Pandemia

«Negli USA le vaccinazioni accelerano, l’Europa invece ha fallito»

Con Federico Rampini, corrispondente di «Repubblica» a New York, parliamo della situazione negli Stati Uniti: «Qua quasi 2 milioni di immunizzati al giorno, in UE troppa burocrazia e i Paesi pensano al ‘si salvi chi può’»
©EPA/Doug Mills
Michele Montanari
05.03.2021 06:00

La campagna di vaccinazione in Unione europea sembra procedere a rilento, con i Paesi membri che sempre più mostrano insofferenza: in alcuni Stati la diffusione del contagio è ripartita, mentre altri stanno facendo i conti con lockdown prolungati e restrizioni più o meno severe. Austria e Danimarca si sono rivolte ad Israele, un cambio di rotta, questo, che ha messo in discussione l’efficacia della strategia di Bruxelles. Negli Stati Uniti, dopo l’approvazione del siero prodotto da Johnson & Johnson da parte della FDA (Food and Drug Administration), il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato che entro fine maggio ci saranno vaccini per tutti gli americani. Una dichiarazione clamorosa che di fatto significa l’arrivo anticipato al traguardo previsto inizialmente per la fine di luglio. L’Europa continentale, Svizzera compresa, sembra invece molto in ritardo con le vaccinazioni, soprattutto rispetto ad Israele, Emirati Arabi, Regno Unito e Stati Uniti. Con il corrispondente di «Repubblica» a New York Federico Rampini, giornalista italiano naturalizzato statunitense, abbiamo parlato della situazione negli USA.

Come procede la campagna di vaccinazione negli USA?

«Procede piuttosto bene, siamo ormai vicini ad un quarto della popolazione vaccinata: siamo alla soglia del 25%. Gli Stati Uniti sono il terzo Paese al mondo, se consideriamo quelli più significativi e in relazione alla popolazione, per tasso di immunizzazione, dietro a Israele e Regno Unito. È già un buon risultato, e ora la campagna di vaccinazione sta accelerando perché in questi giorni ci stiamo avvicinando ai 2 milioni di vaccinati al giorno. Il ritmo è ottimo e dovrebbe consentire a Biden di raggiungere l’obiettivo annunciato negli scorsi giorni, cioè avere entro fine maggio vaccini a disposizione per tutti gli americani che vogliono farsi immunizzare».

I vaccini saranno a pagamento?

«Il vaccino non è mai stato a pagamento. In Europa ci sono degli stereotipi e dei miti da sfatare: nessuna vaccinazione negli USA è mai stata a pagamento. La campagna di immunizzazione è iniziata sotto Trump, e Biden, in questo campo, ha raccolto un’eredità positiva: il siero è sempre stato universale e gratuito. Non serve l’assicurazione medica e vengono vaccinati anche gli immigrati senza permesso di soggiorno. È sempre stato così, anche per tutte le vaccinazioni precedenti, inclusa l’influenza, e con chiunque fosse alla Casa Bianca».

Negli scorsi giorni l’FDA ha approvato con autorizzazione di emergenza il vaccino di Johnson & Johnson. Cosa sappiamo su questo prodotto?

«Proprio ieri ho parlato con Alex Gorsky, il CEO di Johnson & Johnson. Ovviamente lui parla bene del suo vaccino, ci mancherebbe altro. Johnson & Johnson ha il vantaggio di essere mono-dose, questo semplifica tante cose, e inoltre è stato sottoposto a test clinici in una fase in cui erano già molto diffuse le varianti inglese, brasiliana e sudafricana. Ci sono quindi le prove che è molto efficace contro le mutazioni, ma anche per gli altri vaccini ci sono segnali positivi. Tutti questi vaccini (in USA al momento sono 3: Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson), sono passati attraverso il vaglio di verifiche e controlli molto rigorosi, anche se le procedure sono state accelerate. Questo già con Trump. L’ex presidente in questo ha fatto delle scelte giuste che ora stanno dando dei frutti. La FDA ha adottato procedure di emergenza, che hanno consentito approvazioni veloci, ma questo non va a discapito del rigore dei controlli. Sono convinto che ci possiamo fidare. Io ho ricevuto il preparato di Moderna, a mia moglie e mia figlia, che è giovane, ma fa un mestiere per cui rientra nelle categorie prioritarie, è stato somministrato quello di Pfizer: non si può scegliere il prodotto, ma sono comunque tutti buoni».

