«Noi senz'acqua, ma Coca-Cola continuava a imbottigliare», ora la comunità ha vinto la battaglia

«Dove finisce la nostra acqua?». È la domanda che per circa due anni si sono posti gli abitanti de La Calera, una cittadina montana alle porte di Bogotà, in Colombia. Una località colpita da una forte siccità a causa di El Niño, che tra il 2024 e il 2025 ha messo in ginocchio l’intera popolazione locale. Per diversi mesi l’incognita era una sola: oggi uscirà dell’acqua dai rubinetti? Tra razionamenti e divieti di irrigazione dei campi, le famiglie hanno dovuto convivere con interruzioni dell'erogazione dell'acqua, che potevano durare fino a due settimane consecutive, costringendole inevitabilmente a rivedere le loro abitudini quotidiane.
Uno scenario che, tuttavia, lascia perplessi per un semplice motivo: la comunità in questione abita nelle vicinanze di uno dei più importanti bacini idrici della Colombia. E stando al portale GreenMe, hanno deciso di portare avanti una battaglia contro Coca-Cola Femsa, accusandola di sfruttare senza sosta le loro sorgenti mentre i cittadini rischiavano di morire di sete.
Lo stabilimento
Il dito è stato infatti puntato contro lo stabilimento della Indega, una società controllata dal colosso, nonché più grande imbottigliatore Coca-Cola al mondo. Questa avrebbe continuato a prelevare acqua dalle sorgenti locali per commercializzarla sotto il marchio Agua Manantial, distribuito in tutto il Paese, mentre la gente soffriva la sete.
Regione con abbondanti risorse idriche
La Calera è di fatto situata dentro il Parco nazionale di Chingaza, ovvero una regione che da sempre gode di abbondanti risorse idriche. Inoltre, lì nasce il sistema di bacini che fornisce quasi il 70% dell’acqua potabile a Bogotà. Ma tra il 2023 e il 2024 il fenomeno climatico El Niño si è manifestato in maniera più intensa del solito, con il conseguente svuotamento progressivo dei bacini, abbassandoli a livelli mai visti prima. Nei momenti più critici, il sistema del Parco è arrivato a contenere appena il 15% della sua capacità massima. E in quel momento una domanda è sorta spontanea fra la popolazione: come mai l’acqua manca nelle case, ma le aziende continuano a usarla senza alcuna limitazione? A scatenare maggiormente la polemica le richieste governative di risparmiare acqua, rivolte tuttavia solo alle economie domestiche e all’agricoltura. Le imprese, infatti, potevano continuare ad attingere alle risorse idriche senza particolari limitazioni.
Concessioni alle imprese
Andando più a fondo nella questione, la popolazione locale è quindi venuta a conoscenza del fatto che la Indega godeva di una concessione idrica che le consentiva di continuare ad attingere alle sorgenti nonostante l’emergenza. E come se non bastasse, stando ai documenti esaminati dalla comunità, l’azienda avrebbe addirittura pagato una tariffa ritenuta troppo bassa per l’estrazione dell’acqua rispetto a quella che dovevano invece sostenere le famiglie. Si tratta della famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso, spingendo i capi delle comunità, le associazioni e le organizzazioni locali a esaminare un’ingente quantità di documenti tecnici, contestando infine le concessioni.
La svolta
Poi, la svolta. Dopo più di un anno e mezzo di intimidazioni e lotte, questo aprile è arrivata una sentenza storica: la CAR (Corporación Autónoma Regional), l’ente locale colombiano che gestisce le concessioni idriche, ma con pesanti restrizioni. Avrebbe infatti deciso di ridurre in modo drastico la velocità di estrazione dell’acqua da parte di Indega. Ma non solo. Ha anche ridotto il numero di sorgenti sfruttabili, scendendo da sette a quattro, e dimezzando la durata della concessione da 10 a 5 anni. Infine, potrà sospenderla temporaneamente in caso di grave siccità.
Si tratta dunque di un traguardo decisamente importante per la comunità, anche se per una conclusione definitiva della battaglia ci vorrà ancora del tempo. Il monitoraggio dei prelievi e la tutela futura delle sorgenti che alimentano il sistema di Chingaza sono ancora circondati da molti interrogativi.
