Ucraina

Vladimir Putin è intrappolato in una morsa da lui stesso creata

A 4 anni dall’invasione, il presidente russo è impantanato in una guerra che non può vincere – Gli eserciti di Mosca si logorano, i costi aumentano e le conquiste restano minime – Un accordo di pace appare irrealistico, perché nessuna intesa potrebbe dare la vittoria politica non ottenuta sul campo
© EPA/VYACHESLAV PROKOFYEV
The Economist
23.02.2026 06:00

Avremmo potuto pensare che, dopo quattro anni sanguinosi, una guerra che nessuna delle due parti può vincere si fosse ormai esaurita da sola. Ma non quella in Ucraina. E la responsabilità ricade su un solo uomo.

Vladimir Putin è intrappolato in una morsa che egli stesso ha contribuito a creare. Le probabilità che i suoi eserciti in Ucraina possano ottenere qualcosa che possa essere definito una vittoria si stanno assottigliando. Molti confidano nei negoziati di pace, che proseguono forse questa settimana a Ginevra, nella convinzione che il presidente americano Donald Trump costringerà Kiev a cedere territorio, offrendo così a Mosca una via d’uscita.

In realtà, questa prospettiva si fa sempre meno plausibile. E anche qualora si giungesse a un accordo, le ripercussioni interne in Russia rischierebbero di generare instabilità economica e politica, compromettendo le ambizioni di Putin di essere annoverato tra i più grandi zar della storia.

Forza d’urto debole

Il primo problema per il Cremlino è il campo di battaglia. Nella «Grande guerra patriottica» (così i russi chiamano la Seconda guerra mondiale, ndr), dal giugno 1941 al maggio 1945, l’Armata Rossa avanzò di 1.600 chilometri, da Mosca a Berlino. Nella guerra attuale, più lunga, le forze russe a Donetsk, il principale teatro delle operazioni, sono avanzate soltanto di 60 km, la distanza che separa Washington da Baltimora.

Mosca non è riuscita a generare una forza d’urto sufficiente per sfondare le linee ucraine. Nella «zona di morte», larga tra i 10 e i 30 km attorno al fronte, esposta ai droni e ai loro operatori onniveggenti, uomini e mezzi non possono concentrarsi senza diventare bersagli. E anche quando riescono a penetrare le difese ucraine, le forze russe faticano a sfruttare il proprio successo.

Difficoltà di reclutamento

Se la traiettoria attuale non cambia, Putin difficilmente potrà ribaltare la situazione. Nei primi tre anni di guerra, la Russia ha ampliato il proprio esercito. Ma, alla fine dello scorso anno, le perdite superavano ormai le nuove reclute. I soldati sono poco addestrati, il morale è basso e il tasso di diserzione ha raggiunto livelli record. Inoltre, il sistema Starlink ha interrotto l’accesso delle forze russe ai terminali di contrabbando su cui facevano affidamento per il puntamento. Lo stesso Governo russo ha bloccato Telegram, che i militari utilizzavano per comunicare lungo la linea del fronte.

Putin faticherà ad aumentare numero e qualità dei nuovi arruolati. La Russia fa leva sul denaro, più che sul patriottismo, per reclutare soldati. L’elevata probabilità di morte o ferimento, l’abbandono dei veterani e i tentativi dello Stato di sottrarsi al pagamento dei risarcimenti alle famiglie dei caduti stanno facendo lievitare il costo del reclutamento. Dal giugno 2025, secondo il think tank Re: Russia, il premio medio alla firma è aumentato di 500 mila rubli, raggiungendo i 2,43 milioni (circa 32 mila dollari). Ma le risorse si fanno più scarse. Il conto annuale di 5.100 miliardi di rubli equivale al 90% del deficit federale. Il resto dell’economia arretra, il servizio del debito cresce e le prospettive delle entrate petrolifere sono fosche.

