L'intervista

«Per Israele il 7 ottobre è un trauma incredibile»

Tibor Shalev Schlosser, ambasciatore di Israele in Svizzera dal 1. agosto scorso: «La mia speranza è che si apra una strada verso una stabilità reale e duratura nella regione»
©ABIR SULTAN
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
07.10.2025 06:00

Dal 1. agosto scorso Tibor Shalev Schlosser è il nuovo ambasciatore di Israele in Svizzera. Nei prossimi tempi dovrà affrontare una delle epoche più difficili per quanto riguarda i rapporti diplomatici tra Israele e quei non pochi Paesi, in Europa e altrove, che a seguito del massacro del 7 ottobre 2023 e della cruentissima guerra nella Striscia di Gaza ritengono che lo Stato ebraico si sia messo in una posizione difficilmente difendibile, quantomeno riguardo il diritto internazionale.

Ambasciatore, è il 7 ottobre, secondo anniversario del massacro in cui furono uccisi oltre 1.200 israeliani. Quel giorno ci furono anche 251 persone rapite, maggiormente civili, donne, bambini e anziani. Che tipo di anniversario sarà per voi?
«Innanzitutto triste, profondamente triste. Per Israele si tratta di un trauma incredibile. Anche per me lo è. Soprattutto se ricordo la gioia– purtroppo non posso usare un’altra parola – con cui i terroristi di Hamas hanno violentato, bruciato e ucciso tutte quelle persone e con cui hanno portato via gli ostaggi. Rivedere le foto e i video di quei momenti è ancora oggi, per tutti noi israeliani, traumatizzante. Così come ci crea sgomento aver visto, nei giorni successivi al massacro, le reazioni di giubilo della gente a Gaza.  È stato uno shock, mi creda, vedere quanto odio ci fosse dall’altra parte e quanta propaganda fosse stata costruita negli anni a partire da questo odio viscerale di Hamas per Israele. Invece che, mi permetta, impegnarsi a costruire una propria realtà civile e sociale nella Striscia».

Ma avevano le condizioni per poterlo fare?
«È l’obiezione che fanno tutti, ma lei ricorderà che Israele ha lasciato la Striscia di Gaza nell’agosto 2005 con decisione unilaterale».

Sotto il governo di Ariel Sharon. Israele se ne andò per varie ragioni, non ultima l’esponenziale crescita demografica dei palestinesi, come ammise lo stesso premier. Mantenne «per sicurezza» il controllo dei confini, dello spazio aereo e delle acque territoriali.
«C’erano però tutte le condizioni per fare della Striscia una bella realtà. Tuttavia, pochi mesi dopo Hamas prese il potere a Gaza con la forza, buttando giù dai tetti i membri dell’OLP (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, n.d.r.). Le conseguenze si vedono ancora oggi. La Striscia è diventata un centro di odio permanente verso Israele nonché una vera e propria piattaforma di lancio di missili. E così abbiamo capito che non c’era altra scelta che combattere fino in fondo e che Hamas non può più restare per nessuna ragione al mondo nella Striscia, né come fazione armata né disarmata. È davvero molto semplice: non può rimanere perché altrimenti noi non potremmo vivere sicuri in Israele. Anche se temo che il problema sia più grande. Se dal 2005 i palestinesi non sono riusciti a costruire nulla, vuol dire che ci sono delle difficoltà strutturali, culturali, sociali».

Israele dice che si tratta di una «guerra di sopravvivenza» ma ormai lo Stato ebraico ha quasi 10 milioni di abitanti. Un tale numero di cittadini lo rende inamovibile: Israele esiste e continuerà a esistere. È ormai una realtà statuale inossidabile. L’attacco del 7 ottobre, per quanto folle, furibondo e relativamente su larga scala, non era certo finalizzato a «cancellare» Israele. Quali erano i veri obiettivi, secondo lei?
«Far crollare gli accordi di Abramo e chiamare alla guerra gli alleati di Libano, Yemen, Siria e Iran. Cosa puntualmente accaduta. Forse Hamas sperava in un fronte così unito e armato da rendere possibile, se non la cancellazione di Israele, una sua parziale distruzione o un suo profondo indebolimento politico. Credo che uno degli obiettivi secondari fosse anche scongiurare una possibile pace fra Israele e l’Arabia Saudita, e magari con altri Stati arabi».

