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Un amore mai NATO: Trump critica gli alleati, valuta «punizioni» e rispolvera la Groenlandia

Dopo l'incontro con il segretario generale Mark Rutte, il presidente USA torna alla carica: «L'Alleanza non c'è mai quando abbiamo bisogno» - Washington ora potrebbe spostare soldati dalle basi europee «poco collaborative»
©Alex Brandon
Michele Montanari
09.04.2026 12:55

Dopo la minaccia di abbandonare la NATO per il rifiuto degli alleati di seguire i suoi diktat, il presidente USA Donald Trump ieri è tornato alla carica. L’incontro con il segretario generale Mark Rutte non sembra aver fatto accendere alcuna scintilla di benevolenza nel tycoon, rimasto sulle sue posizioni decisamente critiche sull’efficacia dell’Alleanza, definita negli scorsi giorni una «tigre di carta». Prima del vertice, la Casa Bianca aveva dichiarato che Trump avrebbe discusso la possibilità di un'uscita degli Stati Uniti dall'alleanza, prevista dall'Articolo 13 del Trattato Nord Atlantico siglato il 4 aprile 1949 a Washington. Alla fine del 2023, tuttavia, il Congresso degli Stati Uniti ha votato per vietare a qualsiasi presidente americano di ritirarsi unilateralmente dalla Alleanza senza l'approvazione di una maggioranza di due terzi del Senato o senza un atto emanato dal Congresso.

Le solite critiche

In un post sul Social Truth, pubblicato poche ore dopo l'incontro, oltre alle solite critiche e lamentale, non sembra però che il leader americano abbia preso alcuna decisione in merito a un possibile abbandono degli USA. «La NATO non c’era quando ne avevamo bisogno, e non ci sarà nemmeno se ne avremo bisogno in futuro. Ricordate la Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio gestito male!», ha scritto Trump, rimarcando il suo scetticismo sull’alleanza e tornando a menzionare l’isola artica tanto bramata per la sua posizione strategica e l'abbondanza di materie prime.

Niente di nuovo sotto il sole. Il tycoon da anni critica gli alleati, ma durante la guerra in Iran sembra aver superato il limite di sopportazione, quando i membri della NATO si sono rifiutati di intraprendere un’operazione in Medio Oriente per liberare lo Stretto di Hormuz, come richiesto da Washington. «Non è la nostra guerra», hanno fatto giustamente fatto notare i partner, dato che USA e Israele hanno scatenato una pioggia di bombe su Teheran senza neppure avvisarli. La frustrazione del tycoon è però cresciuta a dismisura di fronte all’enorme problema del blocco dello Stretto di Hormuz, la via commerciale da cui transita il 20% del petrolio e del gas globale.

«Con Trump un mondo più sicuro»

Mark Rutte, dal canto suo, ha fatto buon viso a cattivo gioco, affermando che il capo della Casa Bianca «è chiaramente deluso da molti alleati della NATO», ma «ho fatto notare come molti Paesi europei abbiano aiutato», ha riferito l’ex primo ministro olandese in una intervista alla CNN dopo l'incontro con Trump. Pungolato sulle affermazioni della portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, secondo la quale gli alleati «sono stati messi alla prova e hanno fallito», Rutte ha ammesso che per alcuni di loro è effettivamente stato così. «È stata una conversazione schietta e aperta», ha poi evidenziato, aggiungendo: «È stato un incontro fra amici. Io ammiro la sua leadership». Alla domanda se il mondo fosse più sicuro ora rispetto a prima della guerra in Iran, il segretario generale ha risposto senza esitazione: «Assolutamente», attribuendo questo risultato alla «guida» di Trump, capace di ridimensionare le minacce nucleari iraniane.

Nonostante le parole concilianti di Rutte, diversi membri NATO non sembrano altrettanto allineati con la Casa Bianca, anzi. Alcuni di loro hanno denunciato una violazione del diritto internazionale da parte di Stati Uniti e Israele, nonché una cattiva strategia che ha portato il mondo sull’orlo di una crisi energetica globale senza precedenti. Non solo, il Washington Post evidenzia come il sentimento anti-americano tra gli elettori europei stia crescendo a dismisura, rendendo praticamente nulla la possibilità che i governi dei Paesi alleati cedano alle richieste di Trump.

