L'intervista

«Sul Giorno della memoria è tempo di riflessioni»

Sergio Della Pergola, professore emerito di demografia ed ex direttore dell’Istituto di studi ebraici contemporanei all’Università di Gerusalemme: «Bisogna ripensare il 27 gennaio alla luce del presente»
©Gabriele Putzu
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
28.01.2026 06:00

Sergio Della Pergola, professore emerito di demografia ed ex direttore dell’Istituto di studi ebraici contemporanei all’Università di Gerusalemme, era ieri a Lugano per il Giorno della memoria (una tavola rotonda con la scrittrice Edith Bruck, sopravvissuta alla Shoah, e la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, tutto organizzato  dall’Associazione Svizzera- Israele, sezione Ticino).

Professore, quest’anno il Giorno della memoria è stato accompagnato da una notizia particolarmente positiva.
«Sì, lunedì scorso il corpo di Ran Gvili ha fatto ritorno in Israele. Il sergente maggiore della polizia di frontiera era stato ucciso e rapito dai terroristi di Hamas il 7 ottobre 2023 mentre difendeva il kibbutz di Alumim. Adesso, per la prima volta dal 2014, a Gaza non ci sono più ostaggi israeliani. È uno spiraglio, minuscolo, certo, ma pur sempre uno spiraglio per tempi più pacificati».

Permane tuttavia nel dibattito pubblico la pesante ombra delle azioni dell’IDF nella Striscia.
«Proprio quello che si voleva evitare: che il Giorno della memoria venisse accostato ai fatti bellici degli ultimi due anni e quattro mesi, politicizzandolo e creando polarizzazioni».

Alcuni eventi, ad esempio in Italia, hanno creato accese polemiche. Forse il format va rivisto.
«Devo fare una premessa. Io sono un ‘salvato’. Nella notte di Natale del 1943, in spalla ai miei genitori, sono arrivato in Svizzera passando dal rio Val Mara e dal monte Gridone, tra Cannobio e Brissago. Venimmo portati in un campo profughi e poi accolti con grande umanità dalla comunità di Tenero. La generosità ticinese è un ricordo che resterà per sempre».

Detto questo...
«Negli ultimi anni io stesso sono stato tra quelli che hanno criticato il modo in cui il Giorno della memoria viene ideato e promosso. Mi spiego. La memoria degli ebrei non ha bisogno di un giorno fissato su un calendario internazionale: noi la memoria ce la portiamo dentro quotidianamente. Il Giorno della memoria è o dovrebbe essere relativo alla cura della memoria in coloro che ebrei non sono. Durante la Shoah ci furono persecutori e spettatori, persone indifferenti o impotenti.  In questo senso l’iniziativa dovrebbe nascere da loro ed essere promossa da loro, per evitare che si ripeta, e non dalle vittime. In teoria non dovrebbe nemmeno esserci una partecipazione ebraica così centrale. Il fatto che oggi io accolga un invito come quello di Lugano è positivo, però il punto è che se la memoria fosse davvero viva e vigile, non saremmo di nuovo qui».

Come muoiono i testimoni della Shoah, spariscono coloro che furono indifferenti. Il «carico di memoria» che si richiede alle nuove generazioni rischia di essere vissuto come un’incombenza civile imposta.
«Vero. E infatti, con grande rammarico e preoccupazione,  assistiamo a un risorgere di ostilità che non sono solo contro lo Stato di Israele ma contro gli ebrei. Fenomeni che si credevano archiviati. Se tornano, vuol dire che qualcosa non ha funzionato».

Che cosa, ad esempio?
«Non è stata interiorizzata la tolleranza verso la diversità. E non è stata capita la natura della comunità ebraica, presenza antichissima in Europa. Le matrici e le logiche dell’antisemitismo sono diverse, vanno da quelle religiose legate ad alcune realtà cristiane a quelle ideologiche più novecentesche, ma si tratta sempre di un unico humus dentro cui si è formata la civiltà europea. In certi periodi la tolleranza è stata piena, in altri ‘condizionata’: tutto bene finché l’ebreo faceva una certa cosa o stava in un certo recinto, in caso contrario tornava l’ostilità. Dal 7 ottobre in avanti, con i fatti di Gaza, questo meccanismo si è rimesso in moto».

Diciamolo, però. Le cancellerie europee sono tutte schierate nella lotta contro l’antisemitismo. Persino partiti di destra, Rn in Francia, AfD in Germania e  FdI in Italia sono pro-Israele e in amicizia col popolo ebraico.
«In parte le do ragione. A livello istituzionale, intendo le costituzioni  e i governi, l’apprendimento è stato reale. Ma voglio citare, tra tante, l’affermazione del presidente italiano Giorgio Napolitano: ‘l’antisemitismo oggi passa anche dall’antisemitismo mascherato da antisionismo, quando si nega all’ebreo l’opzione di avere uno Stato’. In generale, le posizioni delle cancellerie sono corrette. Se scendiamo però a livello dei partiti e della lotta politica, vediamo una profonda trasformazione: una buona parte della destra, in contrasto con il suo passato, ha assunto posizioni pro-israeliane; la sinistra ha invece imboccato in tanti casi il filone opposto, a volte con ambiguità, altre volte in modo aggressivo e inaccettabile».

