Roma

Referendum sui magistrati, l'Italia spaccata tra Sì e No

A meno di due settimane dall'apertura delle urne il dibattito tra maggioranza e opposizione è diventato incandescente – Gli ultimi sondaggi danno i contrari alla riforma in leggero vantaggio – L'affluenza potrebbe essere determinante per l'esito finale
©FABIO FRUSTACI
Dario Campione
11.03.2026 06:00

Tra meno di due settimane, il 22 e il 23 marzo, gli italiani saranno chiamati a dire sì o no alla riforma costituzionale in materia di autogoverno e azione disciplinare della magistratura, votata in Parlamento dal centrodestra e fortemente osteggiata dal centrosinistra.

I giorni finali della campagna elettorale si annunciano roventi. La media degli ultimi sondaggi, pubblicata entro il termine di legge (in Italia è vietato divulgare le intenzioni di voto nei 15 giorni precedenti all’apertura delle urne, ndr), dà il No in rimonta. Come ha scritto sul Corriere della Sera - lo scorso 5 marzo - Nando Pagnoncelli, amministratore delegato di IPSOS, «i risultati [delle rilevazioni] vedono una tendenza alla crescita del No. Nello scenario con una partecipazione al 42%, i Sì arriverebbero al 47,6% (perdendo l’1,8% rispetto al 12 febbraio) e i No al 52,4%, con analogo incremento rispetto al sondaggio precedente. Nel caso di una partecipazione più elevata, al 49%, ci si troverebbe sul filo della parità: i Sì al 50,2%, i No al 49,8%. Bisogna tener conto, comunque, che nel primo scenario troviamo poco più del 7% di incerti che salgono a poco più del 9% nello scenario con partecipazione elevata, dati che possono determinare un cambiamento dei risultati, vista la vicinanza delle stime».

Insomma, secondo tutti gli esperti di demoscopia, il risultato è in bilico. Un’incertezza che si riflette sul dibattito politico, ogni giorno sempre più incandescente.

Il video di Giorgia Meloni

La presidente del consiglio Giorgia Meloni, restia, sinora, a entrare direttamente nella contesa, è stata “costretta”, a detta di molti osservatori, a partecipare alla campagna elettorale proprio dai sondaggi sfavorevoli. E l’altro ieri, in un video postato sui social, è tornata ad attaccare duramente sia la magistratura sia l’opposizione. L’obiettivo della premier di non politicizzare il voto è, quindi, saltato. «Vi dicono di andare a votare per mandare a casa il governo - ha spiegato Meloni nel video - consiglio di non cadere nella trappola: il governo non si dimetterà in caso di vittoria del No. Abbiamo scritto che avremmo fatto una serie di riforme ma ora aspetta agli italiani decidere, noi vogliamo arrivare al fine della legislatura e essere giudicati dagli italiani allora. Oggi si vota sulla giustizia e non sulla politica».

La premier italiana ricorda bene il precedente di Matteo Renzi, che aveva ancorato l’esito della riforma costituzionale al suo mandato a Palazzo Chigi. E non vuole commettere lo stesso errore. E tuttavia, un no dei cittadini al referendum del 22 e 23 marzo sarebbe un colpo durissimo da gestire, soprattutto con gli alleati leghisti, ai quali non sembrerebbe vero poter indebolire la leader di Fratelli d’Italia.

Per le opposizioni, il video della presidente italiana del consiglio è stata l’ennesima occasione per trasformare il voto in una sorta di referendum pro o contro il Governo. «Evidentemente nel panico a causa dei sondaggi che danno il No in crescita quotidiana, la presidente del consiglio è entrata a piedi uniti nella campagna referendaria - hanno detto i parlamentari del Movimento 5 Stelle (M5S) nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato - La stessa premier, a ottobre, disse che si trattava di una riforma per l’efficienza della giustizia, una bufala smentita poi da chiunque».

Le parole di Bartolozzi

Ma a sollevare un autentico putiferio sono state le parole pronunciate sabato scorso dalla capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, in un dibattito con la senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi andato in onda sull’emittente siciliana Telecolor. «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura. Sono plotoni di esecuzione». Indagata dalla Procura di Roma per false informazioni al pubblico ministero nell’àmbito del caso Almasri (il capo della polizia libica accusato di essere un torturatore, fermato il 19 gennaio 2025 e poi rilasciato due giorni dopo dalle forze di polizia italiane, ndr), Bartolozzi ha ricevuto l’avviso di conclusione indagini alla fine di febbraio e potrebbe essere presto rinviata a giudizio. «Il penale uccide le persone, rovina la reputazione, uccide le famiglie - ha detto a Telecolor la capo di gabinetto di Nordio - poi può essere che dopo 15 anni una parte si sente dire che il fatto non sussiste. Ma nel frattempo il penale tocca la vita delle persone».

Rilanciate sui social media dopo alcuni giorni, le parole di Bartolozzi hanno letteralmente incendiato la discussione sul referendum. «In 13 minuti [di video] la presidente Meloni ha provato a raccontare le ragioni del Sì. In 13 secondi, Giusi Bartolozzi le ha azzerate tutte. Ecco il vero obiettivo del Governo: mettere a tacere la magistratura, ridurla al silenzio, far sparire un presidio fondamentale di democrazia e giustizia», ha detto Simona Bonafè, capogruppo del Partito Democratico  in commissione Affari costituzionali della Camera.

«Apprezziamo la sincerità della capo di gabinetto del ministro Nordio che, come il suo diretto superiore, ha ammesso le vere finalità della riforma, cioè consumare la vendetta del centrodestra contro la magistratura, che gli eredi di Berlusconi non hanno mai tollerato - hanno detto gli ex magistrati antimafia Federico Cafiero De Raho e Roberto Scarpinato, oggi entrambi parlamentari del M5S - Dire ai cittadini che bisogna votare sì per togliersi di mezzo la magistratura, vista come un plotone di esecuzione, da parte di un’esponente di vertice del ministero della Giustizia è un messaggio eversivo, ma almeno chiarisce ancora una volta perché il Governo Meloni ha voluto questa riforma: sbarazzarsi della magistratura. Il referendum costituzionale è una partita decisiva per la nostra democrazia, chi sostiene il sì afferma candidamente di volerne minare le fondamenta», hanno concluso Scarpinato e Cafiero De Raho.