Medio Oriente

Sempre colpa del petrolio: la guerra di Trump in Iran la sta vincendo Putin?

Con il noto economista italiano Carlo Cottarelli analizziamo l'aumento dei prezzi del petrolio e lo stop alle sanzioni contro la Russia: «L'Europa non deve cedere alla tentazione di rivolgersi a Putin. Trump esulta? Spieghi agli americani perché la benzina costa di più»
©Keystone/©Evan Vucci
Michele Montanari
13.03.2026 11:57

La guerra scatenata dal presidente USA Donald Trump in Iran sta facendo lievitare il prezzo del petrolio, schizzato in breve tempo a oltre 100 dollari al barile. Con il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio e del gas globale, il mondo sta cercando di correre ai ripari. L’Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE) ha accettato di rilasciare una quantità record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, inclusi 172 milioni di barili rilasciati dagli USA nel tentativo di contribuire a frenare l'impennata dei prezzi.

Dopo il via libera all’India, che potrà acquistare le fonti energetiche dalla Russia, ieri il Dipartimento del Tesoro americano ha concesso una deroga globale di 30 giorni per acquistare petrolio e prodotti petroliferi russi soggetti a sanzioni e attualmente bloccati in mare. Il segretario del Tesoro Scott Bessent ha parlato di una mossa «per stabilizzare i mercati energetici globali sconvolti dalla guerra con l'Iran». Per Bessent si tratta di «una misura, circoscritta e di breve durata, che si applica solo al petrolio già in transito e non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo, che ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle tasse riscosse nel punto di estrazione». La decisione USA potrebbe sì portare sollievo a livello economico ma, inevitabilmente, pone un grosso interrogativo sulle sorti della guerra in Ucraina.

Stando al Financial Times, la Russia starebbe incassando fino a 150 milioni di dollari al giorno di entrate aggiuntive grazie alle vendite di petrolio, diventando il principale beneficiario del conflitto in Medio Oriente. Il guadagno extra stimato dall’inizio del conflitto in Iran sarebbe compreso tra gli 1,3 e gli 1,9 miliardi di dollari dalle tasse sulle esportazioni, dopo che la chiusura dello Stretto di Hormuz ha portato a una maggiore domanda di petrolio russo, specialmente da parte di India e Cina.

Il Financial Times ritiene che il Cremlino – con il prezzo al barile del greggio russo Urals tra i 70 e gli 80 dollari (nei mesi scorsi stava a 52 dollari) – possa ricevere tra 3,3 e 4,9 miliardi di dollari di entrate aggiuntive complessive entro la fine di marzo.

È chiaro che la Russia sta guadagnando da questa situazione. Sta traendo vantaggi sia in termini di prezzo del petrolio al barile, che comunque è già salito, sia in termini di maggiore possibilità di vendita ad altri Paesi
Carlo Cottarelli, ex direttore del dipartimento Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale

Interpellato dal CdT sulla situazione, l’economista italiano Carlo Cottarelli, ex direttore del dipartimento Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale, si appella al buonsenso dell’Occidente, il quale dovrebbe resistere alla tentazione di rivolgersi a Vladimir Putin: «È chiaro che la Russia sta guadagnando da questa situazione. Sta traendo vantaggi sia in termini di prezzo del petrolio al barile, che comunque è già salito, sia in termini di maggiore possibilità di vendita ad altri Paesi. Ora si tratta di vedere come reagiranno gli importatori, specialmente quelli europei, di fronte a questa maggiore disponibilità da parte del Cremlino di vendere le sue fonti energetiche». Cottarelli prosegue: «Io credo che l’Europa debba resistere alla tentazione. Il petrolio e il gas che transitano dallo Stretto di Hormuz rappresentano circa il 20% degli idrocarburi esportati globalmente. La cifra in Italia, ad esempio, è molto più bassa: intorno al 10%. Dunque, è possibile diversificare. Anzi, lo si deve fare. I Paesi occidentali devono evitare di acquistare le fonti energetiche da Putin, perché le alternative ci sono. Penso agli Stati Uniti, all’Algeria, o ai gasdotti dell'area del Caucaso. Ovviamente non è facile rimpiazzare anche solo il 10%, ma non significa che non si possa fare».

Per l’economista, inoltre, il via libera alla vendita di petrolio russo a Cina e India non rappresenta una grossa novità, semplicemente ora viene fatto alla luce del sole: «Le esportazioni verso questi Paesi, è cosa nota, avvenivano anche quando le sanzioni erano in vigore. Mi riferisco alla cosiddetta flotta ombra, ossia alle petroliere russe battenti altre bandiere. Inoltre, sappiamo pure che oggi il gas russo fluisce ancora in alcuni Paesi europei. Non c’è mai stata una sospensione totale».

Secondo Cottarelli, attualmente, «è impossibile fare previsioni, perché nessuno sa come può evolversi questa guerra. L'unica cosa che si può dire è che se il prezzo del petrolio e del gas dovesse rimanere sui livelli attuali, ci sarà una spinta verso il basso della crescita dei Paesi importatori. Non paragonabile comunque allo shock che abbiamo avuto con la pandemia di Covid-19, o con la crisi economica globale del 2008-2009. E neppure con quella dell'area dell'euro del 2011-2012. Allo stato attuale, citando ancora l’Italia, si potrebbe registrare una perdita del livello del PIL dell'1%. Il 2026 potrebbe essere dunque un anno di decrescita, ma non credo che vi sarà un crollo del Prodotto interno lordo. Dunque non possiamo cambiare la nostra politica verso la Russia come conseguenza di una recessione».

Ieri, di fronte all'esplosione dei prezzi del petrolio e ai timori del mondo, Donald Trump con sprezzante cinismo ha esultato per la situazione, a suo dire, molto favorevole all'America: «Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi». Una uscita, quella del tycoon, che Cottarelli contesta, anche perché gli statunitensi probabilmente non saranno felici come il proprio leader: «Lo vada a dire alle famiglie americane che vedono aumentare il prezzo della benzina: se c'è una cosa che dà fastidio alla popolazione è proprio dover pagare di più per il carburante».