Tecnologia

Vietare i social ai più giovani «perché non sono ancora pronti»

Starmer, prima di dare le dimissioni, e Macron hanno disegnato la rotta per arrivare entro pochi mesi a imporre il divieto a bambini e ragazzi di Regno Unito e Francia – L’esempio è quello dell’Australia, dove la misura in atto non sembra essere stata decisiva
© KEYSTONE (AP Photo/Rick Rycroft)
Paolo Galli
25.06.2026 06:00

«I social media? I migliori esperti lo hanno dimostrato: sono dannosi per i nostri bambini e adolescenti perché li fanno sprofondare in una profonda solitudine, li fanno soffrire, perché non sono pronti per questo, sono troppo giovani». Emmanuel Macron è stato perentorio, lunedì scorso, nel corso di un’intervista concessa a TF1 in attesa dell’inizio del G7. Il presidente francese sta spingendo il Parlamento a votare «entro il 15 luglio» la legge che vieterebbe l’utilizzo dei social ai minori di 15 anni, in modo da iniziare a cancellare, a partire da settembre, i profili già creati.

Ma la Francia non è sola, in questa battaglia. Sempre lo scorso 15 giugno, dall’altra parte della Manica, Keir Starmer tuonava (pochi giorni prima di rassegnare le dimissioni): «Non sono disposto a scendere a compromessi sulla sicurezza e la felicità dei nostri figli, ed è per questo che tale divieto deve avvenire e avverrà». Nel caso del Regno Unito, l’idea è di vietare l’accesso alle piattaforme ai minori di 16 anni. Il premier contava di veder approvato il regolamento prima di Natale, in modo tale da poter imporre il divieto già a partire dalla primavera 2027. Ora l’affare potrebbe complicarsi e molto dipenderà da Andy Burnham, ma la questione resta.

Le difficoltà nell’attuazione

A fare i conti con la nuova legge sarebbero i colossi della socialità digitale, ovvero Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, X e Facebook. Il modello di riferimento è quello entrato in vigore in Australia, dove ad aver subito restrizioni d’età sono state Facebook, Instagram, Kick, Reddit, Snapchat, Threads, TikTok, Twitch, X e YouTube. Insomma, ci siamo, e infatti Starmer aveva definito il suo piano con il titolo «Australia Plus». Sì, perché aveva previsto anche ulteriori restrizioni, relative per esempio ai siti di giochi online, come Roblox, o ai chatbot utilizzati per creare relazioni romantiche con le macchine stesse. In questo caso, i limiti sarebbero imposti ai minori di 18 anni.

Resta da capire come verrebbe applicato tale divieto. In Australia spetta alle aziende stesse il compito di far rispettare le regole. E per chi non lo fa con adeguato senso di responsabilità, sono previste multe di decine di milioni di dollari australiani. Per il Regno Unito, il tutto non era ancora stato definito nei dettagli. L’autorità di regolamentazione pubblicherà - tormenti governativi permettendo - entro ottobre una valutazione su come implementare al meglio la verifica dell’età per i minori di 16 anni. Qualcosa di simile è già previsto per i siti con contenuti pornografici, vietati ai minori di 18 anni. Nel sito dell’autorità stessa di controllo, leggiamo che ci sono diversi metodi previsti per chiedere all’utente una conferma dell’età. Tra questi: la stima dell’età tramite riconoscimento facciale; l’open banking (autorizzare il servizio di verifica ad accedere in modo sicuro alle informazioni della propria banca); eventuali servizi di identità digitale; la verifica dell’età attraverso le carte di credito; la stima dell’età basata sull’indirizzo di posta elettronica dell’utente, con tanto di indagine quindi sugli altri servizi in cui tale indirizzo è stato utilizzato.

«Un fallimento»

Già, ma se questa verifica è tanto «efficace», seguendo il discorso di Starmer, allora per quale motivo sta facendo acqua da ogni parte? Il New York Times, nei giorni scorsi, ha pubblicato i risultati di un’indagine a sei mesi dall’introduzione del divieto in Australia, scoprendo, molto semplicemente, che «sta fallendo». Sì perché ci sono ragazzi che per eludere i controlli si disegnano baffi finti sulla faccia, oppure utilizzano i profili dei fratelli maggiori, o ancora creano nuovi account con date di nascita fasulle. O magari sfruttano le vpn (le reti private virtuali, che spostano la posizione virtuale dell’utente in altre parti del mondo). Lo scorso mese di marzo, il Guardian, attraverso un sondaggio condotto tra centinaia di genitori australiani, aveva rilevato che il 70% degli under 16 che possedevano un profilo su Instagram, Snapchat e TikTok prima del divieto, aveva mantenuto l’accesso a queste piattaforme. Di fronte a tali cifre, il governo australiano se l’era presa con le aziende: «Non fanno abbastanza! Nessuna di queste misure è impossibile da attuare. Men che meno per le grandi aziende tecnologiche, che sono imprese innovative da miliardi di dollari. Ciò che emerge è inaccettabile».

Visti questi dati, i vertici delle piattaforme gongolano, certo. Ma intanto provano comunque a fare pressione sui Paesi che ora vogliono limitarle. YouTube è andato oltre, avvertendo: «I divieti generalizzati allontanano i ragazzi da esperienze supervisionate, spingendoli verso servizi anonimi e meno sicuri». Starmer non sembrava curarsene, giocando anzi la carta dei valori: «Le nostre leggi sono regole, ma sono anche un’espressione dei nostri valori». Non improbabile che Burnham segua la via.

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