In Italia si sta discutendo della nuova legge sull’antisemitismo. Una parte della sinistra chiede di scorporare le critiche a Israele dalla definizione di antisemitismo. Cosa ne pensa?
«Le parlo ora da scienziato sociale. Io aderisco alla definizione di antisemitismo stabilita dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA, ndr). Essa consta di tre pilastri: l’antisemitismo è l’odio verso gli ebrei in quanto tali, è la disparità della loro condizione nei diritti civili e nelle garanzie di sicurezza nei Paesi dove vivono, compresa la negazione della Shoah, e da ultimo antisemitismo è attaccare lo Stato di Israele in quanto comunità ebraica. Se tocchi anche solo uno di questi punti, colpisci l’insieme».

Sul terzo scorrono ancora molto sangue e inchiostro.  
«Mi tocca precisare: anche Israele deve esercitare la propria sovranità politica con responsabilità. Certo che si possono criticare politiche, ingiustizie ed errori commessi dal governo di Israele ma queste critiche devono stare su un altro piano rispetto alla negazione del diritto dello Stato a esistere. Detto ancora più chiaramente. Se ‘non si può criticare Israele senza essere accusati di antisemitismo’, allora si dovrebbe concludere che una grande parte della società israeliana – quella che oggi critica duramente il governo di Netanyahu – è antisemita. Mi sembra assurdo e lo è. La critica è legittima e doverosa in una democrazia. Ma deve essere una critica fondata e non deformante, non può trasformarsi in delegittimazione».

Le leggo una frase di Liliana Segre dal volantino della serata luganese: «Se si ammettono le parole dell’odio nel contesto pubblico, si legittimano rapporti imbarbariti». Alcuni, però, temono la censura e accusano le comunità ebraiche di voler mettere il bavaglio a critiche legittime.
«È un discorso complicato. Negli Stati Uniti la freedom of speech è un pilastro costituzionale, in Europa no. Non è per  nulla semplice. Quand’è che la libertà di parola diventa aggressione e quando diventa un meccanismo che finisce per abolire la libertà stessa? Sulla libertà di opinione non è facile dare un giudizio sicuro al 100%. Quando diventa veramente aggressione? Sappiamo inoltre che il peggior nemico della democrazia... è la democrazia, la quale può abolire la democrazia democraticamente. Il dilemma è reale: forse bisogna richiamarsi a principi morali più alti della sola legge scritta. Alla coscienza individuale».

Può farmi un esempio?
«Le cito un principio affermato nella giurisprudenza israeliana: ‘il soldato ha il dovere di non obbedire quando sopra l’ordine sventola la bandiera nera della manifesta illegalità’. Il punto è questo: l’individuo resta responsabile. Non ci si può rifugiare nel gregge. Forse la memoria dovrebbe dirci proprio questo: esistono limiti che la storia ci ha insegnato e che non andrebbero oltrepassati. Oggi invece sembra che vogliamo reinventare la ruota».

Sento già le critiche di alcuni che ci leggeranno: l’operato dell’IDF a Gaza non è certo stato ligio alla raccomandazione che mi ha appena citato.
«Immagino si tratterà di persone che non hanno detto nulla, ma proprio nulla, sul massacro del 7 ottobre. Israele, se vogliamo, ha fatto un fallo di reazione, da cartellino rosso, da espulsione. Posso ammetterlo. Ma chi ora vuol far l’arbitro neutrale e fischiare il fallo, prima non ha detto niente sul massacro di Hamas. Questo perché sotto sotto si pensa che Israele non sia uno Stato legittimo. Voglio però dire una cosa: se l’8 ottobre Hezbollah, Iran e Houthi insieme avessero lanciato migliaia di missili su Israele, ora Israele non esisterebbe più. Non è accaduto. La situazione l’abbiamo in parte recuperata. Resta che l’arbitro non è credibile».

Come se  ne esce?
«Io sono da sempre favorevole alla soluzione a due Stati per due popoli. Due Stati o anche tre, poiché ritengo opportuno riflettere sul fatto che Gaza e Cigiordania possano essere anche due entità statuali separate. Il problema enorme, dopo il 7 ottobre, è la questione: con chi si tratta? Con chi si costruiscono tali sovranità? Hamas ha una carta fondativa che parla di annientamento degli ebrei, quindi con essa non si può trattare. Con l’Autorità palestinese forse si può. Qui ci sta una critica a Netanyahu: aver sostenuto Hamas come contrappeso all’Autorità palestinese è stato un errore strategico gravissimo e oggi ne paghiamo le conseguenze».   

Quindi a chi lo dedichiamo questo Giorno della memoria?
«Esso serve a portarci a una riflessione su un altro ordine di grandezze, sulla società civile europea. Se non capiamo questa crisi profonda che stiamo attraversando, ogni shock storico riaprirà ferite che credevamo chiuse».