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Netanyahu: «Se non avessi attaccato l'Iran saremmo tutti morti»

Attaccare l'Iran «è stata una delle decisioni più facili che abbia mai preso da premier» — Lo ha detto Benjamin Netanyahu all'Onu – TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
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Netanyahu: «Se non avessi attaccato l'Iran saremmo tutti morti»

Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha chiesto il sostegno internazionale per la crisi umanitaria nel sud del Paese, affermando che la risposta non può più attendere. Lo scrive Al-Jazeera.

Intervenendo a un dialogo di alto livello a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, Salam ha dichiarato che la situazione è «particolarmente urgente nel sud». Ha affermato che sostenere il ritorno delle famiglie costrette a lasciare il Paese a causa degli attacchi e delle minacce israeliane, ripristinare i servizi essenziali e i mezzi di sussistenza e promuovere la ricostruzione «non può essere rimandato fino a quando l'attuale crisi non sarà considerata conclusa». «Per il Libano, superare la crisi significa affrontare queste questioni ora», ha concluso Salam.

Red. Online
24.09.2026 06:32
22:33
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Gli Usa cederanno all'Iraq un hub all'aeroporto di Baghdad

Gli Stati Uniti trasferiranno alle autorità irachene un centro diplomatico e logistico situato presso l'aeroporto di Baghdad, struttura ripetutamente presa di mira da gruppi sostenuti dall'Iran durante il conflitto in Medio Oriente; lo ha reso noto oggi il ministero degli Esteri.

Il dicastero ha comunicato la firma di un accordo con l'incaricato d'affari statunitense Steven Fagin per «cedere al governo iracheno il centro di supporto diplomatico, facente capo all'ambasciata Usa, situato presso l'aeroporto internazionale di Baghdad».

Tale iniziativa, ha aggiunto il ministero, rientra negli sforzi volti a porre fine alla presenza militare della coalizione a guida statunitense in Iraq, con il completamento del ritiro delle truppe rimanenti previsto entro il 30 settembre.

Da anni, gruppi armati sostenuti dall'Iran - che chiedono da tempo il ritiro delle truppe straniere - prendono di mira le strutture statunitensi e le forze della coalizione in Iraq. Durante il conflitto in Medio Oriente, tali gruppi hanno colpito siti Usa in oltre 600 occasioni, inclusa la struttura presso l'aeroporto di Baghdad.

20:42
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Netanyahu: «Se non avessi attaccato l'Iran saremmo tutti morti»

Attaccare l'Iran «è stata una delle decisioni più facili che abbia mai preso da premier». Lo ha detto Benjamin Netanyahu all'Onu aggiungendo che se non lo avesse fatto «saremmo tutti morti».

«Siamo nelle alture del Golan sin dai tempi di Mosè», ha aggiunto Netanyahu replicando al leader siriano Ahmad al-Sharaa che ieri, sempre dal palco dell'Onu, ha dichiarato che il Golan resterà territorio siriano.

«Vinceremo, non abbiamo altra scelta», ha detto ancora Netanyahu dopo aver raccontato del fratello ucciso e ripercorso l'attacco del 7 ottobre. «I mostri di Hamas hanno ucciso sopravvissuti dell'Olocausto, hanno stuprato le nostre donne e ucciso bambini», ha messo in evidenza.

«Pensavano che ci avrebbero atterrito, invece abbiamo combattuto come leoni», ha aggiunto, vantando il fatto che un Paese piccolo come Israele ha combattuto su sette fronti.

Netanyahu ha mostrato all'Assemblea dell'Onu uno dei cercapersone usati da Israele in Libano nel 2024. «Ve lo ricordate? Hezbollah se lo ricorda», ha detto.

«Continueremo a difendere il nostro Paese - ha aggiunto il premier israeliano -. Continueremo a vincere perché non abbiamo altra scelta. In questa battaglia contro i barbari abbiamo un partner come Trump, che ringrazio. Israele e l'America hanno agito insieme per salvare la civiltà».

