Il reportage

Un popolo sfinito e malato, strozzato da guerra e sanzioni

In Siria non si combatte quasi più, ma tanta gente continua a morire – soprattutto per le malattie e la malnutrizione causate dalla catastrofe umanitaria che sta colpendo la popolazione
Luca Steinmann
28.07.2023 20:45

In Siria non si combatte quasi più, ma tanta gente continua a morire. Non più tanto per i combattimenti, ormai poco intensi e circoscritti a zone limitate del Paese, ma soprattutto per le malattie e la malnutrizione causate dalla catastrofe umanitaria che sta colpendo la popolazione.

Sfiniti da oltre dodici anni di guerra civile, affamati dalle sanzioni economiche occidentali contro il governo di Damasco, indeboliti dall’esplosione dei prezzi delle materie prime generate dalla guerra in Ucraina e travolti dal terremoto che lo scorso febbraio ha distrutto il Nord del Paese, i siriani stanno vivendo una crisi senza precedenti. Secondo l’Unicef, il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il 55% soffre di insicurezza alimentare. Una situazione difficilissima che a tanti giovani non lascia altra scelta che emigrare. «Non ho mai abbandonato la Siria durante tutta la guerra ma ora non mi resta che andarmene», racconta Rami Haddad, studente universitario trentenne di Damasco. «Durante le fasi più intense del conflitto avevamo una speranza: quella che, con la fine dei combattimenti e la sconfitta dei terroristi, il futuro sarebbe stato migliore. Oggi molti di noi non riescono a sperare più in nulla».

Guerra congelata

Per toccare con mano la disperata complessità di questa crisi umanitaria, bisogna imboccare l’autostrada che da Damasco conduce ad Aleppo. Questa attraversa la regione di Idlib, contesa tra i gruppi ribelli legati alla Turchia e l’esercito siriano. Qui gli ultimi combattimenti rilevanti risalgono al 2020, da allora gli scontri armati sono calati d’intensità e nessun esercito è più riuscito a ottenere conquiste territoriali rilevanti. La guerra si è congelata, e la Siria è rimasta suddivisa in diverse zone d’influenza controllate da attori diversi: la Turchia occupa insieme ai gruppi armati, a lei fedeli, ampie fette della regione di Idlib e una fascia di terra lungo il proprio confine che arriva quasi fino al confine con l’Iraq; gli Stati Uniti sono presenti nell’est del Paese, dove sostengono le forze curde e dove sfruttano i locali pozzi petroliferi; il governo di Damasco controlla il resto del Paese appoggiato dai soldati russi, situati in due basi militari lungo la costa mediterranea, e dall’Iran. Nelle alture, nei deserti del centro del Paese, sono ancora presenti cellule nomadi del sedicente Stato Islamico.

Parte un razzo verso di noi

Sfrecciando in autostrada per la regione di Idlib si attraversano secche praterie pianeggianti di un intenso colore giallo causato dall’erba essiccata dal torrido sole estivo. Qua e là compare qualche bassa sporadica collina, qualche cespuglio ma soprattutto le macerie di gruppi di case distrutte o abbandonate. I palazzi che non sono del tutto crollati hanno tetti e pareti sfondate. Sono le distruzioni generate dai combattimenti degli scorsi anni, che ora restano lì, abbandonate e impolverate. In giro non si vede un’anima, se non un manipolo di soldati siriani sulla nostra destra, accucciati nell’ombra di una casa distrutta. Dietro di loro, su una parete rimasta in piedi, hanno affisso un poster raffigurante il volto del presidente siriano Bashar al Assad. Sul lato sinistro, invece, iniziano i territori in mano alle milizie anti-Assad legate alla Turchia. Improvvisamente, dalle loro posizioni, parte verso di noi un razzo che atterra nell’erba generando un’alta nube di fumo nero. È uno dei colpi occasionali che di tanto in tanto vengono sparati lungo questa immobile linea di contatto per intimorire il nemico, senza generare vittime.

Due diverse distruzioni

Proseguendo verso Nord, in direzione di Aleppo, le distruzioni causate dalla guerra si sovrappongono a quelle generate dal terremoto dello scorso febbraio. Entrando in città le macerie sono ovunque, impossibile distinguere quali siano figlie della guerra e quali delle scosse sismiche. «Il terrore che ho provato durante la scossa è stato peggiore di quello di dodici anni di guerra», racconta Maher, 43 anni, mentre cammina tra le macerie del suo condominio con le pareti sfondate dal sisma. Casa sua si trova nel quartiere di Bustan Basha che durante i combattimenti degli scorsi anni era conteso tra l’esercito siriano e i gruppi armati anti Assad che occuparono il suo appartamento quattro volte. Costretto a fuggire con la moglie e i quattro figli, nel 2020 fece ritorno nella sua casa distrutta dalla guerra, che iniziò a ricostruire. «Avevo quasi finito di sistemarla, poi il terremoto me l’ha distrutta di nuovo. In una notte il mondo mi è crollato addosso». Oggi Maher sta di nuovo ricostruendo la casa distrutta ricevendo aiuti da Azione per un Mondo Unito, ong italiana attiva in Siria dal 2011 con progetti per contrastare la crisi umanitaria legata alla guerra e l’obiettivo di fare passare la popolazione da una situazione di emergenza a una situazione di sviluppo. Il terremoto, però, ha fatto ripiombare la popolazione nell’emergenza e le sue conseguenze non stanno passando rapidamente.