Quel rapporto molto complicato

Il pessimo rapporto del tycoon con la NATO è emerso prepotentemente nell’ambito della guerra in Ucraina, con le ripetute accuse ai membri di non fare abbastanza, anche in termini di spese per la difesa, sfruttando invece l’alleanza con la Superpotenza americana per difendere l'ex Repubblica sovietica invasa dai russi. Le relazioni tra Washington e molti leader europei sono precipitate ulteriormente lo scorso gennaio, quando il presidente USA ha intensificato i suoi sforzi per annettere la Groenlandia, formalmente appartenente al Regno di Danimarca. Una bramosia di ricchezze ostentata, quella del tycoon, che ha spinto alcuni Paesi europei ad armarsi e a tenersi pronti per una eventuale invasione militare americana. Uno scenario inimmaginabile per la NATO, che avrebbe visto il suo principale difensore trasformarsi in una terribile minaccia.

La NATO, creata da Stati Uniti, Canada ed Europa occidentale per garantire la pace dopo la Seconda Guerra Mondiale, è un'alleanza basata sulla difesa reciproca, non su interventi militari a sostegno di un membro che decide di attaccare un altro Paese (come nel caso dei bombardamenti USA sull’Iran). Questa clausola di difesa collettiva è stata invocata una sola volta, proprio dagli Stati Uniti, dopo gli attentati dell'11 settembre 2001. I membri della Alleanza, in seguito alla distruzione delle Torri Gemelle, hanno partecipato all'invasione dell'Afghanistan per combattere i miliziani di al-Qaeda e i talebani.

La clausola di difesa collettiva della NATO è la principale garante della sicurezza europea e allo stesso tempo permette agli USA di conseguire i propri interessi militari, con basi disseminate nel Vecchio continente, e rafforzare la sua sfera di influenza, come avvenuto durante la Guerra Fredda e il successivo crollo dell’Unione Sovietica.

Washington valuta «punizioni»

Al di là dell’incontro tra Trump e Rutte, secondo il Wall Street Journal, la Casa Bianca ora starebbe valutando un piano per «punire» alcuni membri della NATO che, secondo il tycoon, non hanno aiutato gli Stati Uniti e Israele durante la guerra in Iran.

La proposta, stando a funzionari dell’Amministrazione Trump citati in condizione di anonimato dal WSJ, prevederebbe il trasferimento delle truppe statunitensi dai Paesi alleati ritenuti poco collaborativi verso altri membri che si sono mostrati maggiormente disponibili rispetto al conflitto in Medio Oriente. Gli Stati Uniti oggi vantano circa 84 mila soldati stanziati in Europa. Durante il suo primo mandato nel 2020, Trump ordinò il ritiro di circa 12 mila uomini dalle basi in Germania, ma il presidente Joe Biden annullò la decisione dopo essere entrato in carica nel 2021.

Le basi statunitensi in Europa sono fondamentali per le operazioni militari globali degli Stati Uniti, oltre a fornire un vantaggio economico ai Paesi ospitanti attraverso ingenti investimenti. Quelle situate nella parte orientale del Vecchio continente, evidenzia ancora il WSJ,  fungono inoltre da deterrente nei confronti della Russia.

Oltre al riposizionamento delle truppe, il piano potrebbe prevedere anche la chiusura di una base statunitense in almeno uno dei Paesi europei, probabilmente in Spagna o in Germania, dimostratisi particolarmente avversi alle operazioni congiunte di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente.

Tra chi potrebbe trarre vantaggio da uno scenario del genere figurano Polonia, Romania, Lituania e Grecia. Questi Paesi hanno infatti alcuni dei tassi di spesa per la difesa più elevati dell'Alleanza, vista la maggiore vicinanza a Mosca, e per primi hanno mostrato interesse alla formazione di una coalizione internazionale per una missione nello Stretto di Hormuz.