L'intervista

«Mosca non cerca una tregua, tenta piuttosto di dettare le condizioni»

Riccardo Mario Cucciolla, storico della Russia e docente all'Università Orientale di Napoli, analizza lo stato attuale del conflitto che da 3 anni e otto mesi insanguina l'Europa
La guerra in Ucraina non si ferma. I russi non sembrano interessati a una tregua né a un cessate il fuoco definitivo. ©Andrii Marienko
Dario Campione
23.10.2025 06:00

Riccardo Mario Cucciolla insegna Storia della Russia all’Orientale di Napoli. Il suo campo di studi riguarda, in particolare, la storia dello spazio sovietico e post-sovietico. Nel 2024 ha curato, con Niccolò Pianciola, il volume Le trasformazioni della Russia putiniana. Stato, società, opposizione, pubblicato da Viella.

Professor Cucciolla, partiamo dall’offensiva diplomatica di Donald Trump: sembra non avere alcun tipo di risultato con la Russia, diversamente da quanto accaduto con Israele. Perché?
«Credo che anche l’ultimo colloquio tra il segretario di Stato USA Marco Rubio e il ministro russo degli Esteri Sergej Lavrov sia la prova di come Mosca, in questo momento, non abbia interesse a un cessate il fuoco, né a una tregua. Vuole piuttosto una risoluzione finale con determinate garanzie. Il punto è che le condizioni poste sono impraticabili, a partire dal riconoscimento della sovranità russa sull’intero Donbass, un territorio per il quale si combatte ormai da 44 mesi. La guerra non è andata come Vladimir Putin e come i suoi generali speravano. Non è stata una guerra lampo, e non ha portato a particolari conquiste in termini territoriali. Di converso, ha comportato altissimi costi umani, economici e politici. Come ha rivelato alcuni giorni fa l’intelligence britannica, se il Cremlino veramente punta a prendere tutto il Donbass, con questi ritmi potrà sì conquistarlo, ma non prima di altri quattro anni. Se la Russia vuole vincere sul campo questa guerra, sa di dover impegnarsi ancora molto a lungo, e di dover impegnare moltissime risorse».

È quindi una situazione senza via d’uscita?
«Sicuramente, è una situazione molto complicata, dato che sia Putin sia Volodymyr Zelensky vogliono poter rivendicare una vittoria. Zelensky, in verità, una vittoria politica l’ha già conseguita: nel febbraio 2022, all’atto dell’invasione, Putin negava l’esistenza stessa dell’Ucraina e sosteneva l’illegittimità del governo di Kiev. Adesso Trump gli chiede di rinunciare a territori che la Russia non ha nemmeno conquistato sul campo, e per i quali gli ucraini stanno combattendo, con coraggio, da quasi quattro anni. La domanda, inevitabile, è: perché dovrebbe farlo?».

Allo stesso modo, Putin non può mettere fine ai combattimenti senza ottenere un risultato concreto. Dire ai russi, “abbiamo sbagliato tutto, è stato un equivoco” costato, peraltro, un milione di morti, è impossibile.
«Assolutamente sì. Putin puntava a neutralizzare il cuore dell’Ucraina - ricordiamoci Bucha e l’offensiva organizzata per prendere Kiev già nelle prime settimane. Il Cremlino immaginava di dover combattere una guerra facile da vincere, e di breve durata. Pensava di trovarsi di fronte uno Stato debole. Ma l’Ucraina era forse debole nel 2014. Nel frattempo, aveva riorganizzato l’esercito con nuovi effettivi e nuovi armamenti, e ripensato la propria difesa. Da parte della Russia c’è stata una sottovalutazione dei rischi. Putin sperava di conquistare non soltanto Kiev, ma anche Sumy, Charkiv e Odessa. Voleva raggiungere la linea del Dnipro e forse lasciare un moncone a un’eventuale Stato ucraino. Tutti obiettivi falliti. Il leader del Cremlino credeva davvero che l’Ucraina non esistesse, e che gli stessi ucraini non avrebbero resistito davanti a un’avanzata feroce e rapida dell’esercito russo. Ma le premesse e le promesse di riprendere territori considerati storicamente russi, o venduti come tali, si sono infrante contro una popolazione che si è mobilitata e ha sostenuto la causa della resistenza. L’esercito russo non è stato accolto a braccia aperte, come fosse un esercito di liberatori. Persino le popolazioni e le comunità russofone non hanno voluto essere “russe”, e lo hanno dimostrato resistendo all’invasione organizzata da Mosca. Dopo anni di combattimenti, e forse già un milione di morti, la Russia non ha conquistato l’Ucraina e controlla poco più di quello che controllava dal 2014 in poi. Come può essere, questa, una vittoria militare e politica per Putin?»

Trump ha una percezione errata della guerra, valuta in modo scorretto la resistenza ucraina

Qual è, allora, l’errore di Trump in questo tentativo di mediazione?
«Credo che Trump abbia una percezione errata della guerra in Ucraina, una guerra che probabilmente Putin non vuole concludere. Chi si occupa di spazio post-sovietico sa che, tra tanti scetticismi, con un’azione personale Trump è riuscito a chiudere la questione del Nagorno-Karabak, cosa nella quale avevano fallito in tanti negli ultimi trent’anni. Ce l’ha fatta perché nel Nagorno-Karabak ci sono un chiaro vincitore e un chiaro sconfitto. In Ucraina è diverso. In Ucraina chi è stato invaso resiste. Trump finisce per scagliarsi contro quella che sembra essere la parte debole, la parte testarda, la definisce. Ma Zelensky fa il suo lavoro, è un capo di Stato e difende il suo territorio e il suo popolo».

Nel frattempo, che cosa sta succedendo in Russia oltre all’accentuarsi delle forme di autoritarismo del potere politico? È vero che la società russa è stanca?
«La stanchezza c’è, ed è manifesta soprattutto in un’élite che non è mai stata necessariamente filo-putiniana. Tantissimi hanno lasciato il Paese: migliaia tra professori, ingegneri, tecnici, manager. In questo momento se ne vanno soprattutto gli esperti di IT, il settore dell’informatica, che era forse uno dei fiori all’occhiello della Russia post-sovietica, un settore molto competitivo. Putin rischia di ritrovarsi un po’ come Stalin durante la guerra civile, con un Paese svuotato della propria intellighenzia, della classe intellettuale più competente».

E chi non è in grado di lasciare il Paese? Che cosa pensano le classi popolari russe?
«La guerra è fortemente impopolare. E se durasse ancora alcuni anni, potrebbe diventare insostenibile dal punto di vista economico-sociale. La base dell’esercito russo in questo momento portato al massacro proviene dalle regioni più periferiche, ma progressivamente ci sono state piccole mobilitazioni parziali che hanno iniziato a riguardare anche i figli dell’élite cittadina. La guerra non è popolare e non è sostenibile sul lungo periodo, al punto che Vladimir Putin è dovuto ricorrere anche ad alcuni alleati scomodi come la Corea del Nord non soltanto per l’acquisto di materiale bellico, munizioni, droni, e così via, ma anche per rigenerare l’esercito. D’altronde, i programmi di arruolamento dei giovani russi prevedono costi e un sistema di incentivi sempre più onerosi».