L'analisi

Proteste a Milano: «Il disagio non spiega tutto»

Il sociologo Luca Ricolfi torna sulle proteste sfociate in azioni violente parlando di «emulazione» rispetto a quanto accaduto in Francia – Decisivo, in questo frangente, il ruolo delle famiglie e delle istituzioni educative – «Impossibile fare previsioni su quanto accadrà nel prossimo futuro»
© Stefano Porta/LaPresse via AP
Thomas Schürch
Federica Serrao
Thomas SchürcheFederica Serrao
30.10.2026 06:00

Le manifestazioni che hanno invaso Milano nel fine settimana del 17-18 ottobre hanno lasciato un segno indelebile. Foto e video diffusi sui media hanno mostrato scenari di distruzione difficili da dimenticare. A distanza di giorni da quel weekend di disordini e devastazione, le domande sono ancora molte. Anche tra gli esperti. «Non mi aspettavo una simile escalation di violenza», confessa Luca Ricolfi, sociologo e politologo, interpellato dal Corriere del Ticino. «Eravamo abituati a scontri con la polizia, non a razzie, saccheggi, devastazioni e rapine».

I social come vetrina

A Milano, com’è noto, le proteste hanno infatti preso una piega inaspettata. Giovani, per non dire giovanissimi, hanno devastato zone della città e saccheggiato negozi. Gli adolescenti portati in questura sono in gran parte minorenni, alcuni addirittura hanno meno di 15 anni. Difficile, insomma, trovare una risposta alla rabbia giovanile che in un weekend di ottobre ha preso il sopravvento per le strade di Milano. Secondo Ricolfi, sono entrati in gioco due elementi importanti. «Uno è l’iper-consumismo del nostro tempo, che frustra chi non ha soldi per permetterselo. L’altro è la volontà di apparire unici, eccezionali, speciali agli occhi del proprio pubblico: di conseguenza, sui social». Mentre il primo elemento, come sottolinea il sociologo, era già ampiamente presente ai tempi di Pier Paolo Pasolini, il quale lamentava come «i ragazzi di vita si fossero imborghesiti»; il secondo «è un fatto realmente nuovo». Per capirlo a fondo, secondo Ricolfi, bisogna leggere due autori tedeschi che hanno descritto questo elemento accuratamente, anche se in epoche diverse. In tal senso, gli studi di Georg Simmel sulla vita urbana (Le metropoli e la vita dello spirito, Armando 1995) e il volume del sociologo Andreas Reckwitz La società delle singolarità. La trasformazione strutturale della modernità (Meltemi, 2025) descrivono questo fenomeno, anche se in anni diversi e distanti fra loro.

«La volontà di essere guardati, ammirati e riconosciuti come unici è il fattore psicologico che spinge a mettere in scena sé stessi, non importa come e a quale prezzo». La grande novità, rispetto al passato, «è che i social consentono di pubblicizzare, gratis, la propria unicità».

Dalla Francia all'Italia

Alle manifestazioni di Milano hanno preso parte non solo i giovani che hanno devastato la città, ma anche persone che credono, realmente, nelle motivazioni che stanno alla base di queste mobilitazioni. Capire, però, chi abbia partecipato spinto dalla volontà di manifestare per seguire i propri ideali e chi, invece, soltanto per causare danneggiamenti, non è semplice. «Non so se la distinzione sia davvero così netta - spiega Ricolfi - I nostri casseurs non esprimono alcuna domanda politica; i manifestanti pacifici hanno perlopiù slogan e motivazioni, più che richieste politiche precise». Inoltre, evidenzia lo studioso torinese, i temi sollevati sono quasi sempre «un’insalata. Caro carburanti, costo della vita, affitti troppo cari, scuole fatiscenti, diritti dei palestinesi, no alle armi all’Ucraina, abbasso il governo Meloni. Per non parlare delle solite invettive contro Donald Trump e Benjamin Netanyahu».      

Le manifestazioni italiane, inoltre, hanno avuto luogo dopo che, per settimane, le proteste hanno infiammato scuole e licei francesi. «Penso ci sia stata un po’ di emulazione, ma per ora in Italia la situazione è molto meno esplosiva che in Francia, anche perché abbiamo meno immigrati e i nostri conti pubblici sono meno in disordine».

Tra responsabilità e soluzioni inefficaci

Viene spontaneo, tuttavia, chiedersi se vi siano responsabilità dietro a quanto accaduto. Se qualcuno, insomma, ha sbagliato, o se qualcosa non è andato come previsto.

«Se guardiamo ai disordini dei ragazzini, il 90% della responsabilità è delle istituzioni educative, prime fra tutte la famiglia - commenta Ricolfi -. Lassismo in campo scolastico e permissivismo in campo familiare hanno demolito completamente la “funzione paterna”, come la chiamano gli psicologi». Un processo che, dice il sociologo, è iniziato già negli anni ’50 ed era perfettamente visibile fin dai primi anni ’60. «Da allora sono passati oltre 60 anni e il deterioramento delle istituzioni educative non si è mai fermato, con la complicità di quasi tutti».

Per questa situazione, evidenzia Ricolfi, non ci sono però soluzioni efficaci. «Questo perché, in primo luogo, molte rivendicazioni sono sensate e legittime, ma lo Stato non ha le risorse per soddisfarle. In secondo luogo, la repressione dei violenti è doverosa, ma né la nostra legislazione né il nostro sistema carcerario, per la cui disumanità saremo presto di nuovo condannati dall’Europa, così come nel 2013, consentono di neutralizzare violenti e saccheggiatori».

Un passepartout sociologico

Per spiegare queste proteste, molti hanno parlato di disagio giovanile. Ricolfi, in un’intervista a QN, ha però negato l’ipotesi che questo fenomeno sia collegato a quanto accaduto negli scorsi giorni.

«Il concetto di disagio giovanile è un passepartout sociologico, in uso dal ’68, che spiega tutto e niente. Se si vogliono individuare le motivazioni dei saccheggiatori bisogna cercarli, intervistarli, analizzarne le risposte. Cosa che, per ora, nessuno ha fatto», sottolinea il sociologo. In attesa di risposte, per Ricolfi l’ipotesi resta la stessa: «Dietro i saccheggi c’è la miscela esplosiva fra l’iper-consumismo della nostra società e il disperato bisogno di unicità che attanaglia le nuove generazioni. Se si vuole definire “disagio” tutto ciò, chiamiamolo pure così, ma senza scordarci che la povertà è una cosa seria, e l’impossibilità di accedere al lusso estremo non è povertà».

Situazione in divenire

Nel frattempo, l’impressione è che la situazione generale si sia, in parte, calmata. Complice il weekend senza scontri a Milano, dopo i timori dei giorni precedenti, molti pensano di poter tirare un sospiro di sollievo. Ma, insiste Ricolfi, le cose sono un po’ diverse. «La situazione non è più tranquilla, è cambiato il fatto che il Governo, con l’aiuto dei servizi segreti, ha fatto prevenzione e ha mandato l’Esercito a dare man forte a polizia e carabinieri». Previsioni su cosa accadrà nelle prossime settimane, quindi, al momento non è possibile farne. «Molto dipenderà anche da ciò che succederà negli altri Paesi europei».

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