Per le strade di Aleppo si vedono file chilometriche di persone in attesa di ricevere un pacco di pane o una tanica di benzina, vagabondi, sfollati che vivono in automobile da quando hanno perso la casa, bambini ossuti che giocano o fanno piccoli lavoretti. Tutti ripetono la stessa cosa: la vita non è mai stata così dura come oggi, nemmeno durante le fasi di combattimenti più feroci.

Sostegni difficili

Ad aggravare la situazione c’è l’effetto delle sanzioni economiche. Introdotte progressivamente dal 2011 da molti Paesi, con lo scopo di far cadere il governo di Damasco e impedirgli di reprimere le manifestazioni di protesta allora in corso contro di lui, queste misure non sono riuscite a spodestare dal potere Assad, che anzi oggi sta normalizzando le proprie relazioni con parte del mondo arabo. Da allora gli equilibri politici siriani e di tutto il Medio Oriente sono cambiati, le sanzioni sono però rimaste e colpiscono soprattutto la popolazione civile. Le stesse, per esempio, congelano gli asset della Banca Centrale Siriana, contribuendo così - insieme alla stagnazione economica diffusa in tutta la regione - a far esplodere l’inflazione. Se nel 2011 un dollaro equivaleva a 50 lire siriane, oggi ne vale 11mila, cosa che ha abbattuto il potere di acquisto delle famiglie e costretto molte di loro alla fame.

Per queste famiglie è molto difficile ricevere aiuti dall’estero perché le sanzioni impediscono le transazioni da parte di banche occidentali verso la Siria, alimentando anche la stagnazione dei commerci, complicando il sostegno della diaspora siriana ai propri partenti rimasti in patria, limitando l’arrivo degli aiuti umanitari e rendendo difficile la circolazione anche dei prodotti non soggetti a restrizioni, come i medicinali. «Abbiamo difficoltà a importare qualsiasi cosa, dai macchinari medici alle materie prime per produrre le medicine, in particolare quelle necessarie per la chemioterapia», spiega Suor Anne-Marie Gagnon, direttrice dell’ospedale St. Louis. «Già prima del terremoto la vita era molto dura, ora siamo sull’orlo di una catastrofe umanitaria». L’ospedale San Louise, che è sostenuto dalla ong ticinese AVAID e da quella italiana Fondazione AVSI, ha come pazienti le vittime del terremoto, della guerra e quelle della crescente povertà. Per esempio, delle vittime dell’epidemia di colera che recentemente ha travolto la città. Molti cittadini non possono più permettersi di acquistare l’acqua potabile.

Tra incerte promesse

Dopo il terremoto, gli Stati Uniti hanno provvisoriamente sospeso una delle sanzioni consentendo che tutte le transazioni economiche legate alle iniziative umanitarie non debbano essere approvate da uno specifico ufficio, come invece avveniva prima. «Non è cambiato nulla», conclude rassegnata Suor Anne-Marie. «Molti imprenditori continuano ad avere paura ad esportare verso la Siria. Temono di essere colpiti dalle sanzioni. I prodotti sono rari e quei pochi che arrivano diventano molto costosi».

Nonostante le sanzioni permangano, gli equilibri geopolitici che interessano la Siria stanno mutando rapidamente. Nazioni fino a poco tempo fa ostili ad Assad, stanno ora aprendo al governo siriano. È il caso degli Emirati Arabi Uniti, che hanno riaperto l’ambasciata a Damasco, e soprattutto dell’Arabia Saudita. A lungo, sostenitori e finanziatori di gruppi armati siriani ostili al governo con l’obiettivo di farlo cadere, ora i sauditi si sono trasformati nel principale sponsor di Assad, al quale hanno permesso di partecipare all’ultimo summit di maggio della Lega Araba. Preso atto del fallimento delle rivolte antigovernative e delle primavere arabe, l’Arabia Saudita ha identificato nel governo siriano l’unico attore in grado di esercitare una statualità su parte del territorio siriano e quindi nel veicolo per tornare a essere presenti economicamente e politicamente in Siria. Riad ha assicurato che farà pressioni sugli Stati Uniti perché rimuovano le sanzioni e ha promesso miliardi di investimenti in Siria; miliardi che fino a oggi non sono arrivati. Gran parte del popolo attende l’arrivo di questi soldi, per molti necessari per la sopravvivenza. Nel frattempo, in tanti continuano a morire.