Medio Oriente

Trump spinge Israele e Libano a una tregua di dieci giorni

Sembra che Netanyahu si sia visto costretto ad accettare la proposta di cessate il fuoco arrivata dal presidente americano – La situazione resta tesa attorno alle attuali posizioni dell’IDF e di Hezbollah
© KEYSTONE (REUTERS/Florion Goga)
16.04.2026 22:04

Come in tutta la guerra in corso, è stato Donald Trump ad annunciarlo, probabilmente anche a deciderlo: dalla mezzanotte (le 21.00 ora svizzera) è entrato in vigore un cessate il fuoco sul Libano nella guerra che, qui, Israele sta conducendo contro Hezbollah. A oltre un mese dal 2 marzo quando, per vendicare l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei (avvenuta a Teheran ad opera delle forze israelo-americane il 28 febbraio, primo giorno del conflitto), Hezbollah aveva attaccato Israele, ecco la svolta, la cui genesi tuttavia non è chiara.

L'IDF rimarrà in una zona «rafforzata» nel sud del Libano

La notizia è deflagrata nella serata israeliana, provocando anche forti reazioni e critiche nei confronti di Benjamin Netanyahu. Il premier, infatti, pare non aver toccato palla sulla decisione di Trump. Tant’è vero che non ha neanche avvisato i suoi, dai più stretti collaboratori ai membri del gabinetto. È stata necessaria una riunione urgente dei ministri via telefono, una modalità inusuale, per portare all’approvazione della tregua nelle ostilità. In verità, da un paio di giorni si parlava del fatto che ci sarebbe stato un imminente annuncio della tregua in Libano. Notizia poi sempre smentita. Come smentita è stata la notizia che si sarebbe cercato di far incontrare, seppur al telefono, il presidente libanese Aoun e il premier israeliano Netanyahu. I ministri di Gerusalemme non sono stati contenti nell’aver saputo del cessate il fuoco dai media. Netanyahu, ai membri del gabinetto, ha detto di aver accettato su richiesta di Trump. Ma nonostante molte critiche in Israele, soprattutto tra i sindaci delle città del Nord, il premier ha annunciato in un messaggio video il raggiungimento di un cessate il fuoco con Hezbollah di dieci giorni. Il premier ha parlato di una «opportunità storica» per la pace con il Libano, spiegando che il cessate il fuoco ricalca quello che Israele aveva già messo in essere a novembre di due anni fa, dopo la guerra scaturita dall’attacco di Hezbollah l’8 ottobre 2023. L’esercito israeliano resterà, in questi dieci giorni, sulle sue posizioni nel Sud del Paese dei cedri. Interromperà gli attacchi anche aerei e sarà pronto ad agire nel momento in cui si sentirà attaccato o percepirà un pericolo. Una situazione che Hezbollah ha criticato: qualsiasi cessate il fuoco non deve, a parere del gruppo, consentire a Israele la libertà di movimento all’interno del Libano. Molti anche in Israele non sono contenti. L’esperienza recente della tregua raggiunta nel novembre 2024 violata, la condizione non raggiunta del disarmo di Hezbollah, pongono un pericolo alle comunità israeliane del Nord, le quali temono possano riprendere gli attacchi quanto prima.

Una giornata di attacchi da ambo le parti

Trump, dal canto suo, ha invitato a Washington sia Netanyahu che Aoun, per un incontro che il presidente americano dice potrebbe avvenire nelle prossime settimane. Anche il premier libanese Sharif e diversi esponenti di governi internazionali, hanno accolto con favore l’annuncio. La stessa Svizzera ha esortato, in un messaggio, «tutte le parti a rispettare pienamente questo cessate il fuoco e a cogliere questa opportunità per progredire verso una soluzione politica duratura, nel pieno rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Libano». L’Iran, continuando nella sua battaglia mediatica, si sta intestando il merito per il raggiungimento del cessate il fuoco, spiegando che è un altro tassello della vittoria che ha ottenuto nella guerra con USA e Israele. Che è arrivato comunque al termine di una giornata di attacchi da ambo le parti. Hezbollah ha continuato a lanciare razzi e droni contro il Nord d’Israele anche dopo l’annuncio del cessate il fuoco, mentre l’esercito ha ampliato il controllo sul Sud del Libano. Ha distrutto l’ultima via di fuga sul Litani, di fatto bloccando le vie di fuga dall’area. I militari israeliani hanno occupato altri villaggi meridionali e continuato l’assedio e la presa di Bint Jbeil, la cittadina roccaforte di Hezbollah.

Testimonianze dal Libano

Il cessate il fuoco potrebbe portare un po’ di sollievo alla disastrosa situazione umanitaria sia nel Sud che nella capitale, Beirut, dove ha trovato rifugio gran parte del milione di profughi scappati dalle zone di guerra meridionali. L’esercito ha annunciato che da domani porterà aiuti nelle comunità cristiane del Sud. I profughi non sanno se e quando potranno tornare nelle loro case. In una dichiarazione scritta, Nabih Berri, alleato di Hezbollah e presidente del Parlamento libanese, esorta i cittadini a «rimandare il loro ritorno nelle città e nei villaggi fino a quando la situazione non sarà più chiara, in conformità con l’accordo di cessate il fuoco». «Stiamo cercando di capire quando possiamo tornare a casa», spiega Mazin Al-Hajj, un uomo di 39 anni proveniente da un villaggio del Libano meridionale, «anche perché non sappiamo se è in piedi e cosa sia rimasto. Vogliamo tornare quanto prima possibile». Attualmente è sfollato in un rifugio collettivo a Beirut, dove vive con la moglie e i loro cinque figli. «Quando siamo scappati, era durante il Ramadan, i droni volavano sull’intero villaggio. Quel giorno siamo scappati in tutta fretta, era il compleanno di mio figlio, trascorso senza festeggiamenti, oscurato dalla paura e dallo sfollamento». Durante una guerra precedente, suo padre e sua sorella sono stati uccisi dopo essere stati sfollati a Saida. Ora la famiglia di Mazin vive in un’aula scolastica, priva di privacy e dignità. «Non è facile vivere così quando prima si aveva una casa. Non c’è privacy, non ci sono servizi igienici adeguati e non c’è spazio per una normale vita familiare». Le rigide condizioni invernali hanno peggiorato la loro situazione. La famiglia non ha vestiti a sufficienza e non ci sono fonti di conforto o svago per i bambini. Ha anche sottolineato le lacune negli aiuti umanitari. «Nessuna organizzazione distribuisce vestiti e a volte gli aiuti alimentari non sono sufficienti. Non ci possiamo permettere carne o pollo e dipendiamo fortemente dagli aiuti esterni. Io lavoro come piastrellista quando trovo occupazione, e non ho più una fonte di reddito stabile. Non ho neanche i soldi per la benzina che ci dovrebbe riportare a casa».

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