Se l’Occidente non parla coi talebani, lo faranno la Cina e la Russia

Cinque anni fa il presidente Joe Biden ritirò le truppe americane dall’Afghanistan. Non fu costretto a farlo. L’America avrebbe potuto difendere a tempo indeterminato il governo afghano, imperfetto ma democraticamente eletto, ma scelse di non farlo. Gli elettori erano stanchi della guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti, contro i talebani, una milizia che controllava gran parte delle campagne. Donald Trump fissò un calendario per il ritiro; Biden lo portò a compimento.
L’imminente partenza degli americani spinse ogni afghano armato a rivedere le proprie aspettative su chi avrebbe probabilmente vinto la guerra civile del Paese. I signori della guerra cambiarono schieramento; i soldati governativi abbandonarono le loro postazioni e si dispersero. Il governo crollò quasi immediatamente. I talebani presero il potere praticamente senza incontrare resistenza. Civili disperati, in fuga dai nuovi governanti, si aggrapparono alle ruote di un aereo americano in partenza e precipitarono nel vuoto.
Fanatici religiosi
I talebani, il cui nome significa «studenti di religione», avevano conquistato il potere per la prima volta nel 1996, imponendo una brutale commistione di islamismo e consuetudini tribali premoderne, vietando l’istruzione alle ragazze e lapidando a morte gli omosessuali. L’America e i suoi alleati li rovesciarono dopo che avevano ospitato al-Qaeda, il gruppo terroristico che nel settembre del 2001 attaccò gli Stati Uniti con aerei dirottati. I combattenti talebani intrapresero però una guerriglia contro il sistema democratico introdotto dagli americani, assassinando giudici, poliziotti e chiunque fosse considerato un collaboratore. Quando Biden rinunciò, due decenni di tentativi di costruzione dello Stato si conclusero con un’umiliazione. Altre potenze ne trassero conclusioni sulla disponibilità dell’America a restare al fianco dei propri amici. Sei mesi dopo, Vladimir Putin invase l’Ucraina.
Cinque anni più tardi, l’America ha in gran parte dimenticato l’Afghanistan. È un errore. Se viene ignorato, il Paese ha maggiori probabilità di tornare a provocare problemi geopolitici. La sua popolazione soffrirà ancora di più. E aumenterà il rischio che finisca nell’orbita della Cina o della Russia.
Come riferisce questa settimana il nostro corrispondente, dopo un viaggio di mille chilometri su strada all’interno del Paese, i talebani hanno saldamente il controllo e l’Afghanistan è in gran parte tranquillo, salvo sporadiche tensioni con il vicino Pakistan. Ma si tratta di una stabilità cupa.
La musica è vietata. Uomini armati dominano le strade. La polizia per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio infligge percosse ai peccatori, per esempio agli uomini con una barba ritenuta inadeguata. Alle donne è vietato lavorare, frequentare l’università e viaggiare senza un tutore maschio. Alle ragazze è preclusa la scuola secondaria e, poiché il matrimonio infantile è ora legale, molte sono state costrette a passare direttamente dai banchi di scuola alle nozze. Quanto tutto ciò abbia reso gli afghani più poveri, più malati e più infelici è difficile da stabilire: la raccolta di dati non è una priorità dei talebani.
La maggior parte degli afghani desidera maggiori libertà. Persino molti talebani, dopo anni trascorsi in esilio, non credono più che permettere alle ragazze di imparare a leggere e scrivere farebbe crollare il cielo. Ma gli integralisti hanno imposto il proprio controllo con spietatezza. L’emiro dei talebani, Haibatullah Akhundzada, ha reclutato una guardia pretoriana fedele e si è accaparrato lucrosi contratti nel settore minerario. I talebani più moderati sono in genere troppo deboli o troppo intimoriti per sfidarlo. Alcuni dei pochi che lo hanno fatto sono stati costretti alla fuga.
