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Il premier israeliano ha parlato ieri durante la riunione di gabinetto: «Israele respinge il documento dei 15 punti» - Gli Usa: «Comprendiamo le sue esigenze politiche e non abbiamo problemi, basta che continui a fare ciò che chiediamo» - TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
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Oleodotto di Kharg completamente fermo a causa del blocco navale
L'oleodotto iraniano per l'esportazione di greggio sull'isola di Kharg rimane «completamente fermo» a causa del blocco navale imposto dall'esercito statunitense ai porti del Paese. Lo scrive Al-Jazeera citando in un post su X la società di intelligence marittima Windward, che ha affermato che tutti e tre i terminal dell'isola sono attualmente vuoti e che 17 petroliere «oscure», con i transponder spenti, sono rimaste ferme intorno a essa.
«Il quadro è coerente con un blocco delle esportazioni dovuto a un'interruzione delle esportazioni: nessun carico, nessuna partenza e una coda morta che non si muove», si legge nel rapporto. Situata a 15 miglia nautiche (circa 28 km) dalla terraferma iraniana, l'isola di Kharg è la spina dorsale economica dell'Iran e in genere gestisce circa il 90% delle esportazioni di petrolio greggio del paese.
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Il punto alle 6:45
Ieri, per la prima volta dall'annuncio di Donald Trump di un accordo su Gaza il 31 luglio, due giorni dopo il loro faccia a faccia, Benyamin Netanyahu ha rotto il silenzio, annunciando la sua posizione sul piano del Board of Peace: «Israele respinge il documento dei 15 punti. L'esercito di Israele (Idf) non si ritirerà finché Hamas non sarà disarmato dalle armi, pesanti e leggere». Non solo, ha bocciato anche la prospettiva di uno Stato palestinese prefigurata dal piano: «Finché sarò premier, non ci sarà, né a Gaza né in Cisgiordania. Né 'Fatahstan' né 'Hamastan'». Le parole pronunciate dal premier israeliano all'apertura della riunione di gabinetto hanno raccolto subito il plauso dell'ala oltranzista del governo: «Lo ringrazio per avere chiarito che non ci ritireremo di un millimetro dalla Striscia, né inizierà la ricostruzione prima del dissolvimento totale di Hamas», ha detto Betzalel Smotrich.
Dal campo però arrivano notizie diverse: la Radio militare ha riportato che due settimane fa, in concomitanza con la decisione di permettere l'ingresso nella Striscia delle prime truppe marocchine e ugandesi della Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf) - uno degli elementi del piano Trump -, il rango politico aveva approvato l'inizio dei lavori di ricostruzione in una «zona pilota» a Rafah, che si trova nel perimetro della «Linea gialla», tuttora sotto il controllo dell'Idf. Si tratta del progetto che nel Centro di coordinamento civile-militare sotto l'egida del Centcom Usa, operativo dall'ottobre scorso nel sud di Israele, viene chiamato 'Rafah verde' ed è sovvenzionato prevalentemente dagli Emirati Arabi Uniti. Secondo Channel 11, in questa area lo Shin Bet, i servizi interni israeliani, intende evacuare per primi i membri delle milizie, armate da Israele, che hanno collaborato con l'Idf durante la guerra: i clan Abu Shabab, Doghmush, al-Astal, al-Mansi, che sono nel mirino di Hamas.
La Casa Bianca «non è preoccupata» dalle dichiarazioni di Benyamin Netanyahu sul piano Usa per Gaza. Lo ha riferito un alto funzionario americano ad Axios. «Comprendiamo le esigenze politiche di Bibi. Non abbiamo problemi al riguardo, purché continui a fare ciò che chiediamo, in particolare per quanto riguarda la limitazione degli attacchi a Gaza», ha aggiunto il funzionario Usa.
Lo stesso premier israeliano, secondo alcune fonti, avrebbe detto a Jared Kushner, inviato speciale degli Stati Uniti per la pace, di essere disposto a dare una possibilità al piano di disarmo di Hamas proposto da Trump, e le Forze di Difesa Israeliane (Idf) si stanno ritirando sulla Linea Gialla. Lo scrive su X il Jerusalem Post. Affermazioni che andrebbero nella direzione opposta rispetto a quanto affermato pubblicamente dallo stesso Bibi.
Hamas, dal canto suo, ha «riaffermato il suo impegno ad agire seriamente e responsabilmente per attuare» il piano in 15 punti sulla Striscia di Gaza avallato dagli Usa in seno al cosiddetto Board of Peace: piano già accettato dall'organizzazione islamico-radicale palestinese e respinto invece ieri dal premier israeliano Benyamn Netanyahu. Lo ha detto un suo dirigente alla Bbc britannica, ribadendo peraltro la sollecitazione ai «mediatori» affinché assicurino «che tutte le parti si attengano a quanto è stato concordato».
