Geopolitica

Midterm, Israele perde terreno: il sostegno americano non è più così scontato

Le Midterm segnano un cambio di clima negli Stati Uniti: cresce la distanza nei confronti del governo Netanyahu, anche tra i repubblicani — E il premier israeliano teme un progressivo isolamento diplomatico e militare
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Red. Online
07.11.2026 22:00

Una vittoria netta, definita da molti «un’onda blu», quella ottenuta il 3 novembre dai Democratici alle Midterm, analizzata in maniera insolitamente schietta la mattina seguente da J.D. Vance. E il dito del vicepresidente è puntato contro una sola questione: la guerra. Un’accusa apparsa senza troppi giri di parole nella sua analisi elettorale, nella quale ha elencato le quattro principali preoccupazioni del partito dell’Asinello, che si è aggiudicato la maggioranza dei seggi. Tra i temi, e timori, dei democratici ci sarebbero la fine dei conflitti, una riduzione del costo della vita, una politica «America first» e, infine, un cambiamento nei rapporti con Israele.

Dichiarazioni che hanno inevitabilmente dominato le prime pagine dei quotidiani israeliani.

Di fatto, lo Stato ebraico si troverebbe ora – come riportato dalla NZZ – in uno stato di shock non solo a causa di quanto affermato da Vance, ma anche e soprattutto a causa dei risultati elettorali, definiti da alcuni giornalisti «una catastrofe». Il motivo? Queste elezioni di metà mandato hanno di fatto lanciato un chiaro segnale: in futuro Israele non potrà più fare affidamento incondizionato su quello che fino a pochi giorni fa era il suo principale alleato.

Ma i segnali di un cambiamento da parte dell’opinione pubblica statunitense nei confronti di Israele stavano emergendo già da tempo. Nel mese di febbraio un sondaggio mostrava che solo il 36% dei cittadini a stelle e strisce simpatizzava ancora con lo stato ebraico; il 41% si schierava inoltre dalla parte dei palestinesi. E a luglio questi dati avevano trovato conferma, quando il 62% delle persone interpellate affermava di avere un’opinione negativa nei confronti del governo di Netanyahu.

A essere stato usato come strumento di campagna elettorale da parte della sinistra americana è stata infatti l’indignazione generale per quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza, considerato dalla maggioranza dell’opinione pubblica un vero e proprio genocidio. Una posizione che nel 2025 aveva portato all’elezione a New York di Zohran Mamdani in qualità di sindaco.

E le critiche a Israele all’interno del Partito Democratico non sono una rarità. Nel mese di luglio di quest’anno, alla Camera dei rappresentanti, ben 103 deputati dem avevano votato favorevolmente alla sospensione degli aiuti in ambito militare a Israele.

Ora, posizioni apertamente antisraeliane hanno anche portato, in Michigan, Abdul El-Sayed alla conquista di un seggio al Senato.

Un cambio di posizione anche tra i Repubblicani

Ma anche tra i repubblicani il vento sta cambiando. Se inizialmente le critiche a Israele arrivavano soprattutto da esponenti dell’ala più radicale della destra, come Marjorie Taylor Greene e Tucker Carlson, le dichiarazioni di Vance dimostrano che il sostegno allo Stato ebraico divide ormai anche il movimento MAGA.

E anche Trump sembra aver colto questo cambiamento. La mattina delle elezioni di metà mandato ha infatti annunciato a sorpresa l’intenzione di interrompere a fine anno gli aiuti militari a Israele, pari a 3,8 miliardi di dollari, nonostante l’accordo attuale scada soltanto nel settembre 2028. Secondo il presidente, Israele non ha bisogno di quei finanziamenti, che rappresentano un argomento a favore dei democratici di sinistra.

Anche se il tycoon avesse confuso le date, da gennaio il Congresso a maggioranza democratica potrebbe comunque ridurre gli aiuti a Israele, decidendo annualmente gli stanziamenti. Potrebbe inoltre negare i fondi necessari per proseguire la guerra contro l’Iran.

Israele non deve diventare una «Super Sparta»

Tuttavia, Israele può ancora contare su numerosi sostenitori in entrambi i partiti americani, anche se dovrà prepararsi a tempi più difficili.

Netanyahu sta quindi già mettendo il Paese in guardia dal rischio di isolamento. «L'America è cambiata», aveva dichiarato prima del voto, avvertendo che la fine degli aiuti militari potrebbe essere soltanto una questione di tempo. Il premier punta quindi a un Israele economicamente e militarmente autosufficiente, una «Super Sparta», anche attraverso l'uso delle criptovalute per aggirare eventuali sanzioni internazionali.

Ma l'isolamento non può essere la soluzione. Israele ha di fatto bisogno di un governo capace di preservare i rapporti con Washington al di là delle divisioni politiche, senza legare il proprio destino a Trump. L'esecutivo Netanyahu non sembra però in grado di farlo. Una svolta, tuttavia, appare ancora lontana: lo stallo seguito alle elezioni israeliane lascia pochi margini di cambiamento.