L'analisi

Minneapolis è il sintomo di un malessere profondo che Trump non sembra voler curare

La società americana, da tempo, è spaccata in due: divisa, litigiosa, incapace di trovare un compromesso – Ma se l'autorità federale gioca a fare il capo fazione, la partita è truccata in partenza
©Caroline Brehman
Marcello Pelizzari
25.01.2026 13:29

America, che succede? Bella domanda. Ce la poniamo da anni, oramai. Abituati, purtroppo, alla spaccatura, profonda, che attraversa gli Stati Uniti. Minneapolis sembra un film già visto. Anche se il finale, di volta in volta, è sempre più cupo. A preoccupare, nello specifico, è il modo attraverso cui il potere federale agisce. A nervi scoperti, mostrando forza e muscoli, passando sopra tutto e tutti, con un autoritarismo che richiama precedenti terribili. La morte di un’altra persona per mano dell’ICE, la «Polizia dell’immigrazione», è solo l’ultimo episodio di un’escalation che, vista da qui, stupisce e spaventa. A prescindere dalle ragioni degli uni e degli altri.  

La società americana, da tempo, è spaccata in due. Divisa, litigiosa, incapace di trovare un compromesso. Da una parte l’appello dei manifestanti, definiti dall’attuale amministrazione «agitatori professionisti» al soldo di non si sa bene chi e «insorti», di qui l’uso massiccio di agenti federali a Minneapolis; dall’altra il richiamo marziale del law and order elettorale. In mezzo? Il vuoto. O, meglio, la citata spaccatura. Con tanti saluti al dialogo e alla comprensione reciproca, al punto che perfino fra le mura domestiche, in famiglia, in quelle stesse famiglie sbandierate dalle tante, tantissime pubblicità trasmesse durante il Super Bowl, certi temi sono diventati tabù. Quando una democrazia smette di parlare e inizia solo e soltanto a gridare, il passo successivo è quasi sempre il pugno chiuso. Con tutte le conseguenze del caso rispetto alla tenuta stessa del Paese. Ahia. 

Riavvolgendo il nastro e venendo al punto centrale, il ruolo e le metodologie dell’ICE, vedere agenti federali operare come una milizia privata, con divise e tattiche che ricordano più certi regimi sudamericani degli anni Settanta che la patria di Abramo Lincoln, fa riflettere. E pure parecchio. L’ICE oggi sembra muoversi con un’impunità che, se non spaventare, quantomeno deve far riflettere: arresti lampo, furgoni civetta, spregio per le autorità locali. C’è chi parla di squadristi con il distintivo, una forza d’urto che risponde a una logica di fazione e non solo (o non più) alla Costituzione.

Perché trasformare un’agenzia governativa in un braccio, politico, armato? Perché, a cominciare dalle dichiarazioni dell’amministrazione, da Trump in giù insomma, la legge sta diventando una sorta di optional nel nome della sicurezza? Quale sicurezza, poi? Girando la questione: le autorità locali avrebbero potuto e dovuto fare di più per evitare il baratro? Trump si è infilato, con l’ICE, nel pasticciaccio comunicativo messo in piedi dal governatore Tim Waltz, incapace di reagire politicamente a un vasto scandalo di frode con epicentro nel Minnesota. Scandalo che ha «consentito» allo stesso Trump di cavalcare la narrazione dei migranti «brutti, sporchi e cattivi» fino ad arrivare a sostenere che gli abusi, perpetrati con i soldi dei contribuenti, servissero a finanziare il terrorismo somalo. Se il sindaco e il governatore avessero agito con polso e lungimiranza sin dal primo minuto, forse, avrebbero tolto all'amministrazione federale il pretesto per intervenire con armi, scarponi pesanti e potere assoluto. 

Detto questo, e concludendo, Minneapolis è il sintomo di un malessere diffuso e profondo. Se il garante dell’unità nazionale decide di giocare a fare il capo fazione, allora la partita è truccata in partenza. Resta da capire se il sistema avrà gli anticorpi per reagire o se il sangue continuerà a scorrere, mostrandoci immagini sempre più violente di un tramonto che non avevamo previsto o, peggio ancora, dell’alba di una guerra civile.

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