«Non pesano solo scuola e casa, ma la mancanza di speranze»

Cosa succede nelle piazze di Francia, Spagna e Italia? Alla base di questo fenomeno ci sono molti fattori. Ma sicuramente quello economico è uno dei principali. Ne abbiamo parlato con Spartaco Greppi, economista, già responsabile, dal 2015 al 2025, del Centro competenze lavoro, welfare e società (CLWS) della SUPSI.
Chiaramente, le manifestazioni che stanno avendo luogo hanno diverse motivazioni. A suo avviso quali sono i principali temi economici che hanno causato questo scontento?
«Al grande economista John M. Keynes, si attribuisce comunemente una frase che si addice molto bene a quanto sta accadendo in questo momento in Europa: “L’inevitabile non accade mai, l’imprevisto sempre”. Da tempo aspettiamo lo scoppio della bolla finanziaria ed ecco che scoppia quella sociale. Gli inneschi sono diversi e nessuno può rivendicarne la paternità o una leadership, benché tutto converga in un’unica grande manifestazione e le piazze di Francia, Italia e Spagna si richiamino a vicenda. Siamo piuttosto in presenza di una classe impossibile, per usare un’espressione di Friedrich Nietzsche. Impossibile alla sintesi, non rappresentabile politicamente, il riflesso tangibile (l’ennesimo) della crisi della democrazia rappresentativa liberale».
Esistono delle particolarità nazionali in questa protesta?
«Gli inneschi nazionali sono diversi: in Francia sono i tagli e le condizioni della scuola, in Spagna la casa, in Italia un misto di scuola, decreto sugli studenti stranieri, caro vita e riarmo. Sullo sfondo, però, le cause economiche sono comuni. Anzitutto le politiche di austerità, che assumono dimensioni ormai vastissime. Poi il potere d’acquisto e il costo della vita. Poi il conflitto distributivo, con disuguaglianze di reddito e di patrimonio, che in molti Paesi si sono accentuate, e che la casa rende particolarmente visibili: l’accesso all’abitazione è sempre meno garantito e dipende sempre più dal patrimonio familiare. Infine, le promesse di carriera professionale e di mobilità sociale disattese».
Nelle manifestazioni gli studenti sono in prima fila, visto che il settore scolastico è molto colpito dai tagli alle spese pubbliche. La qualità della scuola è veramente in pericolo?
«Occorre dire innanzitutto che il problema non è soltanto quanto si spende, ma anche come e per chi. A livello di spesa complessiva, le differenze tra Paesi sono elevate: la Francia destina oltre il 5% del PIL all’istruzione, sopra la media europea, mentre l’Italia è ferma al 4%, poco meno della Spagna. Eppure, è la Francia che spende di più che conosce le proteste più vaste. È il segno che la dimensione complessiva della spesa non dice tutto se non guardiamo alla sua distribuzione».

Esiste un problema classista anche all’interno dell’istruzione?
«Da anni assistiamo ad una selettività crescente che premia soprattutto coloro che dispongono di un capitale culturale, umano elevato, spesso ereditato. Selettività praticata anche attraverso il costo degli studi e attraverso la distribuzione ineguale delle risorse tra sedi scolastiche, con le periferie e le zone meno avanzate maggiormente penalizzate, il che si traduce in pochi insegnanti, classi numerose e edilizia scolastica fatiscente. In Italia si aggiungono misure come il tetto agli alunni stranieri con scarse (o presunte tali) conoscenze della lingua».
La scuola ricopre ancora il ruolo di ascensore sociale?
«Se estendiamo la riflessione su scala continentale, la qualità della scuola europea non è in pericolo in modo uniforme: rischia piuttosto di erodersi in modo differenziato, con una scuola a due velocità. E una scuola che smette di essere inclusiva e ascensore sociale alimenta proprio quel senso di promesse disattese di cui dicevo. Aggiungerei una considerazione più generale, di natura demografica: la denatalità, in Italia e Spagna, potrebbe lasciare margine per investire di più per ogni studente, se il risparmio non venisse semplicemente tagliato».
A suo modo di vedere le manifestazioni, si estenderanno ad altri gruppi sociali e professionali?
«Il movimento si sta già estendendo. In Francia gli studenti hanno trovato i sindacati, perché il movimento studentesco si è incrociato con le proteste sindacali contro la manovra. A Parigi gli studenti sono stati protetti da una catena umana di insegnanti e personale scolastico. In Italia c’è già un appuntamento di sciopero generale il 30 ottobre, a cui gli studenti aderiscono. Nel frattempo, sta crescendo la protesta dei camionisti. Fra i gruppi più a rischio, a mio avviso, vi sono i dipendenti legati al welfare e al settore pubblico, i lavoratori indipendenti, gli affittuari e i giovani adulti in cerca di casa, i pensionati, i beneficiari di prestazioni sociali, e chi è più esposto al caro carburanti».
