L'analisi del lunedì

Turchia e Israele, la prossima grande rivalità in Medio Oriente

I due Paesi sarebbero alleati naturali, eppure sono sempre più in rotta di collisione
© The Ecomomist/Beatrice Caciotti
The Economist
06.07.2026 06:00

Da anni funzionari turchi e israeliani si scambiano minacce e insulti. La guerra di parole si è fatta più aspra dall’inizio della guerra di Israele a Gaza, nel 2023. Ma ora sembra sfuggire di mano. I politici israeliani parlano della Turchia nello stesso respiro in cui parlano dell’Iran. Il 23 giugno, un ministro israeliano ha sostenuto che la Turchia, insieme alla Siria, avesse sostituito l’Iran come principale minaccia per il suo Paese. Israele ha alzato ulteriormente il tiro il 28 giugno scorso, riconoscendo il genocidio del popolo armeno compiuto dagli ottomani tra il 1915 e 1923 - la Turchia non riconosce quelle morti come crimine di guerra, tanto meno come genocidio.

Recep Tayyip Erdogan, il presidente turco, ha accusato a sua volta Israele di genocidio, ma a Gaza. Di recente ha sostenuto che le campagne di bombardamento israeliane in Siria e in Libano rappresentassero una minaccia per la Turchia. All’inizio di giugno, il suo ministro dell’Interno ha detto di sperare di diventare governatore di Gerusalemme una volta che la città fosse passata sotto il controllo turco. L’Impero ottomano governò Gerusalemme e la Palestina per quattro secoli, fino al 1917.

Molto di tutto questo è posa, destinata al pubblico interno. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che affronterà gli elettori in ottobre, vuole alimentare la narrazione di un Israele sotto assedio e dunque della necessità di un leader forte, cioè egli stesso. Erdogan, che potrebbe anticipare le elezioni turche previste per il 2028, ha bisogno di un nemico pubblico per distogliere l’attenzione da un’inflazione al 30% e da tassi d’interesse elevati.

Ma entrambe le parti temono di essere accerchiate dall’altra. Israele indica l’impronta sproporzionata della Turchia in Siria e le sue nascenti alleanze militari con Egitto, Pakistan e Arabia Saudita. La Turchia sottolinea le guerre di Israele a Gaza, in Iran e in Libano, nonché la sua cooperazione con gli insorti curdi. I decisori turchi considerano Israele un ostacolo in «ogni singolo dossier del Medio Oriente in cui sono coinvolti», afferma Asli Aydintasbas, della Brookings Institution, un centro studi americano. Per ora il rischio di uno scontro è remoto. Ma non è più trascurabile.

Se non è una cosa, è l’altra

La guerra di Israele in Iran è soltanto il più recente motivo di allarme per la Turchia. Ankara si oppone da tempo agli interventi in quel Paese, temendo la prospettiva di un collasso dello Stato iraniano, una nuova crisi di rifugiati ai suoi confini e interruzioni ai flussi commerciali ed energetici. Ma teme anche che il regime iraniano, con cui intrattiene relazioni perlopiù cordiali, possa essere sostituito da un governo amico di Israele.

La Turchia mal sopporta anche il sostegno israeliano ai gruppi armati curdi in Siria, Iran e Iraq. I piani americani e israeliani per coinvolgere combattenti curdi nella guerra hanno confermato i peggiori timori di Ankara. Si dice che un intervento personale di Erdogan abbia contribuito a convincere Donald Trump ad accantonare l’idea.

Un’altra fonte di attrito è la crescente cooperazione di Israele con Grecia e Cipro, pensata per contenere l’influenza turca nel Mediterraneo orientale. I tre Paesi hanno intensificato la condivisione di intelligence, così come le esercitazioni navali e aeree e hanno discusso piani per proteggere le infrastrutture energetiche offshore. Negli ultimi anni Israele ha accettato di fornire alla Grecia lanciarazzi di precisione e a Cipro sistemi di difesa aerea. La Turchia, nel frattempo, sta rafforzando le proprie rivendicazioni sulle acque contese del Mediterraneo e sui giacimenti di gas sottostanti.

