Mark Carney e le lezioni del Canada alle medie potenze

Convinto che tutto gli sia dovuto, il Canada vive da decenni alle spalle dell’America. Come un parassita, gode dei vantaggi di essere il suo amato 51. Stato senza dare nulla in cambio. I canadesi sanno che non potrebbero fare a meno della protezione americana, eppure il loro ingrato primo ministro, Mark Carney, si rifiuta di inchinarsi al grande e bellissimo Paese al di là del confine.
È così che Donald Trump vede il Canada, in una visione che non lascia spazio a vantaggi reciproci fra i due alleati. Il presidente prepotente continua ad aumentare i dazi. Ha ribattezzato la parte meridionale del lago Ontario «lago America». In risposta, i consumatori canadesi sputano il bourbon del Kentucky e abbandonano Las Vegas. Carney, in carica da 18 mesi, non cede: è il protagonista di un lungo braccio di ferro, drammatico e avvincente.
A questo punto ci si sarebbe potuti aspettare che Carney avesse capitolato. Il Canada è soltanto una potenza di medie dimensioni, con un’economia così così e forze armate esigue. Le sue vulnerabilità abbondano. Una sarà evidente oggi, quando la provincia dell’Alberta terrà un referendum (non vincolante) sulla possibilità di separarsi un giorno dal Paese, portando con sé riserve petrolifere nel sottosuolo superiori a quelle degli interi Stati Uniti.
In realtà, Carney gode di grande favore. I sondaggi indicano che gli abitanti dell’Alberta probabilmente voteranno per restare. E sotto la sua guida il Canada sta facendo meglio di quanto ci si potrebbe aspettare. A gennaio, all’annuale raduno di Davos, era stato proprio Carney a sostenere che quelle da lui definite «medie potenze» dovessero trovare il modo di tenere testa alle potenze minacciose. Nove mesi dopo, il suo Paese offre lezioni su ciò che queste medie potenze dovrebbero fare quando il gigante egemone toglie loro il terreno sotto i piedi.
Queste lezioni cominciano con una salutare dose di realismo. Come abbiamo già sottolineato, le medie potenze non potranno mai sostituire le potenze egemoni nel sostenere istituzioni permanenti di grande peso come l’ONU. Il mondo è diventato più pericoloso perché tanto l’America quanto la Cina sfruttano o minano accordi e norme attraverso i quali il potere veniva condiviso. Incoraggiati, attori destabilizzanti come Russia e Iran diventano ancora più predatori. Coordinare le medie potenze più «erbivore» è spesso troppo difficile per ottenere risultati significativi, come si può constatare persino nel loro club più evoluto, l’Unione europea.
Alleanze per attenuare i danni
Eppure le medie potenze possono ancora attenuare parte dei danni, come dimostrano il Canada e i suoi alleati. Carney ha girato il mondo per stringere nuovi accordi commerciali e promuovere intese simboliche, come l’ipotesi di un’adesione associata all’UE. Analogamente, dopo che gli Stati Uniti si erano ritirati da un importante accordo commerciale transpacifico, noto come TPP, durante il primo mandato di Trump, il Giappone era intervenuto per rilanciarlo. Nel campo della difesa, il Canada sta riducendo la sua storica dipendenza dall’America e valuta l’acquisto di caccia svedesi Gripen, proprio come la Norvegia acquista fregate britanniche e gli Emirati Arabi Uniti comprano i droni all’avanguardia dell’Ucraina.
Quando si trovano di fronte a una minaccia specifica, le medie potenze possono far valere il proprio peso, come quando l’Europa ha respinto le mire di Trump sulla Groenlandia. I punti di forza e i limiti di questo approccio sono evidenti in Ucraina. Il sostegno finanziario e militare dell’Europa e del Canada, intensificatosi dopo il passo indietro americano, mostra come le medie potenze possano agire di concerto. L’esercito di Vladimir Putin paga un terribile tributo di sangue per le sue modeste conquiste nel Donbass. Anche i limiti sono evidenti, come ha dimostrato Trump con la «diplomazia del diesel» di questa settimana.
Riforme in patria
La lezione più importante del Canada emerge tuttavia da ciò che il pragmatico Carney sta facendo in patria. Qualche anno fa, la disastrosa politica del Paese e il suo governo in affanno sembravano non funzionare più. Il reddito pro capite era sceso dal 90% di quello americano negli anni Ottanta ad appena il 71% nel 2022, una flessione avvenuta in larga parte sulla scia di una recente impennata dell’immigrazione poco qualificata. Oggi Carney sta portando avanti misure attese da tempo per aumentare la produttività, aprire l’economia e innalzare la spesa per la difesa da un misero 1,3% del PIL al 2%.
Fra i suoi primi provvedimenti, ha abolito un’impopolare tassa sulle emissioni di carbonio a carico dei consumatori e si è impegnato a costruire un oleodotto per trasportare il petrolio dall’Alberta alla costa occidentale. Ha iniziato a ridurre le barriere al commercio interno, ha annullato un consistente aumento dell’imposta sulle plusvalenze, ha abbassato l’aliquota minima dell’imposta sul reddito e ha presentato piani per ridurre la spesa federale. Nella disputa commerciale con l’America, il Canada ha inoltre dimostrato di sapersi difendere, prendendo di mira con dazi reciproci le importazioni americane provenienti dagli Stati in bilico in vista delle elezioni di metà mandato e adoperandosi per ridurre la propria dipendenza di lungo periodo dal vicino.
Il premier spezza la «maledizione di Juncker»
Finora Carney è riuscito a sottrarsi alla cosiddetta «maledizione di Juncker», dal nome dell’ex presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Parlando di riforme, Juncker una volta disse: «Sappiamo tutti che cosa fare, ma non sappiamo come farci rieleggere dopo averlo fatto». Eppure la popolarità di Carney è in forte crescita proprio mentre porta avanti le riforme. Due anni fa, più di nove canadesi su dieci non erano in grado di riconoscerlo in fotografia. Oggi è tutto un abbraccio collettivo sotto la foglia d’acero: i sondaggi mostrano un indice di gradimento del primo ministro vicino al 70%. Sul piano internazionale, ha preso il posto del presidente francese Emmanuel Macron, in difficoltà, come idolo dei centristi. Il contrasto con Trump, poco amato dai suoi stessi elettori, è netto.
Certo, il Canada deve spingersi oltre e accelerare le riforme di liberalizzazione. È del tutto possibile che i rapporti con l’America migliorino quando Trump lascerà la Casa Bianca nel 2029, ma non è sicuro. Il Paese dovrebbe quindi adoperarsi per mantenere aperte le proprie opzioni.
L’orgoglio della foglia d’acero
Le altre medie potenze possono imparare dal Canada. Naturalmente, il Paese dispone di alcuni punti di forza che non possono replicare, come le immense riserve energetiche e minerarie e una posizione geografica fortunata, lontana dai focolai geopolitici più pericolosi. Esiste tuttavia lo spazio per collaborare a singoli progetti con obiettivi concreti e circoscritti.
E possono rafforzarsi all’estero facendo leva sulla necessità di cambiare al proprio interno. In un certo senso, Trump ha fatto un favore a tutte le democrazie, dando loro un motivo per affrontare problemi annosi che sembravano troppo difficili da risolvere. Le medie potenze devono prepararsi a un mondo pericoloso. Per capire che cosa fare, dovrebbero guardare a Carney e al Canada.