Provare altre strade
America ed Europa hanno cercato di isolare il regime talebano, rifiutandosi di riconoscerlo, congelando le riserve della banca centrale afghana detenute all’estero e imponendo sanzioni ai suoi funzionari. Ma questa strategia non ha prodotto quasi nulla. Gli integralisti talebani non si preoccupano se diplomatici e investitori occidentali restano lontani e non modificheranno la propria ideologia soltanto per mettere le mani sui beni del precedente governo. I Paesi occidentali devono quindi provare una strada diversa.
Ciò significa riconoscere alcune dure realtà. Primo: i talebani non se ne andranno. Secondo: se l’Occidente non dialogherà con loro, lo faranno altre potenze. La Russia li ha formalmente riconosciuti. Cina, India, Turchia ed Emirati Arabi Uniti collaborano con loro su questioni come le attività minerarie e il commercio. I talebani rischiano inoltre di destabilizzare i rapporti tra India e Pakistan, poiché Islamabad teme che legami più stretti tra Delhi e Kabul possano lasciarla stretta fra due nemici.
Cominciano a intravedersi segnali di un approccio occidentale più pragmatico. Gli europei continuano a sostenere che il regime afghano sia inaccettabile, eppure in giugno hanno invitato funzionari talebani a Bruxelles per discutere dei flussi migratori e del rimpatrio dei richiedenti asilo respinti. L’America condivide discretamente informazioni di intelligence con loro nella lotta contro gruppi islamisti ancora più estremisti.
Le mosse per avvicinare Kabul
Avrebbero senso anche altre forme di coinvolgimento. È troppo presto per scongelare i 4,2 miliardi di dollari di riserve della banca centrale afghana custoditi in Svizzera, che verrebbero quasi certamente utilizzati per sostenere lo spregevole emiro. Ma i Paesi donatori dovrebbero smettere di ridurre gli aiuti umanitari, diminuiti di circa il 70% dal 2022. Secondo una stima, ne ha bisogno quasi metà della popolazione. È inoltre utile mantenere sul terreno le agenzie delle Nazioni Unite, che possano osservare ciò che accade e lanciare l’allarme in caso di carestie imminenti, disordini o furti degli aiuti.
Un secondo passo dovrebbe consistere nella riforma delle sanzioni. Molti esponenti talebani di alto livello, inseriti decenni fa nelle liste delle sanzioni come terroristi, sono oggi ministri. Ciò sta producendo l’effetto indesiderato di escludere il Paese dal sistema finanziario globale e privarlo degli investimenti privati. Le imprese occidentali temono di fare qualsiasi tipo di affare in Afghanistan, per il rischio di violare le norme sul finanziamento del terrorismo. Modificare questo sistema potrebbe favorire la crescita, contribuendo col tempo ad attenuare la disoccupazione di massa che minaccia la stabilità di lungo periodo del Paese.
Dispacci per Kabul
Un passo più controverso sarebbe il riconoscimento diplomatico. Ciò non implicherebbe approvazione. I governi rispettabili riconoscono molti regimi che disprezzano. Significherebbe piuttosto prendere atto della realtà: i talebani governeranno con ogni probabilità l’Afghanistan ancora a lungo. Negare le relazioni diplomatiche non è una grande leva negoziale: i talebani non ritengono che la propria legittimità dipenda dal benestare degli infedeli. Ambasciate pienamente operative, tuttavia, possono vigilare sulle minacce terroristiche e creare utili canali di comunicazione che, nel tempo, potrebbero incoraggiare gli elementi più moderati del regime.
Non bisogna farsi illusioni. La riforma di questo spregevole governo dovrà venire in gran parte dall’interno e potrebbe richiedere decenni. Ma un coinvolgimento prudente e mirato ha maggiori probabilità di produrre benefici che danni. È dunque giunto il momento che l’America e le altre democrazie, turandosi collettivamente il naso, parlino con i talebani.
