«Non doveva uscire»: le lacrime di un padre dopo gli scontri

Il padre ha gli occhi lucidi, la madre tiene lo sguardo basso. Per oltre tre ore sono rimasti nel Tribunale per i minorenni di Torino, accanto all'istituto penale minorile Ferrante Aporti, e davanti al giudice hanno pianto. Il loro figlio – La Stampa lo chiama Ayoub, nome di fantasia – ha 15 anni, presto 16, ed è uno dei tre minorenni fermati durante le proteste dei giorni scorsi nel capoluogo piemontese. «Non doveva uscire, non poteva», racconta il padre al quotidiano torinese. «Dice di essere andato a curiosare, non so altro».
Il ragazzo, che frequenta un istituto tecnico nella zona nord della città, era già agli arresti domiciliari per un precedente procedimento: «Poteva solo fare il percorso casa-scuola». La paura dei genitori, domenica mattina, era che restasse in carcere. «Ma mi ha detto che lì lo hanno trattato bene». Il padre, scrive La Stampa, ha gli occhi sempre più lucidi, «in un misto tra commozione e pudore, una vergogna dignitosa di chi forse non si spiega perché». Prende in braccio il nipotino, saluta con un mezzo sorriso e se ne va. Nel pomeriggio arriva la decisione del giudice, al termine delle udienze di convalida: il quindicenne potrà tornare a casa ai domiciliari, come gli altri due giovani.
Il bilancio della Questura
Torino è una delle città italiane, con Milano e Bologna, dove la mobilitazione «Italia in piazza» contro il carovita del 17 ottobre è sfociata in scontri: sassi e bottiglie contro gli agenti, lacrimogeni e idranti in via Po e davanti alla stazione di Porta Nuova, dove un gruppo di manifestanti ha fatto irruzione nella libreria Feltrinelli, gettando a terra libri e scaffali.
Secondo il bilancio della Questura riportato da La Stampa, gli arresti sono quattro: tre minorenni, ai quali viene contestata la fabbricazione di bottiglie incendiarie, e un ventiduenne, per violenza a pubblico ufficiale. Altri tre minorenni sono stati denunciati e due giovani sono indagati per travisamento dopo l'incursione alla Feltrinelli. In tutto le persone denunciate sono trenta, mentre altre 60, tra i 15 e i 35 anni, sono state identificate e la loro posizione è al vaglio degli investigatori.
Il presidio davanti al carcere minorile
Domenica pomeriggio una cinquantina di antagonisti e studenti, molti dei quali minorenni, si sono radunati davanti al Ferrante Aporti al grido di «liberi tutti, libere tutte», di fronte ai reparti mobili di polizia e carabinieri in assetto antisommossa. «Forza ragazzi, dovete resistere. Noi chiediamo solo di poter andare a scuola e vivere una vita dignitosa, perché non possiamo più stare in silenzio davanti a questa miseria». Al megafono anche Sara Munari, voce del centro sociale Askatasuna: «Noi la paura non sappiamo cosa sia, vogliamo portare la rabbia nelle nostre città, la lotta sarà ancora lunga».
«Una volta sarei stata quasi benestante»
Al corteo di sabato, però, non c'erano solo giovanissimi. C'era anche Alice, 27 anni, che lavora in ospedale. Era in piazza, racconta alla Stampa, perché assiste «al collasso della sanità: zero fondi, strutture fatiscenti, turni massacranti». E poi il carovita: «Gli stipendi sono fermi a 30 anni fa, ma il caro vita è fuori controllo. Una volta con il mio salario sarei stata quasi benestante, oggi fatico ad arrivare a fine mese».
Durante la manifestazione Alice ha parlato con due ragazzi incappucciati, entrambi minorenni, mentre scappavano dai lacrimogeni. Le hanno detto di essere arrabbiati perché i poliziotti sono «sempre contro il popolo e mai con esso». «Un po' credo sia un modo per fare bordello senza conoscere le vere motivazioni per cui si manifesta. Ma uno dei due ci ha anche detto che senza spaccare tutto i risultati non si ottengono». Lei la violenza la condanna, ma ammette di non sentirsela di dissentire del tutto: «L'esempio dei nostri cugini francesi ci sta facendo vedere una realtà in cui il potere adesso è davvero in mano al popolo». Alla fine, racconta, i due l'hanno ringraziata per il confronto: «Mi ha fatto tenerezza». Per il suo compagno, Flavio, «l'esempio dell'estero ha dato una spinta a questi "violenti" giovanissimi. La poca speranza che qualcosa cambi pacificamente, insieme alla voglia di qualcuno di sfogarsi, ha fatto il resto».
«Siamo tutti sulla stessa barca»
Per parlare con i più giovani, La Stampa è passata da TikTok. Sono minorenni, e i loro nomi sono di fantasia. Giorgia spiega così le ragioni della piazza: «Vogliamo un futuro diverso, ormai non si riesce più a vivere bene. I miei genitori lavorano tantissimo per darmi un futuro migliore, ma comunque non possiamo permetterci molto». E gli scontri? «Vogliamo fare casino. Perché se non si fa casino, il governo non riesce a vedere quello che sta succedendo».
Francesca dice di non essere «brava a esprimersi». Eppure il suo messaggio è chiarissimo: «Lo facciamo per il nostro futuro, tanto quanto per il futuro di chi non era con noi a manifestare. Perché anche se molti, che io definisco privilegiati, ci guardavano con sguardi giudicanti, noi lo stiamo facendo anche per loro». E conclude: «Loro non pensano che prima o poi la situazione peggiorerà anche per loro. Alla fine siamo tutti sulla stessa barca, siamo tutti sotto lo stesso governo».
