Il caso

On, il prezzo del successo passa dall'Indonesia?

Un'inchiesta di Public Eye denuncia stipendi insufficienti e condizioni di lavoro critiche presso alcuni fornitori in Indonesia — L'azienda promette interventi
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Ginevra Benzi
18.06.2026 23:03

Il noto marchio di scarpe svizzero On – in forte espansione a livello globale – sta vedendo i propri numeri in crescita, segnano un inizio anno «da sogno», riuscendo anche ad aumentare ulteriormente il proprio margine di guadagno anche nel 2026. È quanto dichiarato dal CEO Caspar Coppetti durante una videoconferenza, ripresa dal Tages Anzeiger.

Ma dietro ai festeggiamenti c’è chi, invece, ne paga un caro prezzo. Un’indagine dell’ONG Public Eye – pubblicata proprio oggi e ripresa da quotidiano zurighese – una delle ragioni principali dietro a questo successo economico è la produzione su suolo asiatico. Lì, inutile dirlo, i costi della produzione sono decisamente contenuti. L’ONG ha quindi condotto un reportage in diversi villaggi situati in prossimità delle fabbriche del marchio elvetico nella regione di Cirebon, sull’isola di Giava in Indonesia. In quella località, oltre a On, vengono inoltre prodotte calzature dei marchi Brooks, New Balance e Asics.

Questione salario minimo

Come detto, i lavoratori asiatici costano decisamente meno rispetto alla forza lavoro su suolo elvetico. L’inchiesta mostra infatti che la maggior parte degli operai delle fabbriche indonesiane incassano solamente il salario minimo previsto dalla legge, pari a 130 franchi (2,9 milioni di rupie indonesiane). Una cifra insufficiente a garantire un tenore di vita dignitoso. Questo importo equivale, inoltre, al prezzo di un singolo paio di scarpe On venduto nella Confederazione. Tuttavia, per i lavoratori tale guadagno non gli permette nemmeno di coprire le spese di prima necessità e il tragitto casa-lavoro, costringendo molte lavoratrici a fare straordinari e/o a indebitarsi.

Le accuse ai fornitori

Una situazione denunciata proprio da Public Eye, la quale spiega che presso la società Yihong – produttore di componenti del marchio Long Rich, principale fornitore di On - si verificano continuamente condizioni di lavoro precarie. Parliamo di violazioni dell’orario di lavoro, assenza di contratti, licenziamenti illegittimi e molestie. E nonostante nello stabilimento Long Rich i diritti formali dei dipendenti sarebbero rispettati, la pressione sulla produzione è molto elevata e gli stipendi si limitano al minimo previsto dalla legge.

Un contrasto evidente

Appare quindi palese la presenza di un contrasto tra i prezzi elevati delle scarpe e i salari da fame percepiti nelle fabbriche. Nel mese di maggio, On ha infatti rivisto al rialzo le previsioni sul margine lordo per l'esercizio in corso, portandolo ad almeno il 64,5%. L’obiettivo dichiarato è infatti quello di raggiungere un fatturato di 3,5 miliardi di franchi nel corso di quest’anno. Contemporaneamente i fornitori asiatici continuano tuttavia a fare i conti con una forte pressione produttiva.

On: «Vogliamo garantire salari dignitosi»

Ma almeno On riconosce il problema e sostiene di volerlo affrontare affermando che, effettivamente, il salario minimo indonesiano non permette uno standard di vita sufficiente. Motivo per cui, quattro dei cinque principali fornitori starebbero già pagando stipendi superiori rispetto al minimo legale. Ma l'obiettivo ultimo è quello di pagare salari sufficienti a garantire il sostentamento presso tutti i principali partner produttivi.

L’azienda afferma inoltre di non essere mai stata a dei bassi salari messi in atto da Long Rich, sostenendo infatti che è effettivamente emersa «una significativa differenza tra il salario minimo legale e un salario realmente sufficiente a vivere».

In trattativa

L'azienda afferma di essere ora in trattativa con i fornitori per garantire retribuzioni più dignitose, basandosi sugli standard della Global Living Wage Coalition, ma l'ONG ritiene che tali criteri non siano sufficienti e sostiene che un salario adeguato dovrebbe essere di circa 400 franchi al mese. Più difficile intervenire presso i subfornitori, con cui On non ha rapporti diretti, anche se l'obiettivo è estendere il programma anche a loro.

Pressioni e intimidazioni

L'inchiesta denuncia, inoltre, episodi di pressioni e intimidazioni da parte dei supervisori nella fabbrica Long Rich. On, in questo contesto, assicura di prendere molto sul serio queste accuse, ricordando che il proprio codice di condotta vieta qualsiasi forma di abuso e promettendo verifiche approfondite. Il rapporto cita anche il caso della fabbrica Yihong, dove 112 lavoratori erano stati licenziati illegalmente. Dopo le pressioni esercitate dall’azienda svizzera insieme ad altri marchi internazionali, 64 dipendenti sono stati riassunti e gli ordini erano stati temporaneamente sospesi fino alla correzione delle violazioni.

Controlli sotto la lente

Public Eye critica però l'efficacia dei controlli di On, sostenendo che l'azienda è venuta a conoscenza del caso solo grazie all'intervento dell'ONG. On riconosce i limiti degli audit annuali e afferma di aver rafforzato le verifiche e avviato un'indagine interna.

L'azienda sottolinea, infine, che, non possedendo direttamente gli stabilimenti, non può fissare i salari dei lavoratori. Il settore evidenzia inoltre che aumenti retributivi unilaterali potrebbero spingere le produzioni verso Paesi ancora meno costosi. Per molte comunità indonesiane, tuttavia, le fabbriche di calzature rappresentano oggi la principale fonte di lavoro e di sostentamento.