Secondo alcuni scienziati però i vaccini attuali sono, sì, utili contro le varianti, nel senso che proteggono dalle forme gravi della malattia, ma sarebbero meno efficaci contro la diffusione dell’infezione...

«Io sono un po’ diffidente verso quegli esperti che vogliono prometterci una società a rischio zero. Mi spiego, io ricordo di aver vissuto, come tutti, in un mondo in cui c’era un po’ di rischio. Fino a poco più di un anno fa, nel gennaio del 2020, facevo un vita normale ed ogni volta che prendevo la metropolitana a New York probabilmente accanto a me avevo una persona portatrice di qualche malattia, magari anche molto contagiosa. Voglio dire, non è che adesso dobbiamo consegnarci ad una specie di dittatura degli scienziati che si illudono di creare una società senza malattia e senza morte. Sembra che si voglia arrivare ad un’immortalità garantita per legge a tutti. Dobbiamo ridurre il rischio, certo, ma non può esistere il rischio zero».

A tal proposito, negli Stati Uniti come avviene il dibattito tra esperti? In Italia, ad esempio, si assiste spesso a talk show in cui i virologi si attaccano e prendono posizioni molto contrastanti tra loro.

«È un tema molto importante questo. Diciamo che i virologi americani vanno un po’ meno a litigare tra loro nei talk show televisivi, come accade in Italia. Tuttavia, anche qui gli esperti hanno fatto le loro figuracce. Voglio ricordare che quello che è un po’ un simbolo della scienza negli USA, che è stato santificato dal Partito democratico, cioè il dottor Anthony Fauci, circa un anno fa disse delle cose di cui oggi si dovrebbe vergognare: anche lui inizialmente disse che le mascherine erano inutili, ci sono interviste che lo provano. Poi, siccome Fauci è uno molto intelligente e competente, ma anche furbo, ha avuto l’astuzia di litigare con Trump ed è stato trasformato in un eroe del Partito democratico: adesso lavora per Biden. Sulla prima fase della sua gestione della pandemia c’è da stendere un velo pietoso. Anche negli USA gli esperti hanno litigato, hanno avuto opinioni diverse e hanno fatto un sacco di errori. Non esiste un’autorevolezza della scienza a prova di errore. Detto questo, ci sono pure scienziati che hanno fatto i miracoli, mi riferisco a quelli che hanno lavorato ai vaccini, non solo negli Stati Uniti. Il rispetto della scienza è doveroso, ma non bisogna fare l’errore di trasformarla in una nuova religione».

Prendendo ad esempio la campagna di vaccinazione negli Stati Uniti, come valuta quella europea?

«Non la valuto io, ma i cittadini. La strategia dell’Unione europea è criticata da tutte le persone che aspettano un vaccino e questo non arriva. Angela Merkel è furibonda con la sua connazionale Ursula Von der Leyen: la sua opinione su di lei è scesa sotto terra. L’UE ha fatto errori enormi, che sono figli di una cultura burocratica. Secondo me, a tal proposito, è ottima la semplificazione che ha fatto l’analista di geopolitica americano Ian Bremmer. In sostanza ha detto che la Cina ha un Governo ultra-autoritario che, con i suoi metodi, ha vinto la prima gara, ossia quella contro i contagi. Il mondo anglo-americano ha dei sistemi che danno molto potere al capitalismo privato e questo ha portato a vincere la gara dei vaccini. L’Europa continentale invece è il mondo delle burocrazie, dove comandano i burocrati che non sono né i governi forti né le imprese forti. I burocrati alla prova dei fatti hanno fallito clamorosamente: hanno avuto la pretesa di decidere quali sarebbero stati i vaccini migliori ed hanno sbagliato, scommettendo su prodotti meno buoni. Hanno voluto esercitare controlli troppo lunghi, e sono sempre arrivati in ritardo sulle autorizzazioni. Hanno creduto di essere più furbi degli altri, negoziando su prezzi più bassi, e naturalmente gli americani e gli inglesi, che fin dall’inizio hanno investito molto di più sulla ricerca, hanno avuto più quantitativi di vaccino. Il risultato è quello che vediamo oggi: l’Austria e la Danimarca che vanno a cercare aiuto in Israele. La Polonia e l’Ungheria che sono pronte a comprare il vaccino russo e cinese. Questi casi sono il risultato finale di un fallimento. I Paesi sembrano dire: ‘L’Europa non esiste più, si salvi chi può’, e ognuno cerca soluzioni per conto suo. C’è chi va in Israele, chi va a Mosca e a Pechino, ma nessuno va a Bruxelles. Perché Bruxelles si è dimostrata un mastodonte burocratico molto arrogante».

