Rafah, una riapertura minima

Ha riaperto i battenti l’unica finestra sul mondo per gli abitanti di Gaza. Il valico di Rafah, che collega la Striscia all’Egitto, dopo un’apertura di prova di domenica, oggi ha visto i primi 50 gazawi uscire in direzione dell’Egitto e di qui verso altre destinazioni nel mondo, e altrettanti entrare. I numeri però non sono quelli sperati: oggi solo cinque dei 450 gazawi in condizioni cliniche critiche sono stati autorizzati a lasciare la Striscia. Per Mohammed Abu Salmiya, il direttore dell’ospedale più grande di Gaza, l’al-Shifa, la situazione è difficile, perché non ci sono meccanismi chiari per permettere l’evacuazione dei feriti da Gaza. Per il sanitario, nel territorio dell’enclave ci sono 20.000 pazienti, tra cui 4.500 bambini, che necessitano urgentemente di cure. Sarebbero almeno 6.000 i feriti che, secondo le autorità sanitarie di Gaza, devono essere trasferiti all’esterno della Striscia per cure mediche quanto prima. Con il sistema attuale, ci vorranno anni per smaltire le evacuazioni, a meno che non si permetta l’uscita di almeno 500 pazienti al giorno. Le autorità sanitarie hanno dichiarato che almeno 1.268 persone sono morte a Gaza mentre attendevano il trasporto medico dopo la chiusura del valico da parte di Israele. Il Ministero della Salute denuncia che a breve aumenterà il numero di decessi tra chi attende di uscire per motivi medici, se non si permettono uscite di massa.
L’organizzazione
Ognuno dei cinque pazienti a cui è stato permesso di uscire, è stato accompagnato da due familiari. Per loro, ad attenderli in territorio egiziano, delle ambulanze. Queste hanno trasportato i gazawi verso il Cairo e da qui all’estero. L’Egitto, infatti, ha ribadito che non permette ai palestinesi di sostare sul proprio territorio. Per loro, c’è un visto di massimo due giorni entro i quali dovranno lasciare il Paese per la destinazione finale. Era stato così anche un anno fa, all’inizio di gennaio dell’anno scorso, quando Israele ha riaperto brevemente il valico e prima di maggio 2024, data nella quale l’esercito israeliano ne ha preso il controllo. Era stato lo stesso Cogat, il reparto dell’esercito israeliano che si occupa dei Territori palestinesi, ad annunciare sabato che il valico di Rafah avrebbe riaperto il giorno dopo, con «movimenti limitati di sole persone». Le operazioni sono complesse e prevedono più attori: gli egiziani permettono e autorizzano, coordinando; l’Autorità Nazionale Palestinese e l’agenzia europea Eubam, alla quale collaborano anche i carabinieri, supervisionano; per muoversi, è necessaria l’approvazione di sicurezza da parte d’Israele. Egiziani, palestinesi ed europei coordinano le attività sia in entrata che in uscita; militari israeliani controllano da un centro di comando, attraverso software di riconoscimento facciale, i gazawi che entrano. I militari, però, approvano, avendo l’ultima parola, coloro che entrano nella Striscia e li controllano fisicamente nel corridoio Regavim, una sorta di checkpoint appena fuori Rafah, verificandone l’identità in base agli elenchi approvati dall’apparato militare israeliano e conducendo ispezioni approfondite dei loro bagagli. Solo dopo questi controlli, ai gazawi sarà permesso di rientrare nella Striscia. Questo, secondo quanto denunciano i palestinesi, dimostra la volontà israeliana di favorire l’emigrazione dalla Striscia più che il ritorno a Gaza dei palestinesi.
Una nuova fase
L’apertura del valico di Rafah, è stata resa possibile dal ritrovamento nell’enclave del corpo dell’ultimo ostaggio, Ran Gvili, tra quelli rapiti vivi o morti il 7 ottobre. Il sergente di polizia è considerato un eroe perché, pur non in servizio - perché con una spalla rotta -, saputo del massacro in corso, corse in aiuto del Kibbutz Alumim, guidando per quasi un’ora. Qui ha ucciso diversi miliziani in battaglia, prima di essere ucciso dai palestinesi. Il corpo del 24.enne è stato trovato, anche con operazioni d’intelligence, nel cimitero musulmano di al-Batsh a Shuja’iya, nel nord di Gaza. L’apertura del valico di Rafah era stata annunciata, in realtà, a Davos a margine della presentazione del Board of Peace per Gaza, anche se Israele si è opposto. Questo sia perché i familiari degli ostaggi non volevano si procedesse alla fase 2 senza il corpo dell’ultimo ostaggio, sia perché Hamas non ha ancora cominciato il suo disarmo. Inoltre, Israele voleva essere sicuro di poter controllare chi entrasse nella Striscia. Contrario alla riapertura, il ministro della sicurezza interna Itmar Ben Gvir, il quale ha espresso tutta la sua opposizione al Consiglio dei ministri. La riapertura di Rafah fa guardare avanti anche verso la seconda fase dell’accordo in venti punti di ottobre scorso che ha portato al cessate il fuoco. Gli inviati americani Steve Witkoff, il plenipotenziario di Trump, e Jared Kushner, il genero del presidente, hanno già annunciato l’inizio della fase 2, con il marito di Ivanka Trump che ha anche presentato il progetto di ricostruzione di Gaza. Ma per Netanyahu, il prossimo passo a Gaza non è la ricostruzione, ma la smilitarizzazione della Striscia, grazie alla quale saranno così raggiunti tutti gli obiettivi della guerra. Sul tema, Hamas lancia segnali discordanti. Alcuni suoi leader hanno detto di essere pronti al disarmo; altri parlano di tenere armi leggere per questioni di sicurezza; altri chiedono in cambio il riconoscimento di partito politico. Moussa abu Marzouk, uno dei leader, qualche giorno fa ha escluso il disarmo. Condizione che, per israeliani e americani, è imperante, pena la cancellazione degli accordi e il ritorno alla guerra. Anche per questo, domani in Israele atterra Witkoff. Oltre alla questione iraniana, sul tavolo l’avanzamento del piano di Gaza. Si pensa a un ultimatum al gruppo di Gaza di due mesi. Anche perché Israele continua nelle sue operazioni nella Striscia contro quelli che identifica come terroristi e miliziani, anche se i locali denunciano attacchi contro civili. Ed è anche entrato in carica il comitato tecnocratico che dovrà amministrare la Striscia. Hamas ha detto di essere pronta a trasferire i poteri civili al comitato, ma di fatto non è avvenuto e, come denunciano da Gaza, il gruppo islamista fa ancora il bello e il cattivo tempo, non senza opposizione da parte dei clan locali contro i quali è in guerra.