Reinhard Schulze: «L'Iran è in una fase terminale, potrebbe cadere entro il 15 marzo»

L'Iran è in una fase terminale: lo sostiene il noto islamologo svizzero e tedesco Reinhard Schulze, secondo cui il regime di Teheran, soffocato da una crisi economica irreversibile e da una ribellione ormai endemica, potrebbe collassare entro poche settimane.
«Gli osservatori dicono che potrebbe accadere entro il 15 marzo», afferma l'esperto in un'intervista pubblicata oggi dal Tages-Anzeiger. La previsione, sebbene congetturale, si basa su un crollo valutario inarrestabile e su una rabbia popolare che ha superato ogni punto di non ritorno.
Secondo il professore emerito all'università di Berna e conoscitore dell'Iran, il paese è a un punto di svolta epocale, paragonabile alla Siria del 2012, prima della guerra civile. «Il momento delle proteste non è affatto finito», afferma Schulze. «Il regime lo teme, tanto da voler prolungare il blocco di internet fino a metà marzo. Apparentemente, la leadership teme che le proteste possano ancora trasformarsi in un movimento di insurrezione».
Lo specialista dipinge un quadro in cui la rabbia popolare, alimentata da anni di crisi economica e repressione, ha superato un punto in cui non può più essere fermata. «La rabbia si è accumulata a lungo», spiega. «All'origine di queste proteste sono state questioni economiche, sono iniziate nel bazaar. A queste si sono unite le esperienze di protesta dal 2009 in poi. All'improvviso c'era la speranza di poter sollevare la questione del potere. Non si può più tornare indietro».
Uno degli elementi cruciali dell'analisi di Schulze riguarda la possibile spaccatura all'interno dell'apparato di sicurezza. In Iran coesistono due forze armate distinte: l'esercito regolare e i Guardiani della rivoluzione. «I Guardiani hanno già preso il potere e decidono la strategia futura», afferma l'esperto. «Hanno dichiarato guerra alla società». Ma il vero «giocatore decisivo» potrebbe essere l'esercito regolare, da sempre in una posizione di subordinazione. «L'esercito potrebbe provare a ricondurre all'ordine i Guardiani della rivoluzione, il che porterebbe a un colpo di stato militare». «L'esercito non si sente particolarmente obbligato verso il regime: ha tradizioni che rimandano ancora al vecchio regime imperiale».
Questa frattura apre scenari imprevedibili e potrebbe essere accelerata da una figura simbolica: Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo Scià in esilio. «È un populista nazionale», lo definisce Schulze. «Reclama il suo mandato dicendo di essere stato chiamato dal popolo. Si atteggia a persona neutrale, a 'padre degli iraniani'». La sua influenza, seppur dall'estero, è un ulteriore elemento di pressione su un regime che vede erodersi ogni consenso.
Oltre alla repressione e alla rabbia sociale, a minare le fondamenta della Repubblica islamica è un collasso economico che il quasi 73enne definisce inarrestabile. «La Sepah-Bank minaccia di crollare», avverte, riferendosi alla potente banca controllata dai Guardiani della rivoluzione. «Con un tasso di cambio di 1 dollaro per 1,8 milioni di rial il collasso valutario non può più essere fermato».
È da questa constatazione che emerge una possibile data per un crollo, quella del 15 marzo: si tratta di ipotesi, ma basate su argomenti economico-politici precisi. «I bancomat a un certo punto sono vuoti, poi non c'è più nulla. Questo porta a un disastro economico che il governo non può più evitare. Neanche i Guardiani della rivoluzione, che in sostanza hanno spodestato il governo, sono in grado di ricreare fiducia. Prima o poi l'agonia termina e il regime crolla».
In questo contesto esplosivo, Schulze attribuisce alla Svizzera un ruolo «decisivo». Oltre al canale diplomatico che già gestisce come potenza protettrice degli interessi statunitensi in Iran, l'esperto avanza una richiesta precisa: la Confederazione dovrebbe classificare i Guardiani della rivoluzione come organizzazione terroristica, come hanno fatto gli Stati Uniti. «Questa è probabilmente l'unica possibilità, ora, di mostrare da che parte si sta».
Secondo l'intervistato un passo del genere non sarebbe una violazione della neutralità, ma una scelta di campo a favore di valori universali. «I Guardiani della rivoluzione hanno dimostrato di non avere una legittimità politica. E questo significa anche per la Svizzera che non può tirarsi fuori», conclude.