Corsa al logoramento

Lo sforzo bellico russo non è sul punto di crollare. Putin può colpire città e reti elettriche ucraine, nel tentativo di spezzare il morale e fiaccare l’economia. Ma i soli attacchi aerei difficilmente porteranno alla capitolazione. Il Cremlino può sperare che l’Europa abbandoni Kiev, ma il sostegno europeo è aumentato nell’ultimo anno. La scommessa principale di Mosca è che l’Ucraina, anch’essa alle prese con gravi carenze di uomini e mezzi, precipiti in una crisi politica o esaurisca combattenti e armamenti prima della Russia. Eppure, per quattro anni, la previsione di un collasso ucraino si è rivelata errata - e le probabilità non fanno che peggiorare.

Negoziati di facciata

Perché allora non accettare la pace? Se Putin potesse consolidare le conquiste territoriali e riorganizzarsi, potrebbe sempre tornare ad attaccare in futuro. In realtà, è improbabile che qualsiasi piano di pace soddisfi le richieste russe. I colloqui appaiono di facciata, come dimostra la promessa, a dir poco fantasiosa, di un dividendo di pace da 12 mila miliardi di dollari, in parte da condividere tra Russia e Stati Uniti.

È inoltre improbabile che Mosca ottenga al tavolo ciò che non è riuscita a conquistare sul campo e che considera indispensabile per proclamare la vittoria.

Pressioni su Kiev

Per l’Ucraina, cedere le proprie posizioni meglio difese sarebbe un disastro strategico. E sebbene Trump conservi ancora leve di pressione, la sua capacità di spingere il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ad accettare un accordo sfavorevole è ormai diminuita.

È vero che gli Stati Uniti vendono ancora armi essenziali all’Europa, che poi le trasferisce a Kiev. Ma l’Ucraina dipende meno dall’intelligence americana rispetto al passato e Washington ha ridotto del 99% il proprio finanziamento diretto allo sforzo bellico. Se, come appare probabile, un eventuale accordo includesse garanzie di sicurezza statunitensi formalizzate in un trattato, sarebbe necessario il voto di ratifica del Senato, ulteriore argine contro un’intesa sbilanciata.

Il limite di un potere bloccato nella propria narrazione

Un altro motivo di cautela per Putin è che la pace stessa potrebbe innescare una crisi interna. La Russia ha dirottato così tante risorse verso la difesa - oggi pari all’8% del PIL - che il resto dell’economia ne soffre. L’illegalità del regime e la prospettiva di nuove ostilità scoraggiano gli investitori. La riconversione dall’economia di guerra a quella di pace, compreso il reinserimento dei soldati di ritorno dal fronte, potrebbe provocare una profonda recessione.

Anche sul piano politico le conseguenze sarebbero insidiose. I veterani scontenti hanno già destabilizzato il Paese in passato, prima della rivoluzione del 1917 e dopo la guerra in Afghanistan negli anni Ottanta. I sondaggi indicano che i russi accoglierebbero inizialmente con favore la fine dei combattimenti. Ma presto emergerebbero interrogativi: sulla conduzione maldestra della campagna militare, sullo spreco di vite e risorse, e sull’umiliante dipendenza dalla Cina per il sostegno finanziario e militare, in nome della difesa della propria civiltà. Tutto ciò potrebbe limitare la capacità di Putin di riaprire le ostilità e persino minacciare il suo potere.

Putin non può rinunciare alla guerra, ma il costo di proseguirla aumenta di giorno in giorno. Se il tentativo di rafforzare ulteriormente le forze armate dovesse svuotare ancora di più il Paese, la crisi diventerebbe inevitabile. In caso contrario, Ucraina e Russia resterebbero intrappolate in un conflitto senza fine.

È possibile fare qualcosa per porvi termine? Colpire la «flotta fantasma» russa e attivare un piano del Senato per sanzionare gli acquirenti del petrolio di Mosca potrebbe ridurre le entrate da esportazione. Contrastare la propaganda del Cremlino, secondo cui Stati Uniti ed Europa mirano a distruggere la Russia, sarebbe altrettanto importante. Così come smentire l’idea di una vittoria russa inevitabile: nessuno, men che meno Trump, ama schierarsi con chi perde.

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