Luce verde all'esecuzione di Christa Pike in Tennessee, ma l'iniezione fallisce

La Corte suprema ha (infine) dato luce verde all'esecuzione di Christa Pike, la donna del Tennessee condannata alla pena capitale per l'uccisione di una coetanea quando aveva 18 anni.
Un tribunale federale aveva ordinato di sospendere in extremis l'iniezione letale per esaminare possibili circostanze attenuanti non prese in considerazione all'epoca del processo a metà anni Novanta. Infine, la Corte Suprema ha dato il via libera finale alla messa a morte. Ma la procedura è fallita.
Sono i giornalisti americani a fornire la cronaca di quanto accaduto alla prima donna messa a morte nello Stato da almeno duecento anni. Prima le autorità carcerarie hanno somministrato a Pike due dosi di pentobarbital. Hanno abbassato la tenda della sala stampa, per poi rialzarla tre minuti dopo. Ma Pike era ancora viva. La tenda è stata chiusa di nuovo. I testimoni hanno sentito il «rumore di un respiro» per lungo tempo, l'audio è stato interrotto e i giornalisti sono stati allontanati.
La portavoce del dipartimento di Correzione del Tennessee ha riferito alla stampa di non poter fornire informazioni immediate sull'accaduto, mentre all'esterno del carcere si attivava un viavai di ambulanze.
I legali di Pike hanno depositato un'istanza urgente alla Corte suprema e ad altri tribunali per interrompere l'esecuzione. La donna, denunciano, subisce una «agonia non necessaria», in violazione del diritto a non essere sottoposta a punizioni crudeli e inusuali. Il ricorso chiede inoltre di avviare immediatamente procedure salvavita, sottolineando che la mancata assistenza rappresenta una «deliberata indifferenza verso bisogni medici legittimi e seri».
In una nota ufficiale, gli avvocati hanno infine confermato che l'esecuzione della pena capitale «è fallita» e Christa Pike è in ospedale. I legali segnalano la «difficoltà di accesso alle vene, vene rotte, Pentobarbital degradato e assenza di assistenza medica di emergenza».
