Tre giorni di trattativa in Pakistan per mettere fine ai combattimenti

Le trattative per mettere fine alla guerra iniziano oggi, in Pakistan, nel segno della totale indeterminatezza. In una Islamabad blindata come mai accaduto prima, le delegazioni di Stati Uniti e Iran tentano quantomeno di avviare il dialogo. E di superare ostacoli che, alla gran parte degli osservatori internazionali, appaiono quasi insormontabili.
I colloqui potrebbero durare fino a lunedì o martedì, ha detto all’agenzia di stampa russa TASS Abdul Majid Hakim Elahi, inviato della Guida suprema di Teheran. «Forse si negozierà per due o tre giorni, poi ciascuno tornerà nei rispettivi Paesi per proseguire le discussioni al proprio interno».
Le premesse, come detto, sono incerte. Ma l’Iran affronta questo round di discussioni mostrando molta risolutezza. Dal quartier generale delle Guardie della rivoluzione (Khatam al Anbiya), è partita oggi pomeriggio una nota in cui si ricordava che le forze armate dell’Iran hanno il «dito sul grilletto» e sono pronte a intervenire in caso di violazione della tregua. Mentre continuano a presidiare lo Stretto di Hormuz «senza cedere sulla tutela dei propri diritti».
Sui social, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf - che insieme al ministro degli Esteri Abbas Araghchi guiderà la delegazione iraniana ai colloqui con gli USA - ha invece scritto: «Due delle misure concordate reciprocamente tra le parti devono essere ancora attuate: un cessate il fuoco in Libano e il rilascio degli asset iraniani bloccati. Queste due questioni devono essere soddisfatte prima che i negoziati inizino».
La cautela del vicepresidente
Paradossalmente, è la parte americana a mostrare, per il momento, più cautela e un maggiore interesse alla trattativa. Il vicepresidente J.D. Vance ha evitato, ad esempio, messaggi ultimativi. Prima di salire a bordo dell’Air Force Two che lo avrebbe portato in Pakistan, Vance si è limitato a dire: «Non vediamo l’ora di affrontare la negoziazione. Penso che sarà positiva. Ovviamente, vedremo». Poi, citando Trump, ha aggiunto: «Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, noi siamo certamente pronti a tendere la mano aperta. Se tenteranno di prendersi gioco di noi, allora scopriranno che la squadra negoziatrice non è così ricettiva». Vance ha anche sottolineato come Trump avesse «dato alcune linee guida piuttosto chiare» su come trattare, senza tuttavia aggiungere ulteriori dettagli.
Nella mattinata di Washington, in un post su Truth, il presidente USA - facendo riferimento sia ai colloqui di oggi in Pakistan con l’Iran sia ai negoziati tra Israele e Libano in programma la prossima settimana, aveva invece parlato del «più potente reset del mondo». E aveva messo temporaneamente da parte i toni apocalittici utilizzati qualche giorno fa, quando aveva minacciato di «cancellare» la civiltà persiana e di far tornare Teheran «all’età della pietra».
Nel primo pomeriggio americano, però, Trump è tornato a minacciare l’Iran sostenendo che le navi da guerra statunitensi stanno caricando le «migliori munizioni» in vista di una possibile ripresa degli attacchi in caso di fallimento dei negoziati. «Lo scopriremo tra circa 24 ore. Lo sapremo presto», ha detto il presidente degli Stati Uniti in un’intervista telefonica al New York Post rispondendo a una domanda sul possibile esito dei colloqui. «Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni, le migliori armi mai costruite, persino migliori di quelle che abbiamo usato in precedenza e con cui li abbiamo fatti a pezzi», ha aggiunto. «Se non raggiungeremo un accordo, le useremo, e le useremo in modo molto efficace».
«Gli iraniani non sembrano rendersi conto di non avere alcuna carta da giocare, se non l’estorsione a breve termine ai danni del mondo attraverso l’uso delle vie d’acqua internazionali. L’unica ragione per cui sono ancora in vita, oggi, è negoziare!», ha quindi scritto il presidente americano su Truth alcune ore dopo.
Strategia aggressiva
J. D. Vance sarà affiancato a Islamabad dall’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, e dal genero dello stesso presidente, Jared Kushner, entrambi reduci da tre round di colloqui indiretti con negoziatori iraniani (tenuti in Oman prima che fosse lanciata l’offensiva del 28 febbraio, ndr) volti a risolvere le preoccupazioni statunitensi sui programmi nucleari e balistici di Teheran e sul sostegno del gruppo dirigente sciita ai gruppi armati in Medio Oriente.
La portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly, ha spiegato, senza farne i nomi, che funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, del Dipartimento di Stato e del Pentagono «avranno anch’essi un ruolo di supporto». Non ha invece fornito dettagli sul formato dei colloqui - se cioè saranno diretti o indiretti - e non ha parlato delle aspettative specifiche dell’amministrazione di Washington.
Il cessate il fuoco siglato mercoledì resta in ogni caso temporaneo e precario, sempre sul punto di crollare. Il divario tra le richieste pubbliche dell’Iran - i 10 punti - e quelle degli Stati Uniti e di Israele sembra inconciliabile. Così come ha fatto notare il New York Times, non è nemmeno chiaro perché Teheran abbia scelto di impostare le trattative con una strategia così aggressiva. Quanto detto dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf sulla necessità di sbloccare i beni congelati prima dei colloqui non faceva nemmeno parte dei 10 punti resi noti dopo l’annuncio del cessate il fuoco. Tanto che una fonte della Casa Bianca, citata dal quotidiano neewyorchese, ha ripetuto che tutto questo non corrisponde a ciò che Trump aveva descritto come «una base praticabile su cui negoziare».
