La svolta

Perché gli Stati Uniti vogliono tornare in Afghanistan?

Donald Trump vuole riprendere il controllo della base di Bagram, abbandonata durante il ritiro dal Paese nel 2021: dall'ISIS alla Cina, ecco i perché di un'operazione che si annuncia complicata
©Rahmat Gul
Red. Online
20.09.2025 17:00

La notizia, innanzitutto, a firma Wall Street Journal: l’amministrazione Trump è in trattative con i Talebani per ripristinare una presenza militare statunitense in Afghanistan. A Bagram, nello specifico, base di lancio per future operazioni antiterrorismo. Lo stesso Donald Trump, durante la sua recentissima visita nel Regno Unito, ha spiegato che Washington sta «cercando di riprendersi» la base, abbandonata durante il caotico ritiro statunitense dal Paese.

Più facile a dirsi che a farsi, verrebbe da dire. L’operazione, di per sé, appare infatti complicata. A causa dell’interlocutore, da un lato, ma anche perché – dall’altro – difficilmente l’America può pensare di (ri)mettere piede nel Paese senza combattere una nuova guerra.

Le motivazioni di Trump

La CNN, al riguardo, afferma che l’amministrazione Trump ha iniziato a valutare un ripristino di Bagram lo scorso marzo. Sul perché l’America abbia bisogno di tornare in Afghanistan, a detta delle fonti consultate dall’emittente, i motivi sono molteplici: la sua posizione a meno di 800 chilometri dalla Cina, in primis, che ne farebbe dunque un avamposto di sorveglianza e deterrenza; l’accesso alle terre rare e alle miniere dell’Afghanistan; la possibilità di ristabilire una cellula antiterrorismo contro l’ISIS; la prospettiva, infine, di riaprire una sede diplomatica statunitense in loco.

Trump, con la sua tipica retorica, più volte ha definito Bagram «la base aerea più potente del mondo». Non solo, ha definito il suo abbandono «un tragico errore». La vicinanza di questa base con la Cina, di nuovo, ne fa oggi un luogo indispensabile agli occhi del presidente. «Vogliamo indietro quella base» ha ribadito con forza Trump durante la conferenza congiunta con il primo ministro britannico Keir Starmer.

Che cosa è rimasto, oggi, a Bagram?

D’accordo, ma Bagram può ancora svolgere i compiti che l’amministrazione Trump ritiene possa svolgere? Può, insomma, spaventare la Cina?

Situato a 70 chilometri da Kabul, Bagram a suo tempo era il più grande aeroporto militare dell’Afghanistan. Costruito con il supporto dell’Unione Sovietica negli anni Cinquanta e ampliato, parecchio, dopo il 2001, comprendeva due piste, rifugi rinforzati, strutture logistiche e di rifornimento, alloggi per decine di migliaia di persone. Per due decenni, Bagram ha funto da cardine e cuore pulsante delle operazioni americane (e NATO) nel Paese.  

E oggi? Bella domanda. I militari afghani, quando le forze USA lasciarono la base, si lamentarono del fatto di non essere stati avvisati in anticipo. E questo perché Bagram, non appena il ritiro divenne realtà, venne saccheggiata prima dell’arrivo delle truppe afghane e, in seguito, requisita dai Talebani nel giro di poche settimane. Da allora, e dopo aver liberato molti esponenti di al-Qaeda e ISIS-K dalle prigioni, ne mantengono il controllo.  

In questi anni, i Talebani hanno trasformato i «contenuti» della base in strumenti di propaganda. Parliamo dei veicoli e delle armi statunitensi rimasti in loco. Un aspetto, questo, che ha contribuito ad alimentare le critiche di Trump all’amministrazione Biden per aver lasciato sul posto equipaggiamenti sensibili. Dal canto loro, i Talebani hanno smentito che, ora, sia la Cina a occupare Bagram avanzando, al contrario, l’ipotesi di convertire le ex basi straniere in zone economiche speciali. Dalle immagini satellitari si evince che le due piste e le aree di stazionamento sono sostanzialmente intatte. Non ci sono, per contro, segnali di grandi attività. Di qui la conclusione: sebbene la struttura dell’aeroporto rimanga intatta, è improbabile che sistemi critici come il controllo del traffico aereo, il radar e le condutture del carburante siano funzionanti dopo quattro anni senza manutenzione americana.

Servirebbero migliaia di soldati

L’idea di riprendersi Bagram e di farne un centro antiterrorismo, concretamente, si tradurrebbe in un dispiego di migliaia di soldati. Non solo, la base tornerebbe a essere un obiettivo primario dell’ISIS-K e di altri gruppi militanti. Dal canto loro, sin qui i Talebani hanno respinto, con fermezza, l’ipotesi di un ritorno degli Stati Uniti. Il funzionario del Ministero degli Esteri, Zakir Jalal, ha insistito sul fatto che l’Afghanistan interagirà con Washington «senza che gli Stati Uniti mantengano alcuna presenza militare in nessuna parte dell'Afghanistan». Di qui una seconda conclusione: se davvero Trump vuole riprendersi Bagram, dovrebbe contrastare l’opposizione dei Talebani e, in sostanza, invadere un’altra volta il Paese. I rischi di difendere una struttura così vasta in un territorio di per sé ostile, considerando la presenza dell’ISIS-K anche, supererebbero di gran lunga i benefici stando agli esperti.

E se fosse guerra?

Ultimo punto: è davvero necessaria, una base come Bagram, per sorvegliare la Cina o, nella peggiore delle ipotesi, per condurre operazioni contro Pechino? Non esattamente. L’Aeronautica militare statunitense, fra le altre, ritiene che oggi siano più importanti concetti come l’agilità, l’adattabilità e la presenza in siti più piccoli. Concetti, questi, contenuti nell’Agile Combat Employment della NATO. Per sorvegliare la Cina, poi, sono sufficienti i satelliti, al di là delle regolari attività di intelligence. Perché, insomma, rischiare per (ri)conquistare e poi difendere una base avanzata e per sua natura vulnerabile in Afghanistan? Siamo, insomma, al paradosso: Trump insiste per il ripristino di Bagram, ma in caso di guerra l’esercito statunitense combatterebbe in maniera differente. Ovvero, senza il supporto di una base del genere.