Se le riserve petrolifere più grandi del mondo sono in affanno

Le riserve di petrolio americane, le più grandi al mondo, sono in affanno e «si stanno riducendo rapidamente». Lo stress e le pressioni sui distributori di carburante dovuti alla guerra in corso in Iran si fanno sentire anche per una superpotenza come gli Stati Uniti. Un tema, quello delle scorte petrolifere, su cui l'attuale presidente Donald Trump aveva già fatto leva tempo fa, durante la scorsa campagna elettorale, attaccando su questo punto Joe Biden. «Le riserve strategiche nazionali, che ho riempito, sono state praticamente svuotate per mantenere bassi i prezzi della benzina poco prima delle elezioni» aveva detto il Tycoon nel 2024 a Mar-a-Lago, parlando dei prelievi record effettuati dall'allora presidente Biden, come riporta la CNN.
Una situazione ancora peggiore
Peccato che ora Trump si ritrovi in una situazione molto simile - se non peggiore - di quella del suo predecessore. A pesare, come è noto, sono gli effetti dell'attacco sferrato all'Iran da Stati Uniti e Israele che, ormai da diversi mesi, ha causato il blocco dello Stretto di Hormuz e il conseguente aumento dei costi del carburante a livello internazionale. Adesso, però, le elezioni di midterm che incombono e «la crescente frustrazione» dei cittadini americani per il prezzo sempre più alto della benzina, hanno spinto il tycoon a mettere mano lui stesso ai rubinetti delle riserve petrolifere d'emergenza. Riserve che avrebbero dunque registrato «un rapido ritmo di esaurimento, più elevato rispetto a quello di Biden, superando ogni record sotto l'amministrazione Trump», precisa l'emittente americana.
Le più grandi scorte del mondo
Le riserve strategiche di petrolio americane sono le più grandi scorte d'emergenza di greggio che esistono al mondo e si trovano in una rete di grotte sotterranee tra Texas e Louisiana. Un fondo prezioso, questo, che è già stato utilizzato sia dai presidenti repubblicani che democratici durante crisi, guerre (anche quella in Ucraina), catastrofi naturali e altre interruzioni delle forniture, spiega la CNN. Sotto la lente degli esperti, però, non è finita solo «l'entità dei rilasci delle riserve strategiche», ma pure l'ammontare delle quantità di greggio stoccato, che ormai è «vicino ai livelli più bassi toccati nei primi anni 80». Secondo i dati federali, infatti, la quantità di petrolio nelle riserve strategiche americane è crollata da 638 milioni di barili del gennaio 2021, al minimo degli ultimi 40 anni pari a 347 milioni di barili nel luglio 2023. Un'erosione che soffre ora anche la crisi dovuta alla guerra nel Golfo Persico. Basti pensare che, secondo S&P Global Energy, la chiusura dello Stretto di Hormuz a fine febbraio ha bloccato bloccato un flusso di oltre 1,2 miliardi di barili di petrolio greggio. Per far fronte a questa situazione, agli Stati Uniti toccherà rifornire gli stock strategici di petrolio ma questa operazione «manterrà elevati sia la domanda del bene che il suo prezzo», a discapito dei consumatori americani.
Verso un limite alle esportazioni?
Anche perché dall'inizio della guerra in Iran, la quantità di petrolio nelle riserve strategiche a stelle e strisce è diminuita di circa 50 milioni di barili, ovvero del 12%, toccando «il livello più basso dall'aprile 2024», secondo quanto riferisce l'Agenzia statunitense per l'informazione energetica. Il greggio d'emergenza non è però riservato soltanto alle raffinerie americane, puntualizza la CNN. Circa la metà del prodotto è destinato alle esportazioni. Esportazioni che sono necessarie per diversi Paesi - in particolare europei ed asiatici - particolarmente colpiti dalla guerra del Golfo, che potrebbero risentire dell'onda lunga della crisi ancora per parecchio tempo. Gli Stati Uniti, insomma, si trovano in bilico: da una parte garantiscono maggiori esportazioni di greggio a Paesi che ne hanno bisogno per via della guerra in corso, dall'altra devono far fronte alla diminuzione delle scorte casalinghe. Una situazione che «potrebbe indurre i funzionari americani a considerare l'opzione estrema: limitare o addirittura vietare le esportazioni all'estero». Questa mossa potrebbe infatti abbassare temporaneamente i prezzi del carburante negli Stati Uniti, ma avrebbe pure il rischio di «destabilizzare ulteriormente» il sistema energetico globale. La Casa Bianca, in ogni caso, ha precisato che questa idea non è attualmente sul tavolo.