18:14
18:14
Demolite 12 case in Cisgiordania, 91 persone senza tetto

Le forze israeliane hanno demolito le abitazioni di 91 persone ieri a Jinba, in Masafer Yatta, in Cisgiordania. Tra le 12 case distrutte, anche una appartenente a un operatore sanitario comunitario di Medici Senza Frontiere (Msf), oltre a cisterne d'acqua e ricoveri per animali. Lo comunica l'ong in una nota.

Si tratta della terza demolizione di massa in Masafer Yatta questo mese. «Non ci hanno nemmeno avvertito: sono semplicemente arrivati e hanno demolito tutto. Un soldato ha detto loro: 'Demolite tutto, non voglio trovare nulla in piedi'. Ma qualunque cosa facciano, resteremo qui e cercheremo con ogni mezzo di ricostruire la nostra casa» ha dichiarato l'operatore sanitario comunitario di Msf. I team della Ong hanno donato materassi, coperte e altri beni di prima necessità alle persone di Jinba che hanno visto distrutte le loro case.

È il quinto intervento di Msf questo mese in seguito a demolizioni, tutti avvenuti nelle colline a sud di Hebron e in Masafer Yatta.

17:30
17:30
L'Iran: «In caso di nuovi attacchi Usa il conflitto verrà esteso all'Oceano Indiano»

Un consigliere della Guida Suprema iraniana ha avvertito oggi che Teheran potrebbe estendere il conflitto mediorientale fino all'Oceano Indiano qualora gli Stati Uniti dovessero sferrare nuovi attacchi.

«Dato che il conflitto si è propagato dal Golfo Persico e dallo Stretto di Hormuz al Mar Rosso, è possibile che, in risposta a un'ulteriore escalation bellica, il fronte si allarghi ancora di più, raggiungendo l'Oceano Indiano e forse oltre», ha dichiarato Yahya Rahim Safavi in un video diffuso dall'agenzia di stampa iraniana Fars.

I ribelli Houthi dello Yemen, in lotta contro le forze governative sostenute dall'Arabia Saudita, hanno recentemente assunto il controllo della costa del Mar Rosso, rafforzando la propria presa sullo strategico stretto di Bab el-Mandeb, che collega l'Asia all'Europa attraverso il Canale di Suez. L'Iran fornisce da tempo sostegno militare agli Houthi, pur negando qualsiasi coinvolgimento diretto nel conflitto yemenita. La Repubblica Islamica ha inoltre bloccato lo Stretto di Hormuz, al largo delle coste iraniane, per ritorsione contro gli attacchi congiunti Usa-Israele che hanno innescato il conflitto in Medio Oriente alla fine di febbraio.

Iran e Stati Uniti si contendono ora il controllo di Hormuz, stretto attraverso il quale, prima della guerra, transitava gran parte del petrolio e del gas mondiali. Funzionari iraniani avevano già minacciato di estendere l'ambito geografico del conflitto qualora dovessero riprendere gli attacchi statunitensi. Tuttavia, l'avvertimento di oggi segna la prima volta in cui un consigliere della Guida Suprema iraniana ha menzionato esplicitamente l'Oceano Indiano, dove si trova una base militare strategica congiunta Usa-Regno Unito a Diego Garcia, a quasi 4'000 chilometri dall'Iran.

17:12
17:12
Abu Mazen: «Bene il piano di pace di Trump per Gaza, ma ci sono ancora vittime»

«Abbiamo accolto con favore il piano in 20 punti del presidente Usa Donald Trump, la risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza e la tabella di marcia per l'attuazione della seconda fase. L'obiettivo era porre fine all'aggressione contro il nostro popolo, garantire il ritiro delle forze di occupazione dalla Striscia di Gaza e avviare la ricostruzione della Striscia stessa. Tuttavia, purtroppo, non abbiamo visto nulla di tutto ciò concretizzarsi. Queste aggressioni letali continuano a mietere vittime tra uomini, donne e bambini a Gaza dopo quasi un anno». Lo ha detto il presidente palestinese Abu Mazen in videomessaggio all'Onu.

