Tutti contro Netanyahu, «l’accordo è un fallimento»

Fallimento. La parola che circola di più negli ambienti politici e in gran parte della popolazione israeliana, dopo il raggiungimento dell’accordo preliminare tra Iran e Stati Uniti, è proprio fallimento. Un fallimento politico del premier, che ai più è parso totalmente asservito a Trump perché ha messo da parte gli interessi di sicurezza israeliani per assecondare le manie dell’inquilino della Casa Bianca. Trump che, pur di accreditarsi come il più importante «peace maker» della storia, non solo per 38 volte ha annunciato una pace che non sarebbe arrivata, ma che, a quanto pare, ha fatto diversi passi indietro circa le condizioni che aveva posto.
Sulla graticola
Nel paese ebraico Netanyahu è sulla graticola, in un angolo, accusato di aver vanificato quanto raggiunto con le operazioni militari. Che pure avevano portato a un certo successo: Hamas, Hezbollah, i siriani, gli Houthi erano stati ridimensionati di parecchio e obbligati ad accettare obtorto collo, come gli iraniani, tregue e cessate il fuoco. Ora invece, con il raggiungimento dell’accordo sul Memorandum of Understanding che dovrebbe portare poi a un accordo più generale tra Washington e Teheran, la sensazione è che questi gruppi, in particolare Hezbollah ed Hamas, si sentano legittimati e ancora più in forze.
Secondo alti funzionari governativi di Gerusalemme, la frustrazione principale risiede nel fatto che la voce di Israele non sia stata ascoltata da Washington. L’accordo viene visto come una grande opportunità mancata: la Casa Bianca ha dato priorità alla stabilizzazione dei mercati energetici (questa sera il petrolio ha chiuso in ribasso del 4% intorno agli 80 dollari) e al blocco del nucleare (con l’impegno a rimuovere il materiale arricchito dall’Iran, anche se i termini non sono ancora chiari a riguardo), ma ha lasciato totalmente scoperti i punti sensibili per Israele: nessun limite ai missili balistici iraniani, nessuna richiesta di smantellare la rete di milizie proxy e l’allentamento delle sanzioni sul petrolio che ridarà ossigeno economico a Teheran.
Attacchi da tutti gli angoli
Il premier è accusato di fallimento sia dall’opposizione che dai suoi. L’ala più a destra della coalizione ha immediatamente rigettato i termini dell’accordo, in particolare l’inclusione del Libano nel cessate il fuoco permanente, che impedirebbe a Israele di completare le operazioni contro Hezbollah. Smotrich ha parlato di «male» riferendosi all’accordo, Ben Gvir ha sottolineato che non vincola Israele. I leader dell’opposizione e gli ex generali non hanno attaccato Trump, ma hanno riversato la colpa interamente su Netanyahu, accusandolo di aver promesso una «vittoria totale» e di aver invece portato Israele all’isolamento. Non solo: in molti hanno detto che se Netanyahu fosse stato all’opposizione e non premier in questa occasione, avrebbe etichettato l’atteggiamento del primo ministro nei confronti dell’accordo come «tradimento». Qualcuno addirittura dice che se si fosse saputo l’esito, forse non era il caso di entrare in guerra.
Accuse rispedite al mittente
Il premier israeliano non ci sta e respinge le accuse. In una conferenza stampa, ribadendo che non si lasceranno le zone di guerra fino a che non ci siano condizioni di sicurezza per gli israeliani, ha parlato di «vittoria storica» che durerà per generazioni, sottolineando il legame e la cooperazione con gli americani.
Da molte parti in Israele, quello tra USA e Iran viene definito «accordo farsa». La sensazione da Gerusalemme è che gli ayatollah abbiano umiliato Trump: primo perché non hanno firmato (anche se tutto dovrebbe avvenire venerdì, solo da Washington hanno detto è stato siglato, comunque sarà sempre una cosa transitoria da definire poi in altri colloqui) durante il compleanno del presidente; in secondo luogo perché le clausole sono tutte a loro favore. Dallo «zero enrichment» dell’uranio, alla possibilità di arricchirlo a livelli molto bassi, quanto serva per usi civili. Cosa che l’Iran faceva già e che ha portato poi ad arricchire l’elemento chimico a livelli quasi bomba atomica; da nessun aumento di capacità belliche proprie e aiuto ai proxy alla sparizione totale della clausola. Oltre al fatto che è stato inserito il Libano e che Hormuz sarà comunque controllato dall’Iran.
Una minaccia continua
Dello stretto, a Israele non interessa, ma del Libano sì. Aver incluso il Paese dei cedri nell’accordo, significa certificare il vassallaggio, il controllo dello stesso da parte dell’Iran. Katz, ministro della difesa, come aveva già fatto, ha comunicato questa mattina che l’esercito non se ne va dal sud del Libano, come allo stesso modo da Gaza e Siria, fino a quando non saranno sicuri di non essere attaccati.
Dopotutto dal Libano verso il nord del Paese ebraico sono cominciati gli attacchi l’8 ottobre 23 e ogni volta che c’è stata una tregua, cosa che ha provocato le risposte israeliane. Anche nella notte sono arrivati droni nel nord e Israele ha colpito un’auto nel sud, proprio a dimostrare che, non essendo parte dell’accordo tra Washington e Teheran, continua a perseguire l’unica strada della sicurezza per i suoi cittadini. Che, per Netanyahu, si può raggiungere solo attraverso un’azione bellica continua.
Il fatto che gli attacchi di Hezbollah non uccidano nessuno, a differenza di quelli israeliani nel sud del Libano, è anche grazie ai sistemi di sicurezza del paese ebraico. Ma la minaccia è continua e costante, impedendo a circa centomila cittadini della zona di vivere nelle loro case.