A parte il tema della scuola, nello scontento dei giovani gioca anche la situazione economica generale che li penalizza?
«Certo. E gli ingredienti sono la precarietà, i salari d’ingresso bassi, il costo dell’abitare e la dipendenza dal patrimonio familiare. Come mostra il caso spagnolo, molti giovani adulti non riescono a lasciare la casa dei genitori fino a oltre i trent’anni. In Italia, invece, il tema dell’emigrazione è centrale: molti giovani delusi dalla mancanza di opportunità abbandonano un Paese che ha troppo poco da offrire loro. La situazione economica generale penalizza i giovani non soltanto perché rende più difficile trovare un impiego stabile e adeguatamente retribuito, ma anche perché ostacola la possibilità di costruirsi una vita autonoma in base alle proprie legittime aspettative. Il rischio è che le opportunità dipendano sempre più dalle condizioni economiche della famiglia d’origine, riproducendo e peggiorando le disuguaglianze sociali».
Ma quali sono gli obiettivi degli studenti?
«In sostanza, gli studenti, e non solo loro, non chiedono semplicemente il ritiro di una riforma o più soldi per una voce di bilancio. Chiedono una vita migliore, un’istruzione migliore, prospettive migliori e più tempo per il presente. Questo spiega perché i soli numeri della spesa scolastica non bastano a capire la protesta. Le rivendicazioni sono materiali, ma riguardano soprattutto le prospettive di vita, la capacità di poter immaginare, progettare e costruire il proprio futuro.
Cosa si può fare a livello economico per migliorare la situazione economica? I governi hanno davvero spazio di manovra?
«Dipende dal Paese. Lo spazio è molto stretto, ma non nullo. Ci vuole coraggio politico, ma le classi dirigenti sembrano spesso ostaggio di un modello di sviluppo che mostra tutti i suoi limiti e subordinate a forze economiche e finanziarie globali che restringono il campo delle manovre possibili. Ma i vincoli economici e finanziari non cancellano la responsabilità politica: resta da decidere come raccogliere e distribuire le risorse e quali priorità perseguire».
Ma non esiste un problema di scelte politiche nei tagli ai bilanci pubblici?
«Chiaro: perché la difesa viene preservata, mentre scuola e welfare subiscono tagli? È una scelta politica, non un vincolo tecnico. In Spagna, il vincolo è prima di tutto politico, viste le difficoltà del Governo nel far approvare le proprie misure in Parlamento. Sul piano economico, l’offerta di alloggi pubblici e la regolazione degli affitti brevi sono leve importanti di politica economica, industriale e urbanistica. In entrambi i casi, la questione è capire se i governi intendano limitarsi ad amministrare i vincoli esistenti oppure provare a modificarli, costruendo condizioni economiche e sociali più favorevoli alle nuove generazioni».
Lei pensa che questo malessere covi anche in Svizzera e che potrebbe avere conseguenze? Ricordiamo che in Ticino è già stata indetta una manifestazione il prossimo 20 novembre.
«Le condizioni di fondo ci sono anche da noi, in particolare in Ticino: il costo della vita, la difficoltà di trovare un alloggio accessibile, la precarietà dei giovani e meno giovani, pressione sulla spesa pubblica e le disuguaglianze sociali ed economiche in crescita che rischiano di consolidarsi. I meccanismi istituzionali, la maggiore capacità economica complessiva del Paese e un livello di partenza relativamente più elevato rendono forse meno probabile l’esplosione di proteste di piazza come in Francia. Ma come dicevo in esordio, l’imprevisto è sempre possibile: soprattutto quando i problemi che si accumulano nel tempo incontrano un evento capace di trasformare il malessere diffuso in una mobilitazione collettiva. Il rischio più concreto potrebbe essere quello di un malessere meno visibile, ma diffuso: sfiducia nelle istituzioni, astensione, voto di protesta, emigrazione dei giovani qualificati verso altre regioni o altri Paesi. Il fatto che il malessere non si traduca in manifestazioni di piazza non significa che non esista. Può manifestarsi attraverso un progressivo distacco dalla politica e dalla società, fino a compromettere la fiducia nella possibilità stessa di cambiare le cose».
