Un Villaggio dentro la metropoli, tra bandiere, buffet e meditazione

Il primo punto di riferimento è Piazzale Lodi, a quattro fermate di metro dal Duomo. Sbucando dalla linea gialla M3 e gettando lo sguardo oltre l’ex scalo ferroviario di Porta Romana, già si intravedono i sei palazzoni bianchi e grigi del Villaggio olimpico e paralimpico. Ravvivati, ma solo un po’, dai bandieroni delle delegazioni appesi alle finestre. Per raggiungere l’ingresso bisogna camminare 15 minuti, aggirando i binari e il grande cantiere di quest’area urbana in piena fase di riqualificazione. Procedendo sulla sinistra, si incontrano gli spazi post-industriali della Fondazione Prada. Fino al 25 febbraio, ospitano pure una mostra multisensoriale concepita dal regista messicano – e premio Oscar – Alejandro González Iñárritu. Passando da destra, lungo Viale Isonzo, ci si imbatte invece nelle mura di cinta del Villaggio, decorate da venti street artist.

Due piani e mezzo
Tra arte, cultura e gru, arriviamo a destinazione. Accolti da volontari cordiali, che insistono a parlare in inglese anche quando rispondi in italiano, superiamo il controllo di sicurezza. Davanti all’unità residenziale E, incontriamo la nostra guida, Loïc Schwab, specialista media di Swiss Olympic. «I nostri alloggi sono proprio qui sopra», dice indicando una piccola bandiera rossocrociata che pende dal primo piano. Il complesso può accogliere fino a 1.700 persone. A pieno regime, la delegazione elvetica a Milano ne conterà un centinaio, tra atleti e membri dei vari staff, distribuiti su due piani e mezzo. «Ora ci sono solo 25 dei nostri atleti: la nazionale femminile di hockey e i tre specialisti del pattinaggio di velocità, ovvero Ramona Härdi, Kaitlyn Anne McGregor e Livio Wenger».

Una volta attraversata l’area di svago comune, munita di due tavoli da calcetto, un air hockey, una sala videogiochi e numerose chaise longue da cui seguire le gare in tivù, Loïc Schwab ci invita a salire per visitare le camere. Uno dei due ascensori è fuori servizio. «Ma di grossi problemi, finora, non ne abbiamo avuti», assicura il nostro accompagnatore. Le stanze sono piccole ed essenziali: due letti (ma ci sono anche le singole), armadiatura spartana e bagno con doccia. Su alcuni media italiani è già partito il dibattito: «Non ci sono né sedie, né scrivanie». Il motivo, leggiamo, è legato al futuro dell’intero complesso, che dopo i Giochi si trasformerà in uno studentato universitario. Inserire da subito arredi completi, avrebbe rallentato i lavori di riconversione che seguiranno le Paralimpiadi.

Cioccolatini e spillette
Nei suoi spazi, la delegazione svizzera dispone di un locale relax con divani e giochi di società, nonché di una sala per la fisioterapia. I «condòmini», ai piani superiori, sono Polonia, Cechia e Turchia. Sull’edificio di fronte, invece, dominano i drappi del Team USA, per nulla discreti. Prima di proseguire, Schwab ci mostra una scatoletta in metallo distribuita a ogni rappresentante elvetico: «Contiene un po’ di cioccolatini e soprattutto i nostri pins, da scambiare con quelli delle altre delegazioni». Un rito radicato, all’insegna della fratellanza olimpica. Tornando al pian terreno, notiamo un cartellone dedicato all’elezione dei nuovi membri nella Commissione atleti del CIO. Tra i candidati c’è il nostro ex campione di sci nordico, Dario Cologna. «Your vote, your voice», è l’appello a recarsi alle urne.

Salute fisica e mentale
La visita prosegue nelle altre aree comuni. Attorno alla piazza principale e all’instagrammabile insegna con i cinque cerchi olimpici, sorgono le facilities per atleti e addetti ai lavori. Nell’immensa sala fitness, incontriamo il trio elvetico del pattinaggio di velocità, impegnato sul tapis roulant. Salutano. L’accesso alla sala mensa non ci viene concesso, ma la nostra guida garantisce sulla qualità e sulla varietà del cibo: «Ci sono sei isole a buffet da cui poter scegliere». All’esterno della Food Court, davanti al piccolo baracchino del caffè, si è formata una lunga fila. Evidentemente è il miglior espresso del Villaggio olimpico, come certifica la presenza, in coda, di una decina di atlete italiane.

La nostra attenzione viene poi catturata dalla Mind Zone o «Zona mentale». «È uno spazio rigenerante, in cui gli atleti possono trovare pace assoluta per rilassarsi, meditare o accedere a un supporto personale», ci viene spiegato. Non si è dunque lasciato nulla al caso, a dimostrazione di quanto sia importante, nello sport moderno, la salute mentale. Per quella fisica, l’area comprende anche un policlinico. In vista delle Paralimpiadi, è già pronto il centro per la riparazione delle protesi. Se il problema è più banalmente estetico, c’è anche il parrucchiere. Per i credenti, è stata allestita una Prayer Room. Lì vicino, un po’ più nascosta, c’è la Doping Control Station. Ma per quella le preghiere non servono.

