qatar sono famosi per avere finanziato, con donazioni milionarie, importanti “Think Tank” americani capaci di condizionare la percezione dell’opinione pubblica degli Stati Uniti».
Ma nel caso del Parlamento europeo, oltre a una migliore reputazione, il governo di Doha tentava di ottenere anche risultati concreti, dice ancora Villa: «Ad esempio, la sospensione dell’obbligo di visto d’ingresso nei Paesi dell’Unione per i cittadini qatarioti».
L’operazione era quasi riuscita. L’assemblea di Strasburgo avrebbe infatti dovuto votare proprio su questo punto nei prossimi giorni. Lo scandalo esploso dopo gli arresti ordinati dalla magistratura belga ha però fermato tutto.
Non solo: ieri un testo che chiedeva la sospensione immediata di tutti i lavori legislativi relativi al Qatar è stato adottato dal Parlamento europeo con 541 voti a favore, 2 contrari e 3 astenuti. E in una conferenza stampa, convocata per commentare gli episodi di corruzione emersi negli ultimi giorni, la presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, ha annunciato di aver «chiesto una revisione» di ogni argomento relativo al Qatar «su cui si è lavorato».
Chi ha cambiato idea
Una cosa è evidente: le persone implicate nel Qatargate, e quelle su cui grava il sospetto di aver ricevuto denaro per influenzare le decisioni del Parlamento europeo, negli ultimi tempi avevano «cambiato idea» sull’Emirato.
Il 22 novembre scorso Eva Kaili, invitata quale componente della delegazione incaricata di sviluppare le relazioni dell’Unione europea con la penisola arabica, aveva ad esempio lodato pubblicamente, alla presenza del ministro del Lavoro del Qatar, le riforme del Governo di Doha in questo settore: «Il Qatar è un Paese leader nel diritto del lavoro - aveva detto -. Oggi la Coppa del Mondo in Qatar è la prova concreta di come la diplomazia sportiva possa realizzare una trasformazione storica di un Paese le cui riforme hanno ispirato il mondo arabo».
L’eurodeputato socialista belga Marc Tarabella, Il 9 dicembre 2014, in un’intervista a Le Monde, aveva chiesto alla FIFA di togliere l’organizzazione della Coppa del Mondo al Qatar, denunciando le condizioni di lavoro dei lavoratori stranieri e i sospetti di corruzione. A ottobre di quest’anno, intervistato da L’Avenir Huy-Waremme, sottolineava invece come «in pochi anni il Qatar avesse fatto enormi progressi in termini di lavoro e diritti umani, in gran parte indotti proprio dai Mondiali».
Pier Antonio Panzeri, nel 2017 presidente della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo, aveva accolto con favore la decisione dell’Arabia Saudita di imporre l’embargo al Qatar. Ma nell’aprile del 2019, durante una conferenza a Doha, definiva il Qatar «punto di riferimento per i diritti umani», dichiarazione subito rilanciata dal Gulf Times, quotidiano di proprietà dell’ex ministro qatariota dell’Energia Abdullah bin Hamad al-Attiyah.
