Spiegate a un bambino perché si muore sotto una pioggia di bombe

Come si fa a spiegare a un bambino perché cadono le bombe? Che mamma e papà sono morti sotto le mura di quella che una volta si chiamava casa? L’UNICEF deve affrontare anche queste domande quando scoppia una guerra. E non è facile trovare una risposta. Nemmeno se si è adulti. Mentre nelle scorse ore a Washington le autorità israeliane e libanesi hanno iniziato i colloqui per un complicatissimo accordo di cessate il fuoco, nel Paese dei cedri la situazione è drammatica: morti, feriti e sfollati sono il risultato del conflitto tra Israele e Hezbollah. E come in ogni conflitto a pagare il prezzo più alto sono i civili.

«Il numero di bambini morti o feriti continua a crescere. Al momento, in base ai dati che ci vengono forniti dalle autorità del governo libanese, parliamo di 168 piccole vittime e di 650 bambini feriti» afferma Marcoluigi Corsi, responsabile UNICEF in Libano, sottolineando: «Bisogna tenere conto che più di 200 di questi bambini morti o feriti sono vittime dell'8 aprile, giorno in cui sono state colpite varie parti del Paese, inclusa Beirut, dove attualmente mi trovo. Parliamo di un milione e 200 mila sfollati, di cui oltre 390 mila sono appunto bambini».
Corsi sa benissimo cosa vuol dire per i bambini sentire la guerra sulla propria pelle: «Innanzitutto, bisogna ricordare che molti di questi piccoli hanno vissuto lo stesso trauma più o meno diciotto mesi fa, ossia tra ottobre e novembre del 2024, quando c'è stata la ripresa del conflitto in Libano. Andando nei centri in cui si trovano gli sfollati e parlando con loro, si sentono risposte come: "Io sono stato qui esattamente diciotto mesi fa". E quindi c'è un senso di déjà vu, è un trauma che si rinnova. Molti rifugi sono comunque in zone non lontane da dove si sentono le esplosioni. Questo significa aver paura sia di giorno che di notte di ogni suono che ricorda i bombardamenti vissuti in precedenza o quelli attuali». E ancora: «Bisogna poi tenere in considerazione che a partire da marzo, ossia poco dopo questa nuova intensificazione del conflitto, le scuole sono state chiuse. Per i bambini vuol dire perdere quel senso di normalità che invece dovrebbero avere. Con normalità intendo il senso di sicurezza e di protezione di cui i piccoli hanno bisogno. La guerra non lascia soltanto ferite fisiche, ma anche psicologiche. Drammi che noi, come UNICEF, come attori sociali, stiamo cercando di marginare attraverso l'intervento di assistenti sociali e di psicologi. È una realtà molto difficile per i bambini. E più si va avanti, più perdono il senso di quello che è normale. Visitando i centri di accoglienza, mi è stata posta una domanda semplice a cui però è difficile dare una risposta: "Perché sta accadendo una seconda volta?"».

