USA verso il voto

Midterm, la sinistra progressista cambia la strategia politica Dem

La sconfitta nelle primarie per il Senato e per la Camera di alcuni candidati sostenuti dall’establishment del partito ha riaperto in maniera prepotente il dibattito su quale linea mantenere per riconquistare la maggioranza nei due rami del Congresso - In Michigan e in Florida i risultati più inattesi
Abdul El-Sayed, 42 anni, epidemiologo già assistente alla Columbia University e poi direttore dell’Ufficio sanitario di Detroit, ha vinto le primarie dem per il Senato in Michigan. ©Julia Demaree Nikhinson
Dario Campione
20.08.2026 21:00

Angie Nixon e Abdul El-Sayed. E, prima di loro, Zohran Mamdani. Un movimento di giovani outsider progressisti sta assaltando la politica negli Stati Uniti, in parte conquistandola. E in tutto il Paese, a 75 giorni dal voto di midterm, si moltiplicano le analisi su quanto la nuova sinistra stia rimodellando - o tentando di rimodellare - a propria immagine il partito democratico. Le vittorie di Angie Nixon in Florida e, soprattutto, di Abdul El-Sayed in Michigan, dimostrano - come ha scritto il New York Times - che «il nuovo livello di forza politica» cui sono giunti «i candidati affiliati a una sinistra rinascente e attivista», e provano «che il loro movimento può essere competitivo nelle primarie a livello statale, ben oltre i distretti della Camera profondamente blu». Avere il sostegno esplicito di gruppi di sinistra come Our Revolution, Justice Democrats e Democratic Socialists of America (DSA) comincia a diventare un fattore di potenziale successo.

Da Sanders a Mamdani

La corrente che, in questi anni, ha spinto in alto prima il senatore del Vermont Bernie Sanders e poi la deputata newyorchese Alexandria Ocasio-Cortez ha preso le sembianze di un’onda lunga. Soprattutto dopo la vittoria nella Grande Mela di Zohran Mamdani, il quale - spinto da una sinistra attivista e progressista animata dalla causa palestinese e dalla furia verso i miliardari - è diventato a sorpresa sindaco, incoraggiando una nuova classe di candidati democratici ad abbracciare una visione altrettanto audace.

Così, Darializa Avila Chevalier, una socialista democratica che ha espresso sostegno all’abolizione della polizia, dei confini e delle prigioni e alla confisca dei terreni ai grandi proprietari fondiari, ha sconfitto a New York, nelle primarie per la Camera dei Rappresentanti, l’uscente Adriano Espaillat, presidente del Congressional Hispanic Caucus. Mentre in Minnesota, la vicegovernatrice in carica Peggy Flanagan, attivista dei diritti dei nativi americani, ha battuto alle primarie la moderata Angie Craig con 20 punti percentuali di scarto e sfiderà la repubblicana Michelle Tafoya per uno dei due seggi senatoriali dello Stato.

Il risultato più significativo per la sinistra dem è però giunto dal Michigan, lo Stato di Barack Obama, dove il 42.enne Abdul El-Sayed - epidemiologo, già assistente alla Columbia University e poi direttore dell’Ufficio sanitario di Detroit - ha vinto le primarie contro la candidata dell’establishment democratico, Haley Stevens, appoggiata dai gruppi filo-israeliani: una scelta evidentemente sbagliata in uno Stato nel quale gli attivisti progressisti sono particolarmente mobilitati contro il comportamento di Israele a Gaza.

Princìpi unificanti

Tutti questi candidati progressisti condividono alcuni princìpi unificanti: sostegno a Medicare for All, opposizione ai data center di intelligenza artificiale, impegno a limitare il lobbismo politico, opposizione al sostegno americano a Israele alimentata dalla convinzione che la guerra di Gaza sia stata un genocidio. «Se i nostri candidati continuano a parlare delle questioni rilevanti per la gente comune - ha detto Bernie Sanders al Washington Post - le questioni dell’accessibilità economica, delle questioni della sanità, delle questioni di istruzione, dell’alloggio, delle necessità fondamentali della vita, della protezione della Social Security, vinceranno alla grande contro i repubblicani».

Un ottimismo, quello di Sanders, non condiviso in modo unanime nel fronte democratico. E nemmeno in quello socialista. In una lucida analisi pubblicata alcuni giorni fa sul Guardian, Ben Davis - già a capo del team dati della campagna di Sanders del 2020 e dirigente DSA - ha ammesso che «il progetto di costruire una base di sinistra e trasformarla in una maggioranza duratura, anche all’interno del partito democratico, è ancora un progetto di lungo termine».

Come giudicare la forza della sinistra progressista? Se lo è chiesto sulle colonne del New York Times Nat Cohn, il più importante e noto editorialista politico del giornale dell’8th Avenue.

I soldi non bastano più

«La sinistra progressista - ha scritto Cohn - sta vivendo la sua migliore stagione primaria di sempre, incluse vittorie di alto profilo contro uscenti democratici ben affermati. Ma non è chiaro se la sia minimamente forte come le sue vittorie più appariscenti possono far sembrare».

I risultati degli ultimi giorni, ha ripetuto Ben Davis, mostrano «che una quota significativa aggiuntiva di elettori delle primarie democratiche, forse il 10-15%, è ora disposta a sostenere costantemente i candidati di sinistra, oltre alla base di sinistra esistente. Questo non significa, però, che ogni candidato sostenuto dalla DSA o dal più ampio movimento progressista vincerà automaticamente. La campagna vera e propria conta ancora moltissimo; una larga parte degli elettori democratici rimane moderata, sotto pressione incrociata o principalmente guidata dai candidati».

Una cosa, tuttavia, è ormai chiara: i soldi, da soli, non bastano più a determinare il risultato finale. Angie Nixon, in Florida, ha condotto una campagna nelle primarie per il Senato da vera e propria outsider, e non si è potuta permettere nemmeno uno spot televisivo. Secondo AdImpact, società di monitoraggio dei media, ha speso 60.000 dollari di pubblicità, contro i 2,2 milioni del suo competitor, Alex Vindman. E, in totale, ha raccolto “soltanto” 975.000 dollari, rispetto agli oltre 16,3 milioni di Vindman, il quale era pure sostenuto dal gruppo dirigente dem. Ma Nixon ha vinto. Ha vinto tornando al passato. Parlando con la gente. Incontrandola. Nell’ultimo comizio, in un wine bar nel centro di Fort Lauderdale, davanti a centinaia di persone, per lo più giovani, compresi alcuni influencer social, Nixon ha chiesto aiuto. Collaborazione diretta. Mobilitazione. «Nel corso dei 250 anni di questo Paese, ogni volta che siamo stati di fronte all’oppressione, l’abbiamo affrontata con la resistenza - ha detto - Non abbiamo nulla da perdere».