Le industrie farmaceutiche avevano promesso quantità di vaccino molto superiori rispetto a quelle poi effettivamente distribuite...

«Perché l’industria farmaceutica europea è così debole nella produzione? Questi sono problemi legati a politiche industriali sbagliate che durano da anni. Negli USA per riuscire a potenziare il ritmo di produzione è bastata una telefonata del presidente Biden per far sì che due case concorrenti lavorassero insieme. La Merck in questo momento sta mettendo a disposizione due fabbriche perché venga prodotto il vaccino della Johnson & Johnson. Pure la Merck aveva tentato di sviluppare il siero, ma su richiesta di Biden, produce il vaccino di una sua concorrente. Le fabbriche europee invece dove sono? Perché non sta succedendo qualcosa di simile? Perché in un mondo dominato da burocrati non si ha la minima idea di come funzioni l’industria. Non sanno cos’è un’impresa e sono pure diffidenti, perché pensano di essere molto più bravi loro a difendere gli interessi dei cittadini. È questa l’arroganza dei burocrati, pensano di essere veramente i difensori dell’interesse pubblico, mentre il capitalismo brutto, sporco e cattivo pensa solo al profitto».

Quindi gli Stati Uniti usciranno dalla crisi prima degli europei?

«Questa è già la realtà dei fatti. Gli USA a livello economico erano già ripartiti alla fine dell’anno scorso, quando è iniziata la rincorsa alla Cina. Ricordo che il Dragone è uscito dalla crisi già durante la scorsa estate: è di molte lunghezze davanti a tutti noi. La ripresa economica negli Stati Uniti è molto vigorosa, mentre l’Europa è nella stagnazione. Tutto questo non fa che accelerare il vantaggio americano. Ovviamente parliamo di uno Stato federale e ognuno decide per conto suo le riaperture. Qui a New York, io domani andrò al cinema. Tra un mese ripartiranno i concerti. Ci sono Stati, come la Florida e il Texas, che sono più avanti ancora e hanno riaperto un po’ tutto. Queste sono cose che consentono di tornare a fare una vita normale e a dare lavoro a chi ne era rimasto senza».

Anche negli USA si parla di un passaporto vaccinale?

«Sì, se ne parla. Biden ha dato mandato ad alcune agenzie federali di cominciare a lavorare sui vari progetti in campo. Ci sono già aziende private che avrebbero pronti il software e la tecnologia per un passaporto digitale. La Microsoft è una di queste. Non siamo ancora davanti ad un progetto concreto, ma se ne parla. Anche qui, come in Europa, c’è un dibattito acceso su questo tema. Io rimango perplesso quando sento dire che il passaporto sanitario potrebbe discriminare, perché creerebbe cittadini di serie A e di serie B. Mi sembra che così si vada verso dibattiti molto ideologici. Ricordo che i passaporti sanitari sono sempre esistiti. Avendo fatto il giornalista sin da giovane ed essendo sempre stato corrispondente o inviato all’estero, per andare in alcuni Paesi, ad esempio in Africa, in America latina o in Asia, ho dovuto fare i vaccini un sacco di volte: esisteva un passaporto internazionale dei vaccini. Quindi non è una cosa sconvolgente, si tratta di renderlo più diffuso e possibilmente digitale. Se è per salvare la salute di altri passeggeri è giusto lasciare a terra chi non è vaccinato, discriminazioni non ne vedo. Quest’idea di voler creare grazie al coronavirus una società perfetta, senza differenze e diseguaglianze, si è intrufolata anche nel dibattito sul passaporto sanitario. Le ingiustizie esistono, da sempre. Ormai ci sono aspetti che rasentano il fanatismo, come se il coronavirus avesse provocato anche dei danni cerebrali in alcuni».

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