Una guerra senza spiragli

Kiev aspetta di nuovo guardando il cielo. Con suoni che tutti ormai riconoscono: il ronzio dei droni che volteggiano, la traiettoria dei missili che cadono come un colpo d’ascia, il bagliore improvviso che precede il fragore delle esplosioni. Nelle stazioni della metropolitana, nei parcheggi sotterranei, nei corridoi interni degli alberghi, la capitale si prepara ad altre lunghe notti.
L’allerta massima è stata diramata prima di sera. Secondo il presidente Volodymyr Zelensky, l’intelligence ucraina indica che Mosca è pronta a un nuovo attacco massiccio, una replica forse più violenta del raid con 600 missili e 90 droni che hanno colpito la capitale in 40 punti la scorsa domenica. Le difese sono pronte, l’Aeronautica è chiamata a non abbassare la guardia. L’avvertimento arriva dopo la minaccia russa di colpi «sistematici» contro Kiev e dopo l’invito rivolto da Mosca a diplomatici e cittadini stranieri perché lascino la capitale. Qui quel messaggio è stato letto per ciò che è: non un consiglio per la sicurezza, ma una minaccia.
Il precedente è ancora sui muri diroccati. Domenica, all’alba, le colonne di fumo sui quartieri colpiti avevano già spiegato il senso del messaggio russo. Infissi esplosi, lamiere fuse, cemento precipitato in strada come proiettili, scale condominiali sventrate, vetri spazzati via dagli androni. La gente di Kiev ha cominciato a rimuovere le macerie quasi subito. Residenti, volontari, personale municipale. Alcuni, nel 2022, fabbricavano molotov negli scantinati. Quattro anni dopo tornano a spazzare polvere e schegge sotto le finestre dei vicini.
Vladimir Putin, intanto, dice di essere pronto a «continuare» i colloqui sull’Ucraina. Ma mentre pronuncia la parola «negoziato», ordina di intensificare i lanci missilistici. Oggi ha sostenuto che le sue recenti dichiarazioni sulla possibile fine della guerra erano fondate sulla propria analisi delle avanzate russe sul campo. Non ha indicato tempi. Ha definito menzogne le accuse occidentali secondo cui Mosca si preparerebbe a una guerra con l’Europa. E ha rimproverato i media per la copertura dell’attacco al dormitorio di Luhansk occupata, che Mosca attribuisce a Kiev.
A Kiev, però, la parola «pace» viene pesata con un’altra bilancia. Zelensky, dopo una riunione con i vertici militari, ha detto che l’Ucraina continuerà a colpire ciò che rende più complicato alla Russia combattere: logistica, industria petrolifera, capacità di rifornimento. «Tutto ciò che rende più difficile alla Russia condurre la guerra aiuta ad avvicinare la pace», è il senso del messaggio. È la risposta ucraina alla rappresaglia annunciata: non attendere il colpo, ma cercare di logorare la macchina che lo prepara.
Il punto fragile resta la difesa aerea. Kiev ha mostrato di saper abbattere la grande maggioranza dei droni Shahed, ma contro missili balistici e vettori più veloci la protezione dipende da sistemi e munizioni che arrivano dall’esterno, soprattutto dagli USA. Nelle ultime ore l’urgenza è tornata identica: Patriot, intercettori Pac-3, sistemi capaci di chiudere il cielo almeno sulle città e sulle infrastrutture essenziali. Contro i droni l’Europa può fornire più soluzioni. Contro la balistica, Kiev guarda ancora a Washington.
La Russia, nel frattempo, prova a mostrare una superiorità che sul terreno resta più opaca. Secondo l’Istituto di studi sulla guerra (Isw), Putin potrebbe essersi formato una percezione falsata dei successi militari sulla base di mappe gonfiate dall’alto comando. Una presunta mappa interna del ministero russo della Difesa attribuisce a Mosca conquiste che le geolocalizzazioni non confermano. Lo stesso è accaduto a Kupiansk, dove il comandante russo Valerij Gerasimov e altri vertici hanno parlato di città presa e di migliaia di ucraini circondati. In realtà molte di quelle località non risultano del tutto in mano russa.
È in questa distanza tra mappe e terreno che si capisce la nuova fase del conflitto. In superficie, i droni hanno preso il sopravvento sulle mosse di terra. Dove il cielo è saturo di occhi e di ordigni, si tenta di passare sotto. A Kupiansk, nella regione di Kharkiv, le forze russe hanno trasformato vecchie condotte sovietiche del gas e linee tecniche abbandonate in corridoi d’assalto.
La capitale attende il nuovo assalto mentre il fronte diventa insieme aereo, sotterraneo e industriale. Sopra Kiev, droni e missili. Sotto Kupiansk, gasdotti dismessi, fango, cunicoli d’acciaio. Dentro la Russia, depositi, raffinerie, nodi logistici presi di mira da droni ucraini a lungo raggio. Ogni parte colpisce la profondità dell’altra, ma la differenza è nel bersaglio politico: Mosca vuole piegare la città, Kiev vuole impedire alla macchina russa di ricaricarsi.
Per questo l’attesa nelle città ucraine non è semplice paura. È una postura. La capitale sa che il prossimo attacco può arrivare di notte o all’alba, da più direzioni, con droni-esca, missili veri, rotte spezzate e ondate successive. Sa anche che la minaccia russa serve a forzare diplomazie, alleati e opinioni pubbliche. Kiev torna sottoterra non perché si arrende, ma perché ha imparato a restare in piedi dal basso.
La guerra non promette fine. Putin parla di spiragli ma prepara nuove salve. Zelensky parla di pace ma colpisce la logistica del nemico. Tra le due frasi, Kiev aspetta. Con i telefoni carichi, gli zaini pronti, le mappe dei rifugi salvate negli schermi. La città sa che la notte può cadere dal cielo. E che al mattino, se ci sarà un mattino senza sirene, qualcuno tornerà ancora una volta a togliere vetri, cemento e polvere dalle strade.
