L'analisi

Sul terreno è stallo, ma Soledar è un obiettivo importante

Il ritorno del generale Valery Gerasimov dettato dal bisogno del Cremlino di gestire le spinte degli ultra-nazionalisti - Il ruolo della NATO sempre più decisivo
©REUTERS
Dario Campione
13.01.2023 06:00

Che cosa sta succedendo, davvero, in Ucraina? Qual è la reale situazione sul terreno? E come districarsi tra le notizie, spesso apertamente contraddittorie e filtrate dai diversi Stati maggiori, che giungono dal teatro di guerra?

«Dopo la controffensiva autunnale dell’esercito di Kiev, il conflitto è entrato in una sostanziale fase di stallo, sia a Sud sia a Nord - dice al Corriere del Ticino Pietro Batacchi, analista geopolitico e direttore della Rivista Italiana di Difesa - Adesso, però, i russi tentano di avanzare verso Bakhmut e hanno lanciato un attacco violentissimo sulla cittadina di Soledar. Mosca combatte una battaglia che giudica simbolicamente molto importante, dato che arriva dopo mesi di sconfitte. Una battaglia, però, anche in parte strategica, perché i due centri abitati sono nel cuore del dispositivo di difesa ucraino nel Donbass, la loro caduta alleggerirebbe la pressione su Kreminna e su Luhansk».

Negli ultimi giorni, il ritorno del generale Valery Gerasimov, 67 anni, al comando della “operazione speciale” in Ucraina ha fatto molto discutere. Soltanto pochi mesi fa, lo stesso Gerasimov era stato sostituito da Sergei Surovikin, il generale “Armageddon”, già comandante delle truppe russe in Siria, considerato un falco vicino alle posizioni degli ultra-nazionalisti. L’obiettivo affidato a Surovikin era chiaro - ribaltare le sorti di una campagna militare che rischiava di diventare un clamoroso fallimento - ma non ha avuto successo.

«Il ritorno di Gerasimov - dice ancora Batacchi - ha però più significati. Come tutti gli autocrati, Putin manovra le rivalità interne per mantenere saldo il suo potere. Divide et impera, banalmente. Putin deve trovare un equilibrio tra gli iper-nazionalisti come Yevgeny Prigozhin (l’ex “cuoco” del capo del Cremlino, oggi alla testa dei mercenari della Wagner, ndr) e Ramzan Kadyrov, leader della Repubblica russa meridionale di Cecenia e, appunto, la leadership militare più moderata rappresentata da Gerasimov e dal ministro della Difesa Sergei Shoigu. Per ora, tutti si dimostrano fedeli al leader, in futuro si vedrà. Sicuramente, Prighozin non piace a Gerasimov e Shoigu perché rivendica in modo dimostrativo i successi sul campo di battaglia per le sue milizie», aggiunge il direttore della Rivista Italiana di Difesa.

Secondo Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e della Difesa in Italia, l’avvicendamento dei vertici militari non avrà alcun effetto concreto. In una dichiarazione all’Adnkronos, Camporini ha spiegato che «le svolte ci sono se cambiano le condizioni sul terreno, e le condizioni non stanno cambiando; la qualità delle truppe russe è quella che è, la disponibilità della logistica è quella che è e queste cose non sono destinate a cambiare in modo significativo nel breve termine». Resta il fatto che a quasi un anno dall’inizio del conflitto, nessuno avrebbe potuto prevedere una simile evoluzione: una Russia, cioè, incapace di avanzare e un’Ucraina così resistente. «Sin dal 24 febbraio - dice ancora Batacchi - Mosca non ha combattuto contro l’Ucraina ma contro la NATO. Senza il supporto dell’Alleanza Atlantica, Kiev non avrebbe resistito un giorno. La guerra avrebbe avuto un andamento completamente diverso».

Così non è stato, anche perché, dall’inizio, i russi hanno agito sulla base di postulati fallaci: la fragilità strutturale del governo nemico, la debolezza della resistenza armata, la convinzione che l’Occidente non sarebbe intervenuto.

 

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