«Il popolo palestinese e la sua leadership non devono essere puniti per aver chiesto la fine dell'occupazione o per essersi rivolti all'Onu, alla Corte Internazionale di Giustizia e alla Corte Penale Internazionale. La nostra scelta di invocare il diritto internazionale e le sue istituzioni è una scelta pacifica e civile, non un atto contrario alla pace. Negare alla delegazione palestinese l'accesso alla sede dell'Onu costituisce una violazione degli obblighi degli Stati Uniti in qualità di Paese ospitante», ha aggiunto Abu Mazen.

«Esortiamo l'amministrazione americana - ha detto ancora il presidente palestinese - a revocare tali sanzioni e restrizioni, a tornare al dialogo e al rispetto reciproco e a collaborare con noi e con la comunità internazionale per attuare la soluzione a due Stati sulla base della legittimità internazionale e per instaurare la pace, anziché punire la parte che ha scelto la via del diritto internazionale e dell'azione politica e diplomatica per garantire i propri diritti».

«La nostra visione per la pace è chiara: un popolo palestinese che rimane sulla propria terra, padrone del proprio futuro, la presenza dei palestinesi accanto allo Stato di Israele, e una pace che apra la strada all'integrazione regionale, alla cooperazione, alla prosperità e alla sicurezza per tutti». ha aggiunto Abu Mazen. «Non lasceremo la nostra terra, non lasceremo che qualcuno decida il nostro futuro per noi, saremo noi a decidere», ha precisato.

«Non è possibile costruire una sicurezza duratura sull'occupazione di un altro popolo e sulla negazione dei suoi legittimi diritti - ha aggiunto - Abbiamo il nostro obiettivo nazionale: proteggere il nostro popolo dallo sfollamento e preservare la nostra terra e la sua unità». E ha spiegato che «ci siamo rivolti al presidente Donald Trump affinché onori gli impegni assunti lo scorso settembre: impedire l'annessione di terre palestinesi e respingere qualsiasi tentativo di trasferimento forzato della popolazione».

Eisenkot parla degli errori del 7 ottobre

Intanto, Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar e principale candidato dell'opposizione che punta a prendere il posto di Benjamin Netanyahu dopo il voto del 27 ottobre, ha rilasciato al Jerusalem Post la sua prima intervista in inglese in cui parla degli errori del 7 ottobre, dei partiti arabi con cui non entrerebbe in coalizione e del figlio caduto in guerra a Gaza.

Su un presunto tradimento da parte israeliana il 7 ottobre, Eisenkot ha dichiarato che è impossibile che ciò sia accaduto: «Inequivocabilmente, non c'è stato alcun tradimento. Conosco le persone e il sistema. Non c'è alcuna possibilità che qualcuno abbia tradito. Sono emersi invece una profonda negligenza, arroganza, disprezzo e mancanza di professionalità, in primo luogo da parte dei vertici militari e, successivamente, da parte dei vertici politici», ha spiegato, «e la cosa più grave è che tutti i ministri del governo si ricandidano alle elezioni, tranne l'allora ministro della difesa Yoav Gallant. Questo è inconcepibile», ha affermato, aggiungendo che una delle sue priorità (se eletto) sarà di istituire una commissione d'inchiesta statale ufficiale per indagare sui fallimenti del governo il 7 ottobre.

L'ultimo sondaggio di Channel 12 ha attribuito 23 seggi a Yashar, 20 al Likud e 13 al B'Yachad di Naftali Bennett. Ai partiti sionisti contrari a Netanyahu sono stati assegnati 54 seggi, insufficienti rispetto ai 61 necessari per ottenere la maggioranza alla Knesset senza i partiti arabi. Eisenkot risulta in vantaggio su Netanyahu con il 41% contro il 38%.

