Medio Oriente

«Via tutti da Israele e Iran», nell’aria l’attacco a Teheran

Da Washington, Pechino e da molte capitali europee l’invito ai connazionali a lasciare l’area interessata – L’offensiva degli Stati Uniti sembra infatti imminente - E a quel punto il regime sicuramente reagirà contro obiettivi sensibili
© KEYSTONE (AP Photo/Ohad Zwigenberg)
27.02.2026 22:54

I segnali ci sono tutti. L’attacco israelo-americano all’Iran è dato ormai per certo. E potrebbe anche essere imminente. Il dispiegamento di forze è massiccio, ai livelli della guerra all’Iraq. La Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, è arrivata a largo delle coste settentrionali di Israele. Oltre a questa, è pronta un’altra portaerei, la Lincoln, a est dello stretto di Hormuz. Almeno nove aerei cisterna americani sono arrivati all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv durante la notte tra giovedì e venerdì, aggiungendosi ad altri cinque. Già nei giorni scorsi, diversi aerei cisterna e aerei cargo americani sono stati avvistati all’aeroporto israeliano, e 11 caccia stealth F-22, insieme ai relativi aerei di supporto logistico sono atterrati alla base aerea di Ovda, nel sud di Israele. Altri sono stati dispiegati in basi vicine. Diversi anche gli F-35 anche sulle piste di Muwaffaq Salti, in Giordania.

Le parole di Huckabee

A rafforzare i timori di un attacco, che per alcuni è ormai inevitabile, oggi il Dipartimento di Stato americano ha autorizzato il personale non essenziale e i familiari di coloro che sono in Israele a lasciare il Paese a causa di «rischi per la sicurezza». Gli inglesi, invece, hanno trasferito il personale diplomatico da Tel Aviv a Gerusalemme, considerando la prima più a rischio per attacchi iraniani. Altre ambasciate europee hanno innalzato i livelli di sicurezza, impedendo i viaggi in Israele e organizzando riunioni per gestire eventuali evacuazioni. In Israele l’allerta è alta: ospedali hanno attivato le procedure di sicurezza, diverse città hanno aperto i bunker e il rabbinato ha autorizzato le trasmissioni radio durante lo Shabbat così da informare in caso di guerra. Ad aver preoccupato, le parole dell’ambasciatore statunitense, Mike Huckabee, che in una e-mail diretta a tutto lo staff dell’ambasciata ha scritto che se vogliono lasciare Israele, «dovrebbero farlo OGGI STESSO». Il Canada ha invitato tutti i suoi cittadini in Iran a lasciare il Paese. La Cina ha lanciato lo stesso appello, intimando di evitare viaggi in Iran e a coloro che si trovano nel Paese di lasciarlo, citando un «aumento significativo dei rischi per la sicurezza». La Gran Bretagna ha ritirato il suo personale diplomatico dall’ambasciata a Teheran. Parallelamente, però, sono in corso tutti gli sforzi diplomatici per scongiurare un conflitto. Per la settimana prossima, è prevista una visita in Israele del segretario di Stato Rubio, ma per alcuni osservatori si tratta di un diversivo.

Negoziati in stallo

Giovedì, Iran e Stati Uniti hanno tenuto un terzo round di colloqui sul programma nucleare di Teheran e sulla proliferazione di missili balistici, a Ginevra, mediati dal ministro degli Esteri dell’Oman, Sayyid Badr Albusaidi, che poi si è anche recato a Washington per colloqui con il vice presidente americano, JD Vance, e altri funzionari USA. Albusaidi aveva mostrato ottimismo riguardo ai negoziati. Che invece sembrano fortemente in stallo. Gli Stati Uniti chiedono, come condizione per non attaccare, che gli iraniani consegnino, spedendolo in America, tutto il materiale nucleare già pronto e smantellino i tre principali siti nucleari (Fordo, Natanz e Isfahan) in maniera permanente. L’Iran però non ha alcuna intenzione di smantellare le sue basi né tanto meno di consegnare l’uranio già arricchito e fermare la sua proliferazione. Secondo un rapporto confidenziale dell’organismo di controllo nucleare delle Nazioni Unite, l’Iran non ha consentito all’organismo di accedere agli impianti nucleari interessati dalla guerra dei 12 giorni di giugno. Il rapporto sottolinea che, pertanto, l’agenzia «non può verificare se l’Iran abbia sospeso tutte le attività legate all’arricchimento» o «l’entità delle scorte di uranio iraniano presso gli impianti nucleari interessati», questione che, a suo dire, «deve essere affrontata con la massima urgenza». Il rapporto afferma inoltre che parte dell’uranio iraniano più altamente arricchito, prossimo al grado di uranio per uso militare, era immagazzinato in un’area sotterranea del suo sito nucleare di Isfahan. È la prima volta che l’AIEA segnala dove è stato immagazzinato uranio arricchito fino al 60% di purezza, prossimo al 90% del grado di uranio per uso militare.

Khamenei in un rifugio

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dal canto suo, ha affermato che, per raggiungere un accordo, gli Stati Uniti dovranno abbandonare le loro «richieste eccessive», cosa che avrebbe irritato non poco Trump e la delegazione americana. Lo stesso presidente ostenta sicurezza e, mentre ribadisce che Teheran non può avere la bomba atomica, annuncia altri colloqui. In vista di un attacco, l’ayatollah Khamenei sarebbe in un rifugio sicuro per accedere al quale anche i collaboratori stretti sono bendati, per evitare fughe di notizie sulla sua posizione. Dopo le proteste di gennaio, represse nel sangue dal regime di Teheran, sono riprese le manifestazioni soprattutto da parte degli studenti. Nelle università si sono avute violente proteste, con slogan che recitavano «morte a Khamenei». Le nuove generazioni iraniane vogliono dare la spallata definitiva al regime. Che però non se ne sta a guardare. Sono riprese le repressioni, gli arresti, da parte delle guardie rivoluzionarie e delle milizie Basij. I manifestanti, attendono l’aiuto che Trump ha promesso loro a gennaio. Aiuto che potrebbe tramutarsi in un attacco che, il vicepresidente americano Vance, ha definito “lampo”, anche se i timori che possa comunque essere lungo e soprattutto cruento ci sono tutti.