Nuovi attacchi USA sull'Iran, la diplomazia dorme: ora Trump valuta un'operazione su larga scala di due settimane

«Finiremo l’Iran molto presto». «Li prenderemo a calci nel sedere». E ancora: «Li colpiremo duramente». Il presidente USA Donald Trump ha minacciato, ancora una volta, di attaccare pesantemente Teheran sino alla sua resa. Le parole del tycoon arrivano dopo l'incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale, nelle scorse ore, ha discusso personalmente pure con il segretario alla Difesa, Pete Hegseth. Dalle parole di Trump ai fatti il passo è stato breve: gli Stati Uniti non ci sono andati leggeri questa notte in Medio Oriente.
Il Comando centrale (Centcom) degli Stati Uniti ha fatto sapere questa mattina di aver completato una «ondata di pesanti attacchi» contro l'Iran, accusandolo di aver attaccato le forze americane in Medio Oriente.
L'esercito statunitense ha «colpito decine di obiettivi del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche in Iran, tra cui centri di comando militari, installazioni missilistiche e per droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e capacità marittime. Questi attacchi sono stati progettati per ridurre ulteriormente le minacce che l'Iran e i suoi alleati rappresentano per le forze statunitensi, la navigazione commerciale e gli stati vicini del Golfo», ha evidenziato lo stesso Centcom su X, parlando di una «potente risposta ai tentati attacchi iraniani contro le basi americane».
I pasdaran, intanto, hanno promesso una «dura risposta» contro gli Stati ritenuti responsabili di avere assistito gli USA negli attacchi. «I Paesi che si rendono responsabili di aver aiutato l'aggressore riceveranno una dura risposta se non correggeranno il loro comportamento», si legge in una dichiarazione delle Guardie rivoluzionarie citate dall'agenzia Fars.
Ora resta da capire fino a che punto è disposto a spingersi Trump. Secondo il Wall Street Journal, l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom, avrebbe messo sul tavolo del capo della Casa Bianca la proposta di una operazione militare in Medio Oriente. Si tratterebbe di una «pesante campagna aerea» contro l'Iran che potrebbe durare fino a due settimane.
Fonti a conoscenza della questione hanno riferito al quotidiano americano che le opzioni presentate da Cooper prevederebbero 10-14 giorni di intensi raid aerei volti a paralizzare la capacità missilistica iraniana, oppure un attacco militare più limitato, nella speranza di poter nel frattemp perseguire pure la via diplomatica. Certo è che il preaccordo di cessate il fuoco raggiunto da Washington e Teheran a giugno sembra ormai definitivamente saltato. Per settimane, Trump ha oscillato tra diplomazia e dure minacce, fino al ritorno delle operazioni militari sull’Iran in risposta all’ennesimo blocco dello Stretto di Hormuz. Un alto funzionario dell'amministrazione Trump ha confidato al WSJ che il presidente «è pronto all’escalation», ma starebbe ancora valutando «la portata di tale risposta».
L’ammiraglio Brad Cooper starebbe quindi pensando a un'azione militare «efficace», con attacchi mirati volti a ridurre significativamente la minaccia missilistica iraniana, per cercare di rompere la fase di stallo. Questo approccio «su larga scala», che rientra in una serie di opzioni da lui elaborate, ridurrebbe la necessità per gli Stati Uniti di utilizzare munizioni difensive, sempre più scarse, poiché l'Iran avrebbe minori capacità offensive. Nelle operazioni militari potrebbero venir coinvolte pure le forze israeliane, qualora l'amministrazione Trump decidesse di sferrare un attacco su larga scala.
La guerra scatenata da USA e Israele con i bombardamenti del 28 febbraio, dopo i tentativi fallimentari di una soluzione diplomatica, rischia di aggravarsi proprio nel momento in cui gli Stati Uniti vorrebbero mettere la parola fine al conflitto. Citato dal New York Times, Vali Nasr, professore presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies, ha evidenziato: «Quando Trump ha iniziato la guerra, pensava di poterla controllare. La risposta iraniana è stata quella di estendere il conflitto, costringendo gli Stati Uniti a difendere un campo di battaglia molto più ampio». Secondo Jason Campbell del Middle East Institute, ora gli iraniani «stanno cercando di prendere l'iniziativa, o quantomeno di tenere gli Stati Uniti e Israele sulla difensiva».
Gli ultimi attacchi statunitensi mirano principalmente alla riapertura dello Stretto di Hormuz e alla salvaguardia della basi americane nella regione. La chiusura della importante rotta commerciale, di fatto, ha fatto schizzare il prezzo del petrolio alle stelle, con un conseguente aumento dei costi del carburante nei distributori di tutto il mondo.
In un'intervista a Fox News, Trump ha comunque escluso attacchi USA sulle infrastrutture civili iraniane, come ponti e centrali elettriche, già colpiti in passato: «Chi starei danneggiando in quel caso? Danneggerei le persone. Quindi non ho intenzione di farlo».
Nicholas Hopton, ex ambasciatore britannico in Iran, Qatar e Yemen, oggi membro del Royal United Services Institute for Defense and Security Studies di Londra, ha definito questi 5 mesi di conflitto «una disavventura» che non si può vincere solo con mezzi militari: «Il presidente degli Stati Uniti non sembra ancora aver deciso se preferisce una soluzione negoziata o una risoluzione militare: tutti gli osservatori che conoscono la situazione in Iran e hanno lavorato nel Golfo ritengono altamente improbabile che ciò possa funzionare».