Se è difficile trovare le parole per descrivere l’orrore, ci sono però azioni concrete che, volontari e organizzazioni umanitarie possono mettere in atto. «In questo momento – spiega il responsabile UNICEF - stiamo cercando di operare, insieme ai nostri partner, su tre livelli: a breve, medio e lungo termine. Ovviamente con tutta la volontà e i mezzi che abbiamo a disposizione, perché i mezzi, soprattutto finanziari, purtroppo scarseggiano. Nell’immediato cerchiamo di far fronte a tutti i bisogni necessari per i bambini e le loro famiglie. Concretamente, forniamo un accesso continuo all’acqua potabile, un accesso a quello che è un sistema di protezione affinché i bambini possano essere riunificati con le famiglie o comunque accuditi da sistemi sociali e psicologici»». Corsi prosegue: «Con il Ministero della Salute abbiamo messo a disposizione mezzi e unità cliniche che si muovono attraverso i vari punti di sfollamento, perché i bambini possano continuare ad essere vaccinati o possano continuare a essere presi in cura. La maggior parte di questi rifugi collettivi, oltre il 64%, dove alloggiano sfollati sono scuole. Questo significa che a partire da marzo il sistema scolastico è stato interrotto e quindi dobbiamo continuare a fare in modo che i piccoli possano averse accesso all'apprendimento in qualsiasi modo sia possibile, attraverso centri temporanei oppure servizi di istruzione da remoto». Il nostro interlocutore aggiunge: «Poi c'è tutto l'aspetto relativo al medio termine, ovvero riuscire a stabilizzare questi servizi, in modo che siano accessibili non una volta ogni tanto, ma stabilmente. E poi ci sono gli obiettivi a lungo termine: ristrutturare, ripristinare, ristabilizzare tutti i servizi che sono stati distrutti. Si pensi soltanto a quello che sta accadendo nel sud del Paese, dove gran parte della popolazione è fuggita, ma alcune persone sono rimaste per paura di non poter far più ritorno. Qui strutture scolastiche, ospedali, centri sanitari e sistemi di acqua sono stati distrutti. Bisogna ricreare le condizioni affinché gli sfollati possano rientrare. Quindi ci sarà un gran lavoro da fare».

Un lavoro che costerà anche molti soldi. E i fondi al momento mancano. Corsi illustra la situazione: «In questo momento l'UNICEF stima di aver bisogno, per il periodo marzo-maggio di quest'anno, di 48,5 milioni di dollari. Al momento siamo riusciti a stabilizzare circa il 20% di questa cifra direttamente attraverso risorse che la nostra organizzazione già possiede. Per far fronte a quelli che sono i bisogni immediati dei bambini e delle loro famiglie, abbiamo dato fondo alle risorse interne, come ad esempio kit igienici o per il trasporto di acqua potabile, i kit educativi e quelli di protezione. Ma questo perché li avevamo già pre-posizionati in Libano, considerando che è un Paese sempre complicato da un punto di vista dei conflitti. Eravamo pronti per poter far fronte a qualsiasi evenienza, ma questi beni, nelle prossime tre settimane, termineranno. Abbiamo bisogno di ripristinare le capacità che avevamo in Libano prima del rinnovo del conflitto. Ciò significa che abbiamo bisogno di accedere ai fondi che vanno al di là dei tre mesi».

E allora una domanda sorge spontanea: la situazione in Libano è stata sottovalutata dalla comunità internazionale? Tradotto: ci sono conflitti che colpiscono maggiormente l’opinione pubblica? Il responsabile dell’UNICEF prova a dare una risposta: «È una domanda un po' difficile e probabilmente non so se esista una risposta soddisfacente. Senz'altro, per me e per l'UNICEF, i dati sono lì da vedere. I bambini colpiti, i morti e i feriti sono visibili. I bisogni qui sono e continueranno a essere enormi. Eppure, l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale non sembra essere all'altezza. Non so se questo significa che c'è una sorta di “assuefazione”, perché il Libano è in crisi da moltissimi anni. Forse non è più “notiziabile”, per usare un termine giornalistico, ma questa non è una giustificazione. Io penso che possa essere eventualmente una spiegazione, ma non deve essere senz'altro una giustificazione. Quello che posso dire è che a livello generale, non soltanto per il Libano, il rispetto del diritto internazionale umanitario non è più quello che c'era una volta. Su questo punto dobbiamo continuare a pressare, in modo che sia per esempio garantito l’accesso incondizionato alle popolazioni bisognose ». Sposiamo in pieno l’appello di Corsi: «I bambini non possono essere vittime di guerra, per nessun motivo. A livello del diritto internazionale umanitario non possono essere un bersaglio, così come le scuole o gli ospedali. I bambini devono essere protetti, in qualsiasi momento, adottando qualsiasi misura». Perché quando i grandi fanno la guerra esplosioni di missili e urla disperate diventano una ninnananna macabra. Non si muore per finta con armi giocattolo tra le mani. Ora provate a spiegarlo a un bambino.