Il piano proposto dal presidente Trump è un’opportunità seria per far finire la lunga guerra a Gaza

È andata diversamente.
«Su alcuni fronti, sì. Il terribile regime di Bashar al-Assad in Siria è caduto. Nei prossimi mesi Hezbollah dovrebbe essere disarmata nel sud del Libano. Non sarà facile. Negli ultimi tempi hanno tenuto Israele nel mirino e vi sono segnali che i quadri medio-alti dell’organizzazione non intendono cedere».

Torniamo a Gaza. Le accuse di «genocidio» a Israele ormai si sentono da più parti.
«Penso due cose. La prima è che la guerra è da sempre una strada ultima e crudele, appunto perché ci vanno di mezzo i civili, e spesso anche molti civili. È un dato di fatto. Si può avere l’esercito meglio addestrato al mondo ma la guerra resta la guerra. Aggiungo che Hamas ha usato in molti modi i civili palestinesi come scudi umani e ha trasformato edifici pubblici in strutture a uso militare. Riguardo le accuse di genocidio, posso dire che non reggono. Un genocidio è una cosa radicalmente diversa da questa guerra – brutale e terrificante, lo ripeto – contro Hamas e contro la sua capillare presenza nella Striscia. E non certo contro i civili innocenti. E vorrei ricordare anche un’altra cosa».

Prego.
«Israele è uno Stato democratico, il 20% della nostra popolazione è composto da arabi che godono di tutti i diritti. Questo è il sostrato umano e giuridico alla basa dello Stato di Israele. L’iperbolica propaganda mediatica messa in piedi da Hamas ha come obiettivo anche distruggere questa immagine che Israele, nei decenni scorsi, ha costruito con impegno. Che guerra e distruzione proseguano fa molto comodo ad Hamas e affiliati. Tutto poteva finire molto tempo fa con la liberazione degli ostaggi e con la deposizione delle armi. Ma hanno preferito continuare. Eppure, sul tavolo dei negoziati, da parte israeliana c’è stata persino la proposta di rilasciare centinaia di detenuti palestinesi per ogni singolo ostaggio che venisse restituito».

E siamo arrivati all’ultima proposta di Donald Trump, lanciata con clamore dalla Casa Bianca, a fianco di Benjamin Netanyahu. Che cosa ne pensa? Sembra che non tutti i ministri dell’Esecutivo Netanyahu siano d’accordo.
«Il piano proposto dal presidente Trump è un’opportunità seria per far finire la lunga guerra a Gaza contro l’organizzazione terrorista di Hamas e per far finire anche la sofferenza della popolazione civile lì, che è stata presa come ostaggio da Hamas e usata come arma di guerra. Il piano del presidente americano punta al recupero di tutti i nostri ostaggi, allo smantellamento delle capacità militari di Hamas, alla fine del suo potere politico a Gaza e alla garanzia che l’enclave non rappresenti più una minaccia per Israele. Garantisce anche la ricostruzione di Gaza per un futuro pacifico e prospero alla popolazione civile, sotto una amministrazione araba e una supervisione internazionale».

Ma è un piano equo?
«Offre a tutte le parti la possibilità di ottenere questi risultati senza ulteriore spargimento di sangue, è una chance per risolvere tutto pacificamente. Israele e la comunità internazionale, compresi i maggior Paesi arabi e musulmani, sostengono il piano. Tengo a dire: questo è un patto basato sulla buonafede. Se Hamas dovesse solo fingere di accettarlo per poi opporsi nei fatti, Israele dovrà agire per completare ciò che è necessario per garantire la sicurezza della nostra popolazione. La mia speranza è che il piano del presidente Trump possa essere realizzato appieno e che la guerra finisca con i nostri ostaggi tornati a casa e con la cessazione della minaccia di Hamas, e che si apra una strada verso una stabilità reale e duratura nella regione».