Israele è da tempo irritato dal sostegno turco a Hamas, gli islamisti responsabili degli attacchi del 7 ottobre. Ma di recente è più preoccupato dal ruolo della Turchia in Siria. Il movimento di Ahmed al-Sharaa ha preso il controllo di un Paese devastato dalla guerra. Ancora debole, il suo governo ha cercato di placare Israele, il suo vicino aggressivo. Molti funzionari israeliani, tuttavia, considerano il Paese una bomba a orologeria, controllata dai leader turchi che, a loro giudizio, esercitano un’influenza indebita sul regime guidato da Sharaa, un ex comandante di al-Qaeda.

Le tensioni sulla Siria si sono attenuate dal 2025. Ma il potenziale di conflitto resta. I due Paesi hanno sfere d’influenza rivali. La Turchia ha truppe nel nord, Israele nel sud. Ma i loro obiettivi restano incompatibili. La Turchia vuole uno Stato siriano forte; Israele ne vuole uno debole. Israele ha compiuto centinaia di attacchi contro obiettivi militari siriani, comprese basi aeree destinate a essere trasferite alla Turchia. Comunicazioni regolari tra le rispettive agenzie di intelligence e forze armate hanno finora impedito che truppe turche e israeliane finissero nel mirino le une delle altre.

La guerra in Iran ha rafforzato la posizione della Turchia. Il Paese ha consolidato il proprio ruolo di mediatore tra America e Iran, ha migliorato il proprio standing all’interno della NATO ed è riuscito a mantenere buoni rapporti con Trump, pur rifiutandosi di sostenere la sua guerra. Per proteggersi da potenziali minacce provenienti sia dall’Iran sia da Israele, la Turchia ha inoltre continuato ad avvicinarsi ad altre potenze regionali, soprattutto attraverso la cooperazione nel settore della difesa. I colloqui su un patto di sicurezza regionale, che la Turchia vuole concludere con egiziani, pakistani e sauditi, hanno preso slancio nell’ultimo anno.

Per gli F-35 ad Ankara, la partita si gioca a Washington

Israele, dal canto suo, non ha raggiunto i propri obiettivi in Iran. Netanyahu guarda con risentimento alla sintonia tra Trump ed Erdogan, soprattutto in Siria. I suoi assistenti affermano che poche cose lo fanno infuriare quanto sentire Trump attribuire al presidente turco la caduta di Assad; il premier insiste che a spianare la strada sia stato l’indebolimento israeliano di Hezbollah.

Israele è allarmato anche dai tentativi turchi di assicurarsi i caccia Stealth F-35 ordinati all’America un decennio fa: in Medio Oriente solo Israele li possiede. Washington bloccò la vendita nel 2019, dopo l’acquisto turco degli S-400 russi, ma Trump sembra pronto a tornare sui suoi passi: «Probabilmente farò qualcosa che lo renderà molto felice», ha detto il 24 giugno riferendosi a Erdogan.

Il vero destinatario delle ultime bordate israeliane, secondo alcuni analisti, sarebbe il Congresso. «Gli israeliani sanno che Trump si sta preparando a una svolta sugli F-35», afferma Soner Cagaptay, del Washington Institute, «e vogliono stroncarla preventivamente».

Nessuna delle due parti ha davvero bruciato i ponti: le ambasciate restano aperte e, malgrado l’embargo di Erdogan, le esportazioni turche raggiungono Israele via Paesi terzi.

Turchia e Israele potrebbero seppellire l’ascia di guerra una volta concluse le ere Netanyahu ed Erdogan: due potenze non arabe del Medio Oriente, allineate con l’Occidente, già strette alleate negli anni Novanta. Ma l’angoscia va oltre i leader attuali. Israele guarda con sospetto a Hakan Fidan, ministro degli Esteri, ex capo dei servizi segreti e possibile successore di Erdogan: un analista dell’intelligence israeliana lo definisce «l’uomo più pericoloso per Israele nella regione». Un conflitto aperto tra il più stretto alleato dell’America e il secondo esercito della NATO resta improbabile. Ma gli ultimi anni hanno mostrato che guerre ritenute impensabili sono possibili. E la posta in gioco non potrebbe essere più alta.