L'ex capo dell'Idf guardando a una futura coalizione ha posto una linea rossa sui partiti arabi: «Nel prossimo governo considererò un partner chiunque accetti Israele come Stato ebraico democratico, i valori della Dichiarazione di Indipendenza e l'obbligo di servizio. C'è una parte dei partiti arabi che non considera Hamas un'organizzazione terroristica. Nelle linee guida fondamentali del prossimo governo sarà scritto che chiunque non accetti che Hamas è un'organizzazione terroristica non sarà un partner del prossimo governo. Non vedo alcun partito arabo che accetti i miei principi», ha detto. Parlando del figlio morto a Gaza, Eisenkot ha affermato: «Non c'è dubbio che la sua morte mi spinga ad agire per essere degno del prezzo elevato che abbiamo pagato, sia come Paese che come famiglia».

Nel frattempo, un gruppo di ebrei berlinesi ha preso le difese della Linke contro le accuse di antisemitismo. «Il fatto che proprio la sinistra venga costantemente accusata di antisemitismo non è solo una cinica strumentalizzazione politica, ma equipara quasi ogni critica alla politica israeliana all'antisemitismo», si legge in una lettera aperta firmata da 150 ebrei berlinesi, tra cui le autrici Deborah Feldman ed Eva Menasse, come riporta la Dpa.

Nella lettera viene espresso appoggio a una possibile alleanza tra Linke, Verdi e Spd. Una coalizione rosso-rosso-verde avrebbe la forza di «affrontare le cause materiali delle tensioni sociali», scrivono gli autori della lettera. Domenica la Linke - con la candidata di punta Elif Eralp - ha vinto le elezioni per il Parlamento regionale. Il Consiglio centrale degli ebrei in Germania aveva successivamente messo in guardia i Verdi e l'Spd dal favorire l'ascesa al governo della Linke, spiegando che ciò metterebbe a rischio la vita ebraica nella capitale.

10:52
10:52
Ucciso il capo di Hamas che tenne prigionieri 7 ostaggi israeliani

L'Idf rende noto di aver ucciso a Gaza Mahmoud Abd al-Fattah Awad, un comandante di Hamas che ha partecipato alla detenzione di sette ostaggi civili israeliani. Daniella Gilboa, Karina Ariev, Doron Steinbrecher, Naama Levy, Ziv Berman, Omri Miran ed Eitan Mor furono tenuti in cattività in un tunnel sotterraneo nell'area di Gaza City.

10:28
10:28
Pechino ha inviato all'Iran 1.300 spedizioni con componenti per droni

La Cina ha inviato quest'anno, fino alla fine di giugno, circa 1'300 spedizioni aeree contenenti componenti per droni e missili in Iran. Lo scrive il Wsj che cita dati doganali.

Secondo il giornale, una di queste spedizioni è arrivata lo stesso giorno in cui Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un cessate il fuoco ad aprile, nell'ambito della guerra iniziata a febbraio. Due giorni dopo è arrivata un'altra spedizione contenente componenti per droni per un valore di oltre 6 milioni di dollari. Ciò fa seguito a quello che il Wall Street Journal ha rilevato essere un'impennata nei voli cargo dalla Cina all'Iran quest'anno, un fenomeno che, secondo la testata, è stato cruciale per il mantenimento dei programmi di armamento iraniani in un contesto di dure sanzioni statunitensi.

06:32
06:32
Il punto alle 6.00

Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha chiesto il sostegno internazionale per la crisi umanitaria nel sud del Paese, affermando che la risposta non può più attendere. Lo scrive Al-Jazeera.

Intervenendo a un dialogo di alto livello a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, Salam ha dichiarato che la situazione è «particolarmente urgente nel sud». Ha affermato che sostenere il ritorno delle famiglie costrette a lasciare il Paese a causa degli attacchi e delle minacce israeliane, ripristinare i servizi essenziali e i mezzi di sussistenza e promuovere la ricostruzione «non può essere rimandato fino a quando l'attuale crisi non sarà considerata conclusa». «Per il Libano, superare la crisi significa affrontare queste questioni ora», ha concluso Salam.