Una bomba ecologica nello Stretto di Hormuz per lo sversamento della Shahid Bagheri

L'escalation del conflitto in Medio Oriente sta provocando non solo vittime civili, distruzione di infrastrutture e sfollamenti di massa e crisi energetiche, bensì anche gravi danni ambientali. Il motivo? La fuoriuscita di carburante dalla piattaforma iraniana Shahid Bagheri, situata a circa 5 km dalla costa. Una situazione che sta causando non poche preoccupazioni ambientali nel Golfo Persico. Lo sversamento sarebbe avvenuto dopo i raid statunitensi subiti tra il 28 febbraio e il 6 marzo, data indicata da diverse fonti – tra cui il The Guardian e la piattaforma indipendente di fact-checking Misbar – come la più probabile dell’evento che ha causato lo sversamento. Da allora, l'imbarcazione è rimasta arenata in acque poco profonde nello stretto di Khuran, un'area ecologicamente sensibile.
Verso un peggioramento
Stando a Greenline – la redazione di Anadolu Agency (AA) dedicata esclusivamente alle notizie su ambiente, clima e agricoltura – l’ex consulente specializzato in telerilevamento satellitare e monitoraggio di sversamenti petroliferi, Tim Richards, avverte che l’episodio potrebbe diventare il più rilevante dal punto di vista ecologico nella regione dai tempi della prima Guerra del Golfo. Secondo Richards, le correnti nello Stretto di Hormuz tendono a convogliare l’acqua contaminata verso le aree di mangrovie, nonostante le oscillazioni delle maree. E anche l’analista ambientale Wim Zwijnenburg, che ha seguito i danni ambientali legati al conflitto, ricorda che nel Golfo si sono già verificati diversi sversamenti minori e mette in guardia da un possibile peggioramento: continuare a colpire petroliere e infrastrutture petrolifere, sostiene, aumenta il rischio che un incidente sfugga di mano e provochi una vera catastrofe. Finora, osserva, l’ambiente ha evitato conseguenze disastrose. Le operazioni di bonifica erano state in precedenza rallentate dai bombardamenti. E il rischio, sottolineano gli esperti, resta presente nonostante la pausa di due settimane negli attacchi statunitensi e l’intesa che ha permesso la riapertura della navigazione nello Stretto di Hormuz nel quadro di un cessate il fuoco temporaneo.
Immagini satellitari
Le prime immagini satellitari del 16 marzo mostravano chiaramente la chiazza di petrolio, mentre nei giorni successivi il greggio si sarebbe spostato verso la Riserva della Biosfera di Hara, la più grande foresta di mangrovie del Golfo e un habitat sensibile e fondamentale per uccelli migratori, specie ittiche e tartarughe marine in via di estinzione. Analisi satellitari successive hanno poi mostrato che la perdita sarebbe proseguita almeno fino a fine marzo. L’episodio ha inevitabilmente acceso timori per possibili danni agli ecosistemi marini e per rischi indiretti agli impianti di desalinizzazione di diversi Paesi dell’area, già interessati - come indicato anche dall'UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente) - da diversi scioperi prima del conflitto che rischiano di avere conseguenze catastrofiche per le comunità che dipendono da essi per l'approvvigionamento idrico.
Altre petroliere bloccate a rischio
Secondo un’analisi di Greenpeace Germania, ad oggi nello Stretto di Hormuz restano bloccate oltre 80 petroliere con almeno 21 miliardi di litri di petrolio a bordo, una concentrazione che — in caso di attacco o incidente — potrebbe trasformarsi in una grave emergenza ambientale. L’organizzazione avverte inoltre che un singolo grande sversamento potrebbe compromettere ecosistemi particolarmente fragili, tra barriere coralline, mangrovie e praterie marine, mentre simulazioni basate su dati satellitari mostrano come una chiazza di petrolio potrebbe propagarsi rapidamente nelle acque del Golfo. Per Greenpeace si tratta di una vera «bomba ecologica a orologeria», aggravata dall’intensificarsi delle tensioni militari e dalla presenza di mine e attacchi contro il traffico marittimo. L’organizzazione chiede una de-escalation diplomatica, sostenendo che il conflitto sta evidenziando anche la vulnerabilità strategica legata alla dipendenza dai